Cronaca

Ha ammazzato una donna a pugni, è libero (e incensurato) in Ucraina

Oleg Fedchenko uccise una donna che passava per strada, a Milano. Ritenuto schizofrenico, non è stato processato. Noi siamo andati a cercarlo, abbiamo scoperto che guida un bus e ha un fucile in casa

PUGILE MASSACRA PASSANTE: FILIPPINA DECEDUTA

Oleg Fedchenko – Credits: ANSA/MILO SCIAKY

Oleg Fedchenko ha ammazzato a cazzotti una donna scelta a caso, in pieno centro a Milano, alle nove del mattino del 6 agosto 2010. Una perizia lo ha dichiarato incapace di intendere e di volere, il giudice lo ha prosciolto e fatto accomodare in un ospedale psichiatrico giudiziario. Ci è rimasto fino all’autunno del 2014, quando è tornato a vivere in Ucraina.

Siamo andati a cercarlo, a rincorrerlo mentre faceva di tutto per non farsi trovare, e abbiamo scoperto che per il suo paese è addirittura un uomo senza macchia. Il suo nome è sconosciuto alle autorità di pubblica sicurezza come all’ambasciata italiana. Non figura neppure nella lista degli individui con precedenti reati. La sua fedina penale è pulita.

Un uomo libero

In buona sostanza, Oleg è partito da Kiev da uomo libero, e ci è tornato a vivere da uomo libero. Quello che è successo in mezzo in Italia è come non fosse mai avvenuto. Così oggi l’uomo che dovrebbe essere affetto da una forma di schizofrenia, guida un minibus e trasporta donne e bambini in giro per l’Ucraina. E nella casa dove risulta abitare, è registrata la detenzione di un fucile.

Tutto questo mentre la famiglia di Emlou Arvesu, la lavoratrice filippina massacrata per la sola colpa di trovarsi in strada mentre l’uomo, appena lasciato dalla fidanzata, era sceso per sfogare la sua rabbia, non ha mai visto un briciolo di risarcimento o indennizzo. Né da parte dell’assassino, né dalle istituzioni. Le quali, abbiamo appurato, non conoscono neppure l’indirizzo di Kiev dove vive Fedchenko. Se dovessero avere bisogno di lui, non saprebbero dove cercarlo.

La ricerca

Noi lo abbiamo rintracciato grazie a un paziente e complesso lavoro di ricerca, e incrociando i dati della patente con quelli dei registri dell’energia elettrica e del gas. Recuperato un indirizzo, siamo andati a bussare alla sua porta. Oleg, che oggi ha 30 anni, risulta abitare in Prospekt Pobedy, una delle vie più grandi di Kiev, non lontana dal centro. Il palazzo è il classico blocco comunista di epoca Krusciov. I muri sono scrostati, i balconi cadenti.

Gli appartamenti sono tutti uguali, la superficie non supera i 30 metri quadrati. Il costo si aggira sui 45 mila dollari, la valuta utilizzata per le compravendite immobiliari. Un dollaro vale 23 grivne, la moneta ucraina. I proprietari sono soprattutto dipendenti statali, che guadagnano in media 2 mila grivne al mese, e anziani che sopravvivono con una pensione di mille grivne, circa 40 euro. Un chilo di patate costa 8 grivne, le spese di condominio, luce, acqua, gas, ammontano a 700 grivne.

La guerra

L’appartamento di Oleg è al quarto piano. Nessun nome, solo un numero alla porta. E un campanello, al quale non risponde nessuno. Una vicina di pianerottolo dice che non ha mai visto un ragazzo entrare o uscire da quella porta. Al piano di sotto ci parlano addirittura di inquilini cinesi. Mostriamo la foto, nessuno lo conosce. Suoniamo a più riprese alla porta di una decina di appartamenti, ci aprono soltanto in due.

Tutta colpa della guerra. Le famiglie con figli maschi di età compresa fra 18 e 50 anni sono barricate e non rispondono a nessuno. Tra i palazzi si aggirano gli uomini delle forze antiterroristiche con la cartolina di chiamata alle armi. Se ti trovano non hai alternativa: o gli infili in tasca una bella somma di denaro, e nessuno ti ha mai visto. Oppure il giorno dopo hai già un fucile in spalla.

Ingaggiamo nella nostra squadra di ricerca un ex poliziotto, e in sua compagnia andiamo a bussare nel vicino distretto di polizia. Ingenuamente, pensiamo che Oleg Fedchenko abbia un obbligo di firma, o quantomeno di presa in carico attraverso degli assistenti sociali. Nulla di tutto ciò.

Il fucile

Gli agenti non hanno mai visto la sua faccia, non conoscono il nome, che non risulta neppure sui terminali. Chiamano al telefono il dipartimento centrale di pubblica sicurezza, consultano il «registro degli assassini» sul quale risultano ben due Oleg Fedchenko, ma entrambi hanno commesso il reato in territorio ucraino. Ma i poliziotti non ci fanno uscire a mani vuote e ci danno una informazione interessante: nell’appartamento dove dovrebbe abitare Oleg risulta domiciliato un fucile, ma non a suo nome.

Un fucile, nella disponibilità di un assassino libero e (per la giustizia italiana) schizofrenico. Se così fosse, sarebbe grave. Diventa ancora più importante sciogliere il dilemma: chi vive dentro quella casa?

Andiamo a chiederlo al funzionario di un ufficio anagrafe, usciamo con un residente che si chiama Oleg, ma ha un altro cognome. Il mistero si infittisce. Le ipotesi sul tavolo sono diverse: potrebbe essere il padre del nostro uomo, e uno dei due potrebbe aver cambiato il cognome. Tutto è possibile, in Ucraina. Anche che Oleg abbia preso quella casa in affitto per cinque giorni, abbia comunicato quell’indirizzo e poi sia andato a vivere da un’altra parte. Se vuoi sparire dai radar, fai così. È facile.

Intanto che corriamo da un posto all’altro, facciamo una fermata al suo appartamento, dove continua a regnare il silenzio. Grazie ai nostri canali, scopriamo che Oleg è stato in vacanza in Turchia per una decina di giorni durante il mese di luglio. Il viaggio risulta dal suo passaporto. Facciamo anche una visita a un tour operator e quantifichiamo in una cifra approssimativa tra mille e 2 mila euro il costo della vacanza.

Per avere la certezza di chi sia il vero inquilino del nostro appartamento abbiamo un ultimo canale percorribile: l’ufficio comunale per la manutenzione tecnica dei condomini, che si occupa di fognatura, acqua, gas, e tiene il registro delle persone residenti. Una informazione che non può essere negata a un poliziotto, che ce la consegna con tanto di certificato con marca da bollo.

Nell’appartamento sono registrate quattro persone: il nostro Oleg, la mamma, la nonna, e un secondo Oleg, lo zio, fratello della mamma. La superficie abitabile della casa è di 31 metri quadrati, difficile pensare che ci possano vivere tutti insieme. Secondo l’impiegata dell’ufficio responsabile dei passaporti, che dice di essere andata di persona nell’appartamento, dentro ci