Cronaca

Le intercettazioni? Non rinunciamoci. Ma correggiamole un po'

L'avvocato penalista, figlio di Giorgio Ambrosoli: "Gli inquirenti non rinuncino a questo strumento di indagine, ma sono necessari correttivi"

I titoli sui giornali non hanno, di certo, aiutato: “Napolitano contro la Procura di Palermo”, “Conflitto tra poteri dello Stato”, “Ma che ha combinato Napolitano?”. Si è parlato, perfino, di “inconfessabile segreto”, l’abbrivio che avrebbe condotto il presidente della Repubblica, a sollevare  un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, per la vicenda legata alla distruzione delle intercettazioni che lo riguardano, scivolate dentro il fascicolo d’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e Mafia, durante le stragi degli anni Novanta.

Al centro dello scontro, un paio di passaggi tra Nicola Mancino (ex Ministro dell’Interno) e Napolitano. Conversazioni che avrebbero dovuto essere distrutte, secondo quanto prevede l'articolo 90 della Costituzione e l'articolo 7 della legge 5 giugno 1989, n. 219.

Le norme, infatti, esplicitano il veto d’ intercettare dialoghi cui  partecipi il Presidente della Repubblica. Nel caso si manifestasse la circostanza contraria, dove uno degli interlocutori sia il capo dello Stato, le registrazioni «non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione». Principio cui s’è appellato lo stesso Presidente, nel rivolgersi all’Avvocatura dello Stato per di promuovere il «conflitto di attribuzione» nei confronti della Procura di Palermo che svolge le indagini. La procedura prevede l’intervento del Gip che dovrebbe chiederne in termini “immediati” la distruzione. Provvedimento non ancora disposto dal procuratore del capoluogo siciliano, Francesco Messineo. A pronunciarsi, ora, sarà la Corte costituzionale.
Mentre si è in attesa del giudizio formale, però, la temperie politica sembra essersi sensibilmente scaldata. Precedenti simili, in effetti, non abbondano - nel 2005 vi fu un cavillo tra l’allora presidente Ciampi e l’ex Ministro della Giustizia Castelli sui poteri della grazia da conferire a Ovidio Bompressi.

Per Umberto Ambrosoli, avvocato penalista figlio del celebre Giorgio, quella del Presidente della Repubblica “è una richiesta doverosa perché occorre che si mettano i puntini sulle “i” alle interpretazioni sulle norme”.

Il conflitto, cioè, non deve suscitare sgomento. “E’ previsto dal nostro ordinamento – prosegue Ambrosoli - E’ un passaggio naturale della vita democratica.  E’ la ricerca dell’equilibrio a determinare il conflitto tra poteri ”. “D’altronde", precisa l’avvocato, "se Napolitano avesse agito in maniera meno ortodossa, avrebbe pagato a caro prezzo la sua mancanza di rigore. La stessa circostanza d'essere finito in una discussione telefonica con l’ex Ministro Mancino non inficia in alcun modo l’indipendenza che prescrive la sua carica. Meucci Ruini, deputato all'Assemblea Costituente e Presidente della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il testo costituzionale, scriveva che il presidente della Repubblica non è ‘personaggio evanescente’. Ha certo funzioni diverse rispetto a quelle del presidente del Consiglio, ma è ‘magistrato di persuasione e influenza’. Questo taglierebbe la testa alle polemiche che lo vedono coinvolto in una conversazione con Mancino”.

Ma la procura si è mossa in maniera legittima? “La procura interpreta la norma - risponde l'avvocato - Occorre considerare che si sta giocando a ‘bocce ferme’ su una cosa che ha già un campo chiaro e delimitato. I pm hanno infatti giudicato le conversazioni del Presidente Napolitano “irrilevanti”, ai fini delle indagini, anche se le registrazioni non sono state distrutte. Legittimamente ha inteso conservare il materiale che riguarda altri indagati, nel quale è confluito “a latere” quello di Napolitano. E’ un’interpretazione giuridica”. Eppure la norma, in questo caso, esonda il perimetro della giurisprudenza per lambire anche quello più strettamente “politico”. Sulle intercettazioni si è spesa una campagna strumentale, in un passato molto recente, che sembra aver mosso, al centro della tenzone, il partito dei politici e quello delle Procure. Lo stesso intervento legislativo per regolarne l’utilizzo è naufragato, spezzato dalle tempestose correnti contrastanti.

C’è un abuso dello strumento da parte degli inquirenti? Ambrosoli, pur con la dovuta prudenza, risponde di sì: “ Da più parti si chiede una maggiore attenzione nell’utilizzo mediatico e investigativo del mezzo. Maggiore attenzione non significa rinunciarvi tout court. Occorre, però, inserire dei correttivi. Gestire efficacemente l’intercettazione significa anche non inquinare la serenità del parlare quotidiano al telefono. Che è sacrosanta. Oggi assistiamo a una propalazione anche di conversazioni che non hanno alcun interesse pubblico né penale, ai fini dell’indagine. Non vi è una giustificazione che ne motivi la pubblicazione, fermo restando che rimangono uno strumento sacrosanto per le indagini”.  

Tralasciando l’abuso mediatico, che ne pensa del loro utilizzo in ambito investigativo? Vi è un eccesso, a suo giudizio,  di ricorso allo strumento?Ricordo un’intervista di un ex magistrato – risponde Ambrosoli - che diceva di non commettere l’errore di demandare solo alle intercettazioni l’intero sviluppo delle indagini. Ecco, credo sia giusto ricordalo: ci sono mezzi altrettanto efficaci, anche se forse più faticosi, che possono ugualmente essere utilizzati. Ristabiliamo un equilibrio”.

© Riproduzione Riservata

Commenti