Cronaca

Le forzature del Rubygate

La condanna di Berlusconi a 7 anni? "Dettata da un processo mediatico". La concussione? "Tutt’al più un’indebita induzione". Mentre per il 18 luglio è prevista la sentenza d’appello, Vinicio Nardo, segretario dell’Unione delle camere penali, smonta il processo di primo grado.

Ruby – Credits: Getty

"La magistratura è incontrollata, incontrollabile, irresponsabile e gode dell’immunità piena". Le parole pronunciate il 19 giugno da Silvio Berlusconi nella deposizione da testimone al processo napoletano a Valter Lavitola potrebbero costargli l’incriminazione per oltraggio alla corte. Altro che libertà di espressione, la magistratura non si tocca né si critica. Nel frattempo il processo d’appello Ruby, che si è aperto il 20 giugno a Milano, corre speditissimo: la sentenza è prevista per il prossimo 18 luglio.

Di sentenza surreale, quella di primo grado, nel giugno 2013 ebbero a parlare i legali dell’ex premier. Panorama ha intervistato un avvocato fuori dai giri berlusconiani, uno scrupoloso tecnico del diritto. A sentire Vinicio Nardo, segretario dell’Unione delle camere penali, "una condanna a 7 anni per quella vicenda impressiona chiunque abbia qualche dimestichezza con le aule giudiziarie".

In primo grado, nel processo Ruby, Berlusconi è stato condannato a 6 anni per concussione più uno per sfruttamento della prostituzione minorile. Pena giusta? Eccessiva?
È una condanna esemplare. Persino Mani pulite non arrivò a pene simili, se non in pochissimi casi. Ricordo il processo a Sergio Cusani (inchiesta Enimont, pm Antonio Di Pietro, ndr) che fu celebrato in tv con grande fanfara mediatica e portò a una condanna a poco più di 5 anni di carcere. Ecco, è la logica del processo mediatico in cui ognuno recita la sua parte. Ci sono vicende che suscitano un’indignazione ben maggiore, come i fatti di corruzione o gli incidenti stradali, in cui difficilmente si arriva a 7 anni.

Pietro Ostuni, l’ex funzionario della questura di Milano che sarebbe stato concusso, ha sempre escluso ogni pressione. Possibile?
La negazione da parte della vittima non esclude la condanna dell’ imputato. In questo caso però la presunta vittima è un funzionario di polizia la cui parola è assistita da un grado di credibilità superiore a quella del comune cittadino. Inoltre il racconto che il funzionario ha reso in tribunale non sembra in linea con una manovra di costrizione da cui non hai scampo. Tutt’al più può ricondursi a un’indebita induzione.

È stato il giudice a riqualificare il reato di concussione nella fattispecie più grave, quella per costrizione. Che ne dice?
Quella telefonata alla questura non è un fatto inconsueto, ma è inconsueto che la faccia il premier in persona invece di delegarla a un sottoposto. Mi sono confrontato con colleghi che si occupano di minori. Posso dire che in una situazione del genere, se qualcuno richiede l’affidamento di una ragazza quasi diciottenne, si preferisce affidarla. Una telefonata simile evita una seccatura alla questura e alla stessa comunità che dovrebbe accogliere una ragazza quasi maggiorenne capace di creare ulteriori problemi.

Secondo la sentenza, Karima el Mahroug è una "minore adultizzata" che sarebbe stata sfruttata a fini prostitutivi. Però lei ha sempre negato e mancano le prove del rapporto sessuale. Lei come vede il caso?
Anche qui il fatto che la vittima neghi non comporta l’assoluzione dell’imputato, ma richiede l’esistenza di prove forti per superare la negazione della vittima e per condannare l’imputato.

