Cronaca

Emergenza immondizia. Il gran rifiuto

Le crociate contro i termovalorizzatori ci costringono a esportare a caro prezzo la spazzatura all’estero, dove la trasformano in energia. E il ministro ci riprova: piuttosto il Nord Italia aiuti il Sud.

Credits: Alessandro Tosatto/Contrasto

Passi, almeno per ora, a Napoli e in Campania, dove un fragilissimo equilibrio sempre sul filo della catastrofe si regge grazie all’export d’immondizia. Ma dei treni, o delle navi, in viaggio per l’Europa, carichi dei rifiuti che la capitale d’Italia non riesce a smaltire, il governo non ne vuole proprio sapere. Come preannunciato da Panorama all’inizio di ottobre (vedere italia.panorama.it/cronaca/Rifiuti- Non-hai-voluto-il-riciclo-Paga) a Roma hanno messo a punto un piano per far fronte alla saturazione della discarica di Malagrotta. La municipalizzata della nettezza urbana, l’Ama, sta approntando in queste ore una gara europea per esportare, a pagamento, 1.000 tonnellate di spazzatura romana al giorno dal prossimo 1 gennaio. «Ma sarebbe un danno di reputazione enorme per il nostro Paese, oltre che un’operazione doppiamente masochista» obietta il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. «Forniremmo materia prima per produrre energia ai termovalorizzatori olandesi, tedeschi o di qualsivoglia paese europeo, pagando un prezzo altissimo e privandoci di risorse che potrebbero restare in Italia» chiarisce. E spiega a Panorama il suo piano per scongiurare questo smacco paradossale: invece che all’estero, si smaltisca l’immondizia di Roma in patria e in particolare nei termovalorizzatori del Nord, sia pure «per un periodo transitorio».

L’impresa non è priva di incognite, ma ha le sue ragioni: «In tutte le regioni settentrionali ci sono impianti funzionanti che oggi non lavorano a pieno regime e hanno capacità inutilizzata» scende nei dettagli Clini. Il motivo? «La crescita della raccolta differenziata e del recupero dei rifiuti, che ha ridotto il combustibile per i termovalorizzatori».

E se il Nord non ne volesse sapere? Se all’arrivo dell’immondizia romana si alzassero gli scudi, come è già accaduto con la monnezza napoletana? «Capisco le resistenze a farsi carico dei problemi di chi non li ha mai voluti affrontare a casa propria» premette il ministro. Ma ammette che di fronte al pericolo esportazione «potrei chiedere alle regioni del Nord di trattare, per un periodo di tempo, i rifiuti di Roma e del Lazio. Però potrei farlo solo a una precondizione: che il Lazio e Roma ci fornisssero un programma puntuale. Date precise, a partire dalle quali si impegnano a trattare le diverse frazioni di rifiuti in impianti presenti nella regione».

Nel Lazio, del resto, gli impianti ci sono, ma «non funzionano come dovrebbero», oppure sono progettati, ma restano «inspiegabilmente bloccati alla regione da tempo». Il controsenso? In provincia di Roma, a Colleferro, c’è un termovalorizzatore che brucia «l’immondizia di altre regioni d’Italia, però non quella di Roma, perché a Roma non c’è chi produca il combustibile da rifiuti necessario, il cosiddetto cdr».

In Europa, intanto, la normativa è in evoluzione. «Raccolta differenziata e recupero restano la scelta prioritaria. Tuttavia si ritiene che le regole molto severe che ci siamo dati per l’incenerimento consentiranno di favorire in qualche modo la movimentazione dei rifiuti utilizzabili per produrre energia nei termovalorizzatori» ritiene Clini. E passa all’attacco: «A quel punto vorrei evitare che Milano, Padova o altre città del Nord importassero rifiuti dalla Gran Bretagna e non da altre parti d’Italia. Oggi non accade, ma il rischio è concreto». La dotazione di termovalorizzatori del nostro Paese «probabilmente non basta per risolvere tutte le situazioni critiche, Sicilia e Calabria in primis» tira le somme il ministro. «Per Roma e anche per Napoli, invece, sì, gli impianti attualmente in funzione sono sufficienti».

