Cronaca

Ingroia e i suoi fratelli

Il pm palermitano è il più esposto, il più protagonista. Ma chi sono gli altri magistrati del pool di Francesco Messineo? Dal silenzioso Nino Di Matteo  a Lia Sava ecco un quadro inedito della squadra che sta facendo tremare i palazzi della politica. Leggi lo speciale sulla criminalità organizzata

In quelle stanze blindate e impermeabili, qualcuno sussurra: «Qui, si sta riscrivendo la storia del paese».
Sotto il travertino bianco del palazzo di Giustizia di Palermo, le loro scrivanie sono celate lungo un corridoio al secondo piano. Una porta di vetro e poi un’altra, conducono in quei pochi metri dove al muro sta il campanello di Antonio Ingroia e di Nino Di Matteo. Salendo le scale, al terzo, in mezzo alle fotocopiatrici si intravede l’ufficio di Lia Sava, di Francesco Del Bene e di Paolo Guido.

Il pool della trattativa è solo una questione di metri, visibile dietro delle anguste porte, pesanti come il piombo.
E’ questo il pool che ha messo alla sbarra ministri ed ex ministri accomunandoli alla mafia dei corleonesi con cui tramavano in nome di una tregua di Stato. E sempre questo il pool che ha fatto scomodare perfino il presidente Giorgio Napolitano e muovere alla consulta un conflitto d’attribuzione per una telefonata che rimane secretata in uno dei tanti cassetti di una procura che ha sostituito nell’immaginario quella che ha disfatto la prima Repubblica, la procura di Milano.
Adesso perfino la sagoma di Ingroia, il sostituto procuratore che ha condotto dal 2008 le indagini sulla trattativa, appare più grande della sua statura. Lui, il procuratore vilipeso e criticato è pronto ad abbandonare e fuggire in Guatemala (un incarico dell’Onu) dopo il rinvio a giudizio di imputati eccellenti proprio all’epilogo dell’inchiesta che rimarrà legata al suo nome.

Indiscussa è infatti la leadership che nella procura guidata da Francesco Messineo, Ingroia, 53 anni, ha imposto sugli altri sostituti procuratori. Nessuno oggetto come Ingroia di maggiori critiche.
Allievo di Paolo Borsellino e maestro di una scuola di pensiero che lo contrappone a quella di Piero Grasso e Giuseppe Pignatone, tutti magistrati che a Palermo si sono sfiorati e mai presi. Li chiamano gli studenti di Caselli (Ingroia, Di Matteo, Del Bene, Guido) eppure solo Ingroia, per ragioni anagrafiche, può vantare una cattedra più illustre, quella di Borsellino, al punto da seguirlo a Marsala prima, a Palermo dopo.
Nel gioco di strategie investigative che è stata e che è la procura di Palermo, Ingroia milita in quella  di Roberto Scarpinato (procuratore di Caltanissetta) dato come possibile successore di Messineo. E’ la scuola chiamata dei “teoremi e della congettura”, al contrario di quella a cui appartengono Grasso e Pignatone. Due linee investigative che si scontrano. La prima attratta da suggestioni e ipotesi investigative, l’altra attenta ai fatti, alla dimostrazione di questi ultimi.
E celebre resterà una statistica che Riccardo Arena registrò sul Foglio: dal 2000 al 2008, Ingroia si è occupato “solo” di due “grandi processi”, quello che ha visto indagato Dell’Utri e Bruno Contrada entrambi finiti con un’assoluzione e prescrizione. Tattico, al punto da non smettere di punzecchiare la politica e provocare le ire da parte della sinistra, quella che per intenderci non legge Il Fatto.

Sgarbi lo chiamò un ayatollah, altri un ulema per via della sua barba. Non ha mai escluso un suo futuro impegno in politica, non ha mai rifiutato di presenziare a inviti politici. E se tutto si sa di Ingroia (perfino alcuni lavori di ristrutturazione della sua villa, che avrebbe fatto la ditta edile di Michele Aiello, un mafioso che aveva rapporti con Totò Cuffarò, in carcere per mafia), meno si sa di Da Nino Di Matteo a Francesco Guido  colui che alla stampa ha confermato di avere l'intercettazione della telefonata del presidente Napolitano. Da vent’anni magistrato, tra Caltanissetta e Palermo. Ha sempre preferito centellinare gli interventi se si eccettua un libro “Assalto alla toga” che ne fa da biografia.
I suoi figli sono nati con la scorta come balia e da giovane fu quello che ebbe il coraggio di imporre a Riina il silenzio («si era avvalso della facoltà di non rispondere», ricorda lui). Non ha mai escluso che i magistrati possano fare politica, ma solo dopo aver scelto di abbandonare la toga in maniera definitiva. Alla domanda si sente politicizzato rispose: «Non mi sento politicizzato, i pm politicizzati sono quelli dei salotti». E già indicano lui come il pm che dovrebbe prendere in mano la “trattativa”.
Forse è dunque  Paolo Guido, tra i magistrati che hanno lavorato a fianco di Ingroia, il più riflessivo e prova ne è il rifiuto a mettere in calce la sua firma alla richiesta di chiusura delle indagini, momento in cui si spaccò la procura palermitana e che portò alla nomina di Francesco Del Bene al suo posto.
Napoletano, giovanissimo, entrato in procura soltanto nel 1997. Si deve a lui l’arresto del boss Mimmo Raccuglia, il luogotenente di Matteo Messina Denaro, sempre Del Bene ha seguito le indagini sull’omicidio Rostagno.
Finora si è pagato perfino le trasferte nell’ultimo anno, dall’aereo, ai pasti all’hotel. Pizzetto siciliano e occhiali a giorno. Di sicuro tra i magistrati della trattativa è quello che a Palermo risiederà ancora per tanto tempo.

L’eccezione è quindi Lia Sava, non solo perché sia donna, bensì perché non appartiene alla scuola Caselli-Ingroia, tutt’al più ha fatto scuola di provincia. Pugliese di 48 anni, trasferita a Palermo sulla spinta dell’esempio Falcone e Borsellino. «Siamo ancora in poche a buttarci nella mischia», ebbe a dire anni fa. Nella mischia è finita sin da quando arrivò in città e dovette seguire il suicidio del giudice sardo Luigi Lombardini. Pensare che iniziò da pretore rallentando i treni, suo un decreto che in un quartiere romano ordinò la diminuzione di velocità delle vetture.
E adesso c’è chi si chiede cosa rimarrà di questo pool. Nulla è stabile a Palermo, una stazione di passaggio, poco più che una tappa nel cronometro della storia italiana.

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