Cronaca

Guerinoni e Bossetti, padre e figlio

 La svolta è arrivata quando è stato scoperto che le tracce genetiche lasciate sul corpo di Yara somigliavano a quelle di un autista morto nel 1999. Panorama è in grado di mostrare il volto giovanile di quell’uomo. Tutti gli articoli sul caso Yara

Giuseppe Guerinoni e Massimo Bossetti

Affiancare le due fotografie della pagina precedente è quasi come sovrapporre due profili di dna: sembrano proprio padre e figlio. Quello a sinistra è Giuseppe Benedetto Guerinoni, ripreso quando aveva circa 40 anni. Il secondo ormai lo conosciamo tutti: è Massimo Giuseppe Bossetti, 43 anni, l’uomo che gli inquirenti bergamaschi indicano come l’assassino di Yara Gambirasio e che la genetica inchioda alla reale identità di «Ignoto 1», figlio illegittimo dell’autista di pullman morto nel 1999 all’età di 60 anni. Orecchie, naso, tempia, zigomi, bocca, mento: basterebbe portare Guerinoni a fare un giro ai giorni nostri, tra abbronzature artificiali, mèche e colpi di sole, e si farebbe fatica a distinguere l’uno dall’altro.

Questa foto non può certo né vuole essere prova di colpevolezza, ma un documento importante che ci racconta anche cosa sta succedendo sul versante investigativo: Procura di Bergamo, carabinieri del Ros e Polizia di Stato non si sono fermati alla perfetta coincidenza dei profili genetici, il cui margine di errore è infinitesimale, ma lavorano per cercare ulteriori riscontri, indizi e prove che trasformino in fortino inespugnabile il castello accusatorio.

E proprio nelle ultime ore, stando a quanto risulta a Panorama, emergono diversi aspetti nascosti nella vita del presunto assassino. Bossetti infatti non sarebbe tutto casa e chiesa, come vuole la vulgata di paese. E neppure un uomo senza vizi e senza svaghi, totalmente dedito al lavoro e ai figli, che torna presto a casa la sera, fa la doccia, siede sul divano, coccola i cani, gioca con i figli, cena, poi guarda la televisione, si addormenta, va a letto. No, per sua moglie Marita Comi, purtroppo, le sorprese non sono finite. Prima l’arresto del marito con l’accusa di omicidio, che ha infilzato la sua vita come un fulmine a ciel sereno. Poi, un secondo dopo, la scoperta che suo suocero non è il padre di suo marito e neppure il nonno dei suoi figli.
Ora, un pezzo alla volta, la donna viene a conoscenza di particolari della quotidianità del marito che per gli investigatori sono spie di una doppia vita del presunto assassino di Yara. A partire dalla passione per le lampade solari, due volte a settimana. Passatempo che potrebbe essere irrilevante ai fini dell’inchiesta, se non fosse che il centro estetico di Brembate era situato in via Gotti, a 100 metri dall’abitazione dei Gambirasio. E sarebbe proprio questo il punto di contatto con il mondo di Yara, mentre Bossetti, subito dopo l’arresto, aveva raccontato che andava a Brembate soltanto per «passare ogni tanto da mio fratello e dal commercialista». Salvo poi venire contraddetto da entrambi. Dal fratello, che ha detto di vederlo raramente, e dal professionista: non più di una volta al mese.

Ma la rivelazione è un’altra. Panorama l’ha raccolta, verificata e confermata. Massimo Giuseppe Bossetti, negli ultimi 6 mesi prima dell’arresto, ogni mercoledì sera usciva senza moglie, con alcuni amici, per andare a Brignano Gera d’Adda, a 30 chilometri da casa. Il gruppo passava la serata in un locale che si chiama Sale e Brasa, con ristorante, bar, tavoli e una pista da ballo con musica latinoamericana. Ingresso libero, consumazione obbligatoria. Il mercoledì è il giorno dedicato alla movida con serate a tema, ragazze giovani in abiti succinti ad allietare la vista e l’umore dei clienti.
Anche in questo caso, meglio essere chiari: il fatto che un uomo vada a ballare di nascosto dalla moglie in mezzo a belle ragazze non lo trasforma affatto in assassino. Se la bugia fosse metro di colpevolezza, saremmo tutti alla sbarra. Ma qui la circostanza assume un duplice valore. Perché smonta l’immagine che l’uomo ha dato di sé negli interrogatori ed è stata confermata dalla sua comunità, e pone gli inquirenti di fronte a un interrogativo da sciogliere in fretta: davvero la moglie di Bossetti non conosce le abitudini del marito? Oppure mente perché ha scelto di alzare un muro tra la sua famiglia e le indagini?