In Italia ci sono 54 termovalorizzatori; 13 sono fermi, arrestati perché troppo vecchi o perché sono in corso lavori di ristrutturazione, oppure per le proteste e le inchieste della magistratura. Altri 20 sono già stati pianificati, fra impianti nuovi e ampliamenti di quelli esistenti, cantieri aperti o progetti in corso di approvazione. L’incenerimento dell’immondizia, con recupero di energia, avanza: negli ultimi 10 anni è cresciuto del 130 per cento, anche se, come attestano gli ultimi dati ufficiali dell’Ispra relativi al 2010, riguarda solo il 16 per cento dei rifiuti urbani.

Anche la raccolta differenziata aumenta, sfiora quota 40 per cento, ma la media nazionale è ancora 25 punti sotto gli obiettivi di legge per quest’anno. La forma di smaltimento più diffusa resta la discarica. L’Europa la considera la soluzione più pericolosa, al punto da «pensare seriamente di vietarla», come ha di recente dichiarato il commissario Ue all’Ambiente Janez Potočnik. In Italia finisce sottoterra poco meno della metà dei nostri scarti, la maggior parte mai pretrattati come imporrerebbero le norme.

Caldeggiata dalla Commissione europea, l’opzione inceneritore divide e infiamma gli animi in Italia. Genera paura, ostilità, agguerriti comitati contro. E non importa se l’alternativa sono le discariche prossimamente fuorilegge o lo spauracchio del caos rifiuti. Un referendum indetto dal comitato Valle virtuosa ad Aosta ha appena bloccato l’impianto che la regione aveva già messo a gara con l’intento di «non finire come a Napoli». A Parma l’amministrazione a 5 Stelle si sta giocando il tutto per tutto per impedire l’inaugurazione del termovalorizzatore che la Iren, la multiutility emiliana che lo sta costruendo, ha fissato per le «primissime settimane dell’anno nuovo». A Genova il sindaco di centrosinistra Marco Doria ha congelato il forno voluto dal suo predecessore Marta Vincenzi, che pure guidava una giunta dello stesso colore.

Fermamente contro anche i primi cittadini di aree sull’orlo del baratro come Luigi De Magistris a Napoli e Nicola Martini da Albano Laziale. I ripensamenti arrivano persino dall’Emilia-Romagna, seconda regione d’Italia per numero di termovalorizzatori (otto, contro i 13 della Lombardia) e quantità di rifiuti inceneriti (un terzo del totale). Quest’autunno l’assessore regionale Sabrina Freda ha annunciato la prossima chiusura progressiva di tutti gli impianti.

In una regione a rischio emergenza come la Puglia, invece, il piano centrali elettriche a combustibile rifiuti va avanti, seppur lentamente. Il governatore Nichi Vendola lo ha appaltato in toto alla Marcegaglia, che da 10 anni gestisce l’impianto di Massafra, vicino a Taranto. A giorni entrerà in esercizio quello di Manfredonia, in provincia di Foggia, costato 70 milioni di euro (15 di finanziamento pubblico a fondo perduto) e un iter accidentato lungo 13 anni. «In fondo ci abbiamo messo meno di Aung San Suu Ky a ritirare il suo Nobel per la Pace» scherza Roberto Garavaglia, l’uomo dell’energia del gruppo metallurgico, che nel frattempo ha ottenuto pareri tutti positivi pro autorizzazione integrata ambientale per raddoppiare la centrale di Massafra. A Modugno, provincia di Bari, si è invece impantanato tutto. Le autorizzazioni sono state concesse, poi ritirate e finite al centro di un processo penale in corso.

I termovalorizzatori sono pericolosi? Beppe Grillo li chiama «le fabbriche della morte». Il ministro Clini si sente di garantirne la sicurezza per la salute e l’ambiente: «Le regole italiane ed europee in materia sono severissime, molto più di quelle per le centrali elettriche tradizionali. Gli impianti oggi in funzione in Italia o rispettano queste norme o sono già stati chiusi».

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