Isis, gli investigatori: lupi solitari pronti a colpire
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Isis, gli investigatori: lupi solitari pronti a colpire

Infiltrazioni tra profughi, immigrati di seconda generazione e convertiti. I dossier segreti dell'Antiterrorismo che lanciano l'allarme sui rischi che corre la Sicilia

"L’Italia non entri in guerra contro lo Stato islamico o il Mediterraneo si colorerà di sangue: i 'lupi solitari' sono pronti a colpire". L’ultima minaccia dell’Isis, dopo giorni di dibattito sull’opportunità di intervenire in Libia, è stata diffusa su Twitter il 23 febbraio 2015. La jihad telematica è sempre più battente: esalta le gesta del Califfato e fa proseliti tra gli estremisti. "Lupi solitari" sono le stesse due parole che il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha cerchiato di rosso dopo aver letto il riservatissimo dossier inviatogli dalla Digos il 30 gennaio 2015. Oggetto: "La grave minaccia del terrorismo di matrice jihadista in Italia".


"Homegrown" oppure "lupi solitari". Così vengono definiti nel rapporto investigativo che Panorama ha potuto leggere in esclusiva: "Terroristi che spesso sono immigrati di seconda, terza generazione o convertiti. Ricercano le proprie origini o le ragioni profonde della loro esistenza nell’estremismo ideologico e nel messaggio jihadista. Sono persone difficilissime da identificare prima che passino all’azione". Sembra il ritratto dei fratelli franco-algerini Saïd e Chérif Kouachi, gli attentatori alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi, lo scorso 7 gennaio. E del loro sodale: il 32enne Amedy Coulibaly. Cani sciolti pronti ad abbeverarsi alla fonte della propaganda del terrore. I "lupi solitari" tra gli immigrati si mescolano a quelli di nazionalità italiana: i convertiti. "Alcuni" allerta l’informativa "sarebbero in procinto di partire per raggiungere le aree teatro dei conflitti in Siria e Iraq e arruolarsi nelle schiere dell’Isis". Sono loro la spina dorsale dell’ultima e più pericolosa evoluzione della Guerra santa: "Una connotazione da rete in franchising: un marchio che appartiene a chi se ne appropria per rivendicare attentati e azioni eversive".

In Italia l’allerta è massima. E non c’è solo l’Isis a preoccupare l’antiterrorismo. Al Quaeda oggi sembra offuscata dalla vertiginosa ascesa dello Stato islamico. E potrebbe meditare di "rinvigorire la sua immagine" avvisa la relazione investigativa. "Potrebbero quindi scaturire azioni eclatanti da parte di esponenti di al Qaeda, intenzionati a recuperare la leadership in seno alla galassia jihadista". I pericoli sono molteplici e ancora imponderabili. Per questo alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo è stato creato un pool antiterrorismo guidato dall’aggiunto Leonardo Agueci. Ne fanno parte tre magistrati d’esperienza: Sergio Barbiera, Gery Ferrara ed Emanuele Ravaglioli.

La Procura è una delle più esposte alle minacce del Califfato. Ha competenza anche sulle aree bagnate dal mar di Sicilia. Quindi anche Lampedusa, che dista appena 355 chilometri dalla Libia, da dove partono le carrette. Solo l’anno scorso sulle coste italiane sono approdati oltre 165 mila immigrati. E da qualche mese la paura s’è fatta minaccia: «Fonte di ulteriore preoccupazione è da ritenersi anche l’incessante fenomeno dei flussi migratori» scrive l’intelligence. «Coloro che arrivano sui barconi non sono terroristi, ma potrebbero diventarlo». Il motivo è lo stesso che può trasformare i «lupi solitari» in jihadisti: «Vivono in una condizione di disagio che li rende fragili e aggredibili a un pericoloso indottrinamento».

Nelle comunità islamiche la fede può trasformarsi in estremismo. Lo dimostra il caso di Abd al-Barr al-Rawdhi, imam marocchino della moschea di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Durante un sermone, aveva pubblicamente pregato di sterminare gli ebrei: "Allah contali uno a uno e uccidili tutti fino all’ultimo. Non risparmiarne neppure uno. Fai diventare il loro cibo veleno, trasforma in fiamme l’aria che respirano". Dopo la diffusione del video con la preghiera, al-Rawdhi è stato immediatamente espulso.

A Palermo sono in corso diverse indagini. Il riserbo è assoluto. Gli investigatori dell’antiterrorismo hanno intensificato i loro contatti con i servizi segreti e le fonti confidenziali. Pedinamenti, intercettazioni, analisi dei messaggi apparsi su internet, monitoraggio continuo dei social network. Nella provincia vivono almeno 15 mila musulmani: un numero che si è andato ingrossando con gli sbarchi degli ultimi anni. Molti di loro non hanno contatti fuori dalla Sicilia. E nemmeno soldi per viaggi di fortuna. Così finiscono per rimanere a Palermo e dintorni, dove già esiste una folta comunità.

La Digos ha già individuato "diversi sostenitori dell’area di matrice integralista". Alcuni frequentano la moschea di Villabate, a pochi chilometri dal capoluogo. È il più grande centro islamico della Sicilia occidentale, frequentato anche da integralisti. Dopo l’attentato dell’11 settembre 2011 alle Twin Towers di New York, a Villabate erano emersi contatti con altri radicali: frequentatori delle moschee di viale Jenner a Milano e di Brescia. La chiesa musulmana di Villabate è gestita da due venditori ambulanti marocchini. Guidano spesso la preghiera. E sono considerati un punto di riferimento della comunità islamica locale. L’altro luogo di ritrovo per la preghiera è in via Maiolico, vicino alla stazione ferroviaria di Palermo. È frequentato da un gruppo ristretto di fedeli: qualcuno, da tempo, è sotto osservazione. Le indagini però sono complesse. La polizia lo considera un sito "non controllabile" e "non aperto a frequentatori in transito". Da tempo viene monitorato anche dal consolato del Marocco per evitare derive radicali nella zona.

I pericoli, però, non arrivano solo dagli stranieri: immigrati regolarmente o arrivati sui barconi. Il dossier inviato al procuratore Lo Voi evidenzia un altro fenomeno su cui si stanno concentrando gli sforzi investigativi: "Il reclutamento e l’indottrinamento alla fede jihadista di cittadini italiani convertiti all’islam". Cani sciolti disposti a immolarsi per la causa di al-Baghdadi. Alcuni sono già noti alle forze dell’ordine e alla magistratura: sono stati autori di gesti eclatanti o sono morti in guerra. "Altri invece sarebbero in procinto di partire per raggiungere le aree teatro dei conflitti in Siria e Iraq e arruolarsi nelle file dell’Isis" rivela il rapporto.

Come nel caso del palermitano partito per un lungo viaggio in Siria, "dove non si può escludere abbia ricevuto un addestramento militare in un campo gestito da al Queda". Assieme a un altro convertito, già indagato per terrorismo, avrebbe tentato di affittare un’area nel Parco del Pollino da trasformare in agriturismo e luogo di culto. Una base d’addestramento. Come quello già scoperto nel 2013 dall’altra parte della Sicilia: a Scordia, tra gli aranceti della piana di Catania. Il Cara di Mineo, il centro di accoglienza per i richiedenti asilo più grande d’Europa, è a pochi chilometri.

Giovani convertiti alla fede islamica. E stranieri residenti in Italia, magari rientrati dopo aver passato un periodo nei campi di addestramento dell’Isis. I contatti tra queste due facce dell’estremismo si stanno intensificando e sono ormai assodati, ammettono gli investigatori. A Palermo il 28 gennaio è scattata un’operazione coordinata dal pool antiterrorismo. La Digos ha controllato le abitazioni di alcune persone considerate vicine all’integralismo. Un palermitano di 44 anni, convertito da tempo, è stato arrestato per detenzione di munizioni da guerra. I poliziotti gli hanno trovato a casa cartucce calibro 9 e 7,62 Nato, manuali d’addestramento dell’Isis e video che ritraggono cadaveri coperti da un telo bianco con scritte in arabo. L’uomo è sposato con una nordafricana: ha precedenti per violenza e in passato avrebbe avuto disturbi psichici. Per gli investigatori cammina su quella sottile linea nera che separa un "lupo solitario" da un mitomane.

Il documento di propaganda dell'Isis in italiano

Un'immagine tratta dal documento di propaganda Isis in italiano. Ansa

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Antonio Rossitto