Cronaca

Ecco come i boss di Gomorra conquistano Milano

Le intercettazioni telefoniche dei camorristi che fanno affari d’oro in Lombardia

La cattura del latitante dei Casalesi Antonio Iovine (credits: LaPresse)

Il primo a capire l'importanza della città all’ombra della Madonnina, con i suoi colletti bianchi, la vita notturna scintillante e i palazzi maestosi, era stato Michele Zagaria, detto “Capastorta”, ex primula rossa eccellente che ha perso la sua partita con lo Stato lo scorso dicembre, dopo 16 anni di latitanza: “Bisogna farsi furbi. Ormai tutte le cose partono da Milano”. Le parole, prima. E poi i fatti. Che hanno spinto i Casalesi a investire in beni immobiliari di lusso, attraverso un risiko societario che partiva da sperduti paesini della Campania a arrivava fin nel centro del capoluogo lombardo, a due passi da Villa Necchi Campiglio, la dimora storica più bella della città. Ma le organizzazioni criminali, si sa, funzionano come aziende. E se un’azienda investe in un nuovo prodotto, le concorrenti la imitano. E così, dopo i Casalesi, sono arrivati i “cutolini”.

Sale giochi, bingo, video poker, spericolati investimenti immobiliari e – ovviamente – il riciclaggio di denaro sporco. E’ questo l’immenso giro d’affari che ha permesso ai tentacoli dei boss di Gomorra di espandersi al Nord. Non padrini qualunque, appunto, ma i diretti proseliti di Raffaele Cutolo, detto “Vangelo”, il padre della Nuova Camorra Organizzata, la Nco.

La Procura di Napoli e i Carabinieri del Noe di Roma, guidati dal colonnello Sergio De Caprio (il Capitano Ultimo che strinse le manette ai polsi di Totò Riina) e dal capitano Pietro Rajola Pescarini, hanno sequestrato beni per 20 milioni di euro al clan Belforte fra Milano e Caserta. La Camorra “cutoliana”, infatti, aveva fatto affari d’oro nel cuore del capoluogo lombardo, conquistandosi anche lo storico locale Gran Caffè Sforza, attraverso società immobiliari e fabbriche di videopoker. Come referente, c’era l’uomo d’affari Mario Russo, 47 anni, affiliato al clan dei Mazzacane di Marcianise, Caserta. Secondo alcuni pentiti, Russo sarebbe l’uomo di fiducia di Pasquale Scotti, latitante dal 1985, detto “Pasqualino o' collier”, soprannome che si è guadagnato per aver regalato un collier alla moglie del capo dei capi, Raffaele Cutolo appunto.

Quello che emerge dalle indagini degli inquirenti è un giro d’affari enorme nello spaccio di droga e nelle imposizioni di macchinette di videopoker o slot machine agli esercenti dei bar. Ma soprattutto – le intercettazioni telefoniche contenute nel provvedimento di sequestro presentato dalla Procura di Napoli – fotografano una realtà criminale fatta di guerre e scalate, fra padrini e “cani sciolti” che tentano di guadagnarsi la loro fetta di business: «Ma non si può fare niente, non si può parlare con nessuno?dice uno dei boss intercettati - stanno così, come cani sciolti……come vogliono loro. Stanno camminando incappucciati con targhe coperte e vanno a fare i cazzi loro, venerdì passarono pure fuori al barcon la pistola ». Fra i clan antagonisti, dunque, è scoppiata una battaglia quotidiana senza esclusione di colpi: “E’ guerra… è guerra, si deve scendere a fare guerra. Solo così si può andare avanti». E poi, ancora: “Girano, se ne vanno… ti danno spazio di ammazzarli di mazzate, li puoi ammazzare di mazzate tranquillamente”.

Sembriamo cani sciolti, stiamo uno contro ad altri, sta un macello – dice ancora al telefono uno degli uomini legati alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo - se non vogliamo bruciare tutto quello che comunque tu ci hai buttato il sangue specialmente tu, vediamo di prendere una decisione, hai capito? Si deve prendere una volta e per sempre, prima che ci bloccano tutte le macchine e finiamo di fare”.

Il potere dei boss campani si fa sempre più grande. E si guadagna attenzione e i favori da parte delle istituzioni. Secondo gli inquirenti, infatti, che continuano ad indagare in un secondo filone d’indagine, i camorristi potevano vantare appoggi, protezioni e contiguità anche da parte di “talpe” fra le forze dell’ordine. E persino nei Tribunali. Emblematico il tentativo di procurarsi un certificato antimafia, in modo da aggirare i controlli, per i locali a loro intestati: «Il bar di via Sforza deve sembrare pulito. Mi serve il certificato camerale, con la dicitura antimafia. E mi serve urgentemente”.

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