Una cosa è sicura: alla ricerca di ulteriori conferme su Bossetti, gli inquirenti indagano anche sulle frequentazioni del presunto assassino. Chi sono gli amici con cui andava a far serata il mercoledì? Perché non si sono fatti vivi? Condividevano altri svaghi? Intanto si passano al vaglio i filmati della banca vicino a casa Gambirasio, per capire se l’indagato passava di lì soltanto per andare a fare le lampade o perché seguiva Yara. E si effettuano nuovi test sui frammenti di fibre di stoffa recuperati sugli indumenti della ragazza. Coincidono con il copridivano rosso di casa Bossetti? Anche i peli dei cani verranno analizzati dai Ris di Parma per confrontarli con le formazioni pilifere senza bulbo trovate addosso a Yara. Infine, la macchina e il furgone di Bossetti, sequestrati, verranno scandagliati alla ricerca di materiale biologico della tredicenne di Brembate. Tutto ciò che di nuovo dovesse arrivare si andrebbe ad aggiungere a un quadro probatorio ritenuto «importante», al punto da spingere la procura a tentare la carta del giudizio immediato.
Ci sono due modi per valutare gli indizi contro Bossetti. Il primo è metterli in una sorta di elenco, uno dietro l’altro, dal dna al telefonino. E già siamo in presenza di elementi importanti. Ma se facciamo uno sforzo e li inseriamo uno alla volta nel percorso investigativo, ecco che il loro peso aumenta fino a comprimere e schiacciare Bossetti. Ripartiamo dall’inizio. Il corpo di Yara viene trovato nel campo di Chignolo d’Isola il 26 febbraio 2011, tre mesi esatti dopo la sua scomparsa. La scena del delitto disegna il profilo dell’assassino: è un uomo che non voleva uccidere, se anche ci ha provato non è stato in grado di farlo. La ragazza infatti è morta di freddo e non per le ferite da taglio, che sono confuse e non esprimono una chiara volontà di uccidere. L’autore non è un maniaco sessuale, non ha precedenti penali. È un uomo del posto, che molto probabilmente Yara conosceva perché è arrivata nel campo con i suoi piedi: non vi è stata trascinata. L’uomo l’ha condotta fin lì e lì l’ha abbandonata, in preda al panico dopo che la situazione gli era sfuggita di mano, forse perché temeva di compromettere un’immagine pubblica di marito e padre integerrimo.

C’è poi la traccia biologica sul corpo di Yara, che dopo infinite analisi viene definita «molto probabilmente sangue». La traccia è mista a quella di Yara, un indice di colluttazione; ed è localizzata sui leggings e nella parte interna delle mutandine, quindi dove il rischio di contaminazione è praticamente nullo. Viene analizzata dall’Università di Pavia, dal San Raffaele di Milano, dall’Istituto di medicina legale di Milano, dal Ris di Parma. Tutti arrivano allo stesso profilo genetico: «Ignoto 1».
Certo, l’indagine sarebbe stata più difficile se le celle telefoniche, la sera del 26 novembre 2010, avessero collocato Bossetti in Sicilia o anche soltanto a Milano. Invece l’indagato è lì, esattamente nel posto dove scompare la ragazza. Il fatto che abiti vicino non è certo una sorpresa per gli inquirenti. A questo punto si vanno a riprendere i tanti pezzetti di puzzle conservati in ordine sparso nei cassetti dei carabineri del Ros, come le parole del fratellino di Yara che un anno prima aveva raccontato la confidenza della sorella, preoccupata per un uomo con una macchina grigia che «le stava addosso».
Poi le contraddizioni di Bossetti, che non ricorda quel che ha fatto la sera del delitto, probabilmente sarà stato a casa come sempre, ed è certo che la batteria del telefono fosse scarica. E le parabole delle tv davanti alla palestra che l’uomo avrebbe notato la sera del 26 o del 27, quando in realtà non erano ancora arrivate.

Alla luce di tutto ciò, non basta dire: io sono innocente, non so spiegare come mai il mio dna sia finito lì. Oppure: la scienza si sbaglia, perché Massimo è figlio di mio marito e io non sono mai stata con Guerinoni, come fa mamma Ester. Ci vuole ben altro per scardinare un puzzle. E un po’ anche l’incredibile somiglianza tra due fotografie. (carmelo.abbate@mondadori.it)    © riproduzione riservata

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