Alla fine del processo Ruby, 32 testimoni che non si erano allineati alla tesi accusatoria sono stati iscritti nel registro degli indagati per falsa testimonianza. Insolito, no?
Non succede di frequente, e soprattutto non vale la regola che il testimone cui il giudice non creda finisca automaticamente in procura. Altrimenti ogni processo genererebbe altri processi. La tesi dei pm, in questo caso, è che ci sia stata corruzione in atti giudiziari. Tuttavia, mettere insieme persone con profili così diversi, cioè le cosiddette Olgettine, un poliziotto come Giorgia Iafrate e un giornalista di razza come Carlo Rossella, ipotizzando che costoro tramassero insieme ai fini di uno sviamento della giustizia, mi sembra un’operazione alquanto ardita.

I legali di Berlusconi non richiederanno la legittima suspicione. Ma tra le accuse rivolte dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo al suo capo Edmondo Bruti Liberati, e appena risoltesi in un’archiviazione al Csm, c’è anche quella di aver favorito Ilda Boccassini nell’assegnazione del fascicolo sul Rubygate. Fanno bene?
L’archiviazione da parte del Csm indebolisce l’eventuale richiesta di rimessione del processo. C’è in sospeso un’analoga richiesta da parte dei legali del presidente della Provincia di Milano Guido Podestà sulla quale si esprimerà a breve la Cassazione. Forse si attende di conoscere anche quell’esito.

Ma lei che idea si è fatto del "caso Milano", del contrasto Bruti-Robledo?
La decisione del Csm ha un sapore politico con la benedizione del presidente della Repubblica. Ciò detto, con lo scontro tra Bruti e Robledo abbiamo toccato con mano l’opacità che esiste nella gestione degli affari interni della procura. Gli uffici di pm e giudici seguono criteri ben diversi: i primi sono uffici gerarchici con un capo che decide e distribuisce gli affari; per i secondi vale la garanzia giurisdizionale del "giudice naturale". Per questo le loro carriere andrebbero separate. Il caso Milano mostra che noi penalisti non siamo paranoici. Capita sovente nelle procure italiane che si apra un fascicolo dove far confluire fatti emersi in un altro, al solo fine di aggirare i termini delle indagini preliminari. Già con la commissione presieduta da Giovanni Canzio (presidente della Corte d’appello di Milano, ndr) abbiamo chiesto di attribuire al gip il potere di verificare se l’iscrizione nel fascicolo o l’apertura di procedimenti paralleli risponda ai criteri dettati dal codice. Alla fine non se n’è fatto nulla.

Insomma, lei concorda con il Csm: nessuna irregolarità da parte di Bruti?
Ha esercitato le prerogative del capo. Il fatto grave è che abbia dimenticato un fascicolo in cassaforte.

Il tema della separazione delle carriere da lei sollevato non è però nell’agenda del governo Renzi...
È vero, Matteo Renzi non ne ha mai parlato. Ma chi vuole riformare il sistema non può prescindere dalla revisione profonda dell’ordinamento giudiziario. Il premier parla dell’omicidio stradale, un reato di cui non sentiamo necessità; si affida al Michele Gratteri o al Raffaele Cantone di turno per questione d’immagine. Tuttavia, se vuole fare sul serio, deve toccare la corporazione. Lo ha fatto con la Confindustria e con la Cgil. Non deve avere paura di farlo con i magistrati.

Sulla responsabilità civile dei magistrati il premier ha assicurato che il testo licenziato dalla Camera, che prevede la possibilità per il cittadino di rivalersi direttamente nei confronti del magistrato, sarà modificato in Senato. Voi che posizione avete?
Per noi dell’Ucp la citazione diretta non va bene. Non c’è dubbio però che l’attuale situazione, per cui i magistrati hanno uno statuto che li rende di fatto irresponsabili sotto ogni profilo, vada superata. La nostra proposta mantiene la citazione nei confronti dello Stato, che poi può rivalersi sul magistrato, ma abolisce il filtro di ammissibilità dei ricorsi, che esiste solo per i magistrati. E aggiunge tra le cause di responsabilità per dolo o colpa grave anche la valutazione erronea dei fatti.

In oltre 26 anni di applicazione della legge Vassalli ci sono state soltanto 7 condanne nei confronti di magistrati. Pochine, vero?
Parlano i numeri.

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