Cronaca

Ecco come si diventa killer a contratto

Dopo l'assassino a "tariffa fissa" scoperto a Roma, un criminologo spiega quali sono i tratti psicologici di un omicida di professione

Prendeva fino a 25 mila euro per ammazzare e 3-4 mila per gambizzare. Giarcarlo Orsini, era un killer a contratto, autore di alcuni degli omicidi compiuti a Roma e nella periferia della Capitale tra il 2013 e il 2014.

I suoi "clienti"? Clan di trafficanti di droga e piccoli boss di bande criminali presenti nel capoluogo laziale. Che lo ingaggiavano per eliminare o punire i rivali in affari. Orsini era spietato nello sparare a bruciapelo dopo essersi presentato alle sue vittime, se queste stavano scontando i domiciliari, come ufficiale giudiziario. Una volta di fronte a loro le freddava senza pietà. Non solo. Ogni volta firmava i suoi omicidi con cinque o sei colpi alla testa, per poi finire il caricatore nel torace. Era tanto spietato quanto preciso e determinato e mai ha mostrato un minimo di esitazione. Dopo oltre sei mesi di carcere, però, ha deciso di confessare tutti i suoi omicidi, le modalità, i mandanti e persino le sue parcelle.  

Abbiamo chiesto un parere a Silvio Ciappi, psicologo forense e criminologo, autore del libro “Serial Killer” (Franco Angeli). 

Dottor Ciappi, oltre al sangue freddo, quali sono gli aspetti psicologici che contraddistinguono un killer a contratto?

Si tratta indubbiamente di quella che si chiama in gergo tecnico “psicopatia”, ovvero si tratta di un quadro clinico caratterizzato da freddezza emotiva, anaffettività, incapacità di provare empatia. Il sicario uccide un bersaglio, un target, un'icona. Sembra abolire il confine che c'è tra se stesso ed il mondo. Gli altri, intesi come esseri umani, è come se non esistessero. È il meccanismo noto anche agli sterminatori nazisti, della disumanizzazione dell'altro. Normalmente tutti sogniamo o possiamo desiderare di commettere un reato, finanche di uccidere: Sigmund Freud diceva che il nostro inconscio non mette in atto l'uccisione ma la immagina e la desidera. Però non lo facciamo. Il vivere ha bisogno del limite. E il limite è rappresentato dall'altro, dai suoi bisogni, dalla percezione del fatto che non necessariamente l'altro è un riflesso di ciò che vogliamo noi. Vedere l'altro in questo modo significa privarlo della sua identità. Ecco, il killer di professione vede nell'altro solo l'estensione del suo potere assoluto. Il killer si compiace del suo potere di vita e di morte, l'altro, la sua vittima, non è che la prova del proprio narcisismo 'malato'. In questi caso ammazzare è come fare una passeggiata. C'è il disconoscimento della vittima, la sua disumanizzazione. Il sicario non vede nella vittima un essere umano, ma l'oggetto di una propria prestazione, la misura delle proprie capacità. Solo uccidendo riesce a piacersi per davvero: nell'irrogare una sofferenza, un dolore riceve una gratificazione profonda. Raskolnikov il protagonista di Delitto e Castigo di Dostoevskij solo uccidendo, compiendo qualcosa di straordinario, vuole dimostrare di essere un uomo straordinario. Uccide perchè non si piace, perchè frustrato dalla sua esistenza di tutti i giorni.

Che differenze ci sono tra un serial killer e un killer a contratto? Entrambi provano lo stesso piacere nel sopprimere una vita umana?

Nel primo c'è sempre una motivazione direttamente o indirettamente sessuale. Nei sicari non c'è questo elemento. Manca l'elemento della gratificazione sessuale. Nei contract killer l'uccidere diventa una professione, una espressione della proprie capacità. Nei serial killer si uccidono vittime sempre in riferimento ad impulsi o a fantasie che nascono e che vengono da lontano: da attaccamenti e da relazioni precoci caratterizzate da traumi. Uccidere diviene una sorta di compensazione e di rivalsa. Ma ripeto la linea di distinzione è solo quella sessuale. Il corpo della vittima diviene bersaglio delle proprie fantasie erotiche.

È diffusa la figura del killer a contratto nelle società occidentali?

Non so quanto, ma credo che però abbia una sua funzione in linea con quanto accade nella società reale. Uccidere per interposta persona diventa un modo rapido, indolore, di liberarsi di un nemico. Il killer è una scorciatoia. Un modo per non affrontare neanche il legame con la vittima degradata a bersaglio, a volto anonimo. La civiltà dell'immagine rende ancora più facile tale gesto. Ci sbarazziamo di volti di carta, elettronici, il rapporto con le persone reali diviene spesso sempre meno frequente. Si dialoga con sconosciuti, ci si innamora di persona conosciute in un mondo virtuale. Viviamo in un mondo di interposizioni. Virtuale, così, diviene anche la morte e i suoi feticci.

Quali sono invece i tratti psicologici dei mandanti? In sostanza chi si rivolge a un killer, e perché?

È comune immaginare di uccidere e di cancellare un nemico dalla propria vita. Ma c'è un limite tra desiderio e mondo concreto. La delega ad uccidere toglie il piacere ad uccidere, della vendetta. Così facendo il mandante fugge dall'orrore di uccidere. Il mandante uccide per regolamento di conti, per vendetta. Altre volte se non fa parte di organizzazioni criminali è un normale cittadino carico di odio. Questo genere di persona ha in sé una scarsa capacità di tollerare le frustrazioni, sente il mondo ostile e la vittima incarna l'emblema della prevaricazione, dell'arroganza e dell'ingiustizia. Far uccidere per gelosia, è il movente che diviene incubo di spossessamento della vittima, idea di spoliazione dalla quale scaturiscono odio e desiderio di vendetta. L'odio ha la forza di un legame, di una relazione nella quale si pensa di essere stati vittime di un imbroglio. Ecco allora che scatta la vendetta. Il mandante è felice di avere eliminato il nemico. Ecco si tratta non di un uomo o di una donna ma di un nemico. Nella dimensione relazionale dell'odio ci sono nemici. Il fatto di non uccidere direttamente toglie ogni pulsionalità all'odio che si badi non è la rabbia. La vendetta diviene fredda mentre l'odio invece una relazione suggellata dalla morte, da un distacco che permette al mandante di vivere. Di solito ogni omicidio non è che un suicidio rimandato: pensiamo alla grande letteratura. Nei Fratelli Karamazov, Smerdjakov dopo aver ucciso il padre si uccide. Nella uccisione con delega non vi è questo elemento. Si uccide perché si teme la morte.

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