Cronaca

E adesso di me sanno tutto

I giornalisti di Panorama sono stati 'spiati 'per settimane. Ma non si sa che fine hanno fatto le intercettazioni autorizzate nel 2012. La testimonianza di Emanuela Fiorentino - Panorama spiata: i costi -

E ora di me sanno tutto

– Credits: Mida

di Emanuela Fiorentino*

Ora di me sapranno tutto. Quindici giorni sono più che sufficienti per farsi un’idea (sbagliata o no, che importa) di una persona. Abitudini, odi e passioni. Hanno in mano le mie telefonate, in pratica la mia vita: i problemi con la scuola di mia figlia, le preoccupazioni del padre, che vive lontano, i tormenti della mia più cara amica, le grane con le badanti di mia madre.

Non voglio farla lunga, non sono la prima e non sarò l’ultima. Ma l’idea, anzi la certezza, dopo aver visto le carte depositate dalla Procura di Napoli, di essere stata spiata al telefono per giorni e giorni, mi ha fatto provare un senso di privazione. Peggio di una perquisizione, molto peggio. L’ho accomunato a quando, tornando a casa a Milano alcuni anni fa, ho trovato vuota la scatola dei gioielli. Gli orecchini della nonna, la collana per i 40 anni, qualche anello. Tutto sparito, i miei ricordi nelle mani di chissà chi. Anche quando mi rubarono l’autoradio, da ragazza, provai un po’ la stessa cosa.

Io non sono indagata, sono solo una testimone, ma penso che la sensazione sarebbe la stessa. Devo impormi di credere che la Procura di Napoli avrà i suoi buoni motivi per fare ciò che fa, se considera importante quanto la cattura di un boss ricostruire nei dettagli la confezione e la pubblicazione di un articolo di giornale, seppure delicato, seppure mediaticamente esplosivo, ma pur sempre un articolo di giornale, ci sarà senz’altro qualcosa che sfugge a me e ai colleghi di Panorama.

Ma perché indugiare nella vita di un semplice testimone?

Il 28 giugno scorso, quando mi sono seduta davanti al pm Vincenzo Piscitelli, persona garbata e gentile, ho capito che c’erano libri mastri di tabulati telefonici che tracciavano le telefonate dell’autore dello scoop con me (che ero e sono il suo caporedattore), con il direttore e non so chi altri. Poi tabulati che ricostruivano di sicuro le mie chiamate con i fratelli, i colleghi e, immagino, il parrucchiere, il medico, qualche politico e via dicendo.

Storia di due anni fa. In quel periodo c’era un amico che mi cercava spesso, era estate ed era da poco mancato mio padre. Questo amico lavorava e lavora in banca. Un particolare che lo ha reso subito interessante agli occhi dei magistrati a caccia dei soldi con cui sarebbe stata pagata la notizia in esclusiva. Interessante al punto da essere inserito, due anni dopo, cioè adesso, nella lista delle persone da intercettare. Io, lui e gli altri, indagati e non indagati, tutti insieme appassionatamente siamo finiti nelle cuffie della Digos in questi giorni d’estate, con i nostri piccoli drammi quotidiani, i nostri segreti, le nostre fonti (nel mio caso).

Confesso l’imbarazzo. Dopo averlo saputo sono stata ore a pensare. A tutto meno che all’inchiesta: chi ho chiamato in quella data, che cosa gli ho detto? Ah, il 2 luglio ho mandato un sms a tizio in cui gli parlavo male di caio. E ancora, guarda qua: se il direttore sapesse che cosa ho detto di lui in questo messaggio del 27 giugno..., e se la mia amica scoprisse che il marito mi ha chiamato il 5 luglio per avere notizie su di lei, se si arrabbiasse perché non gliel’ho detto? E se la battuta sui soldi nel reggiseno portati alla «fonte» che un collega idiota mi ha fatto quando ha saputo dell’inchiesta non fosse presa come una battuta? E se, e se... Poi mi sono fermata.

Ho smesso di leggere gli sms, centinaia, mandati e ricevuti in quindici giorni. Ho tranquillizzato me stessa, ho realizzato che stavo facendo i conti con l’imponderabile, che a nessuno in fondo interessano le mie beghe quotidiane, che quel pm garbato e gentile che mentre parlavamo si era lasciato sfuggire «giornale scandalistico» riferendosi a Panorama e poi, intuendo il mio risentimento, aveva provato a rettificare, poteva al massimo giudicarmi dal punto di vista umano.

Naturalmente secondo la sua morale. Dopo aver sentito le mie telefonate a due anni dallo scoop e letto, magari divertendosi, i miei stupidi sms. Mentre io, su di lui, su come sia solito gestire i rapporti con gli amici e con le fonti, sulla sua privacy tormentata o felice, che ne posso sapere? Zero. Un rapporto sbilanciatissimo, impossibile.

Dunque ho smesso di pensare alla mia vita telefonica e mi sono concentrata su quella vera, scoprendo purtroppo che sono quasi la stessa cosa, si sovrappongono e non possono esistere l’una a prescindere dall’altra. E allora, oltre al senso di privazione, ho avvertito un brivido quando ho pensato: è normale che nello specchio non veda riflessa la mia immagine, ma quella di un poliziotto con le cuffie?

*Capo della redazione romana di «Panorama», intercettata anche se non indagata.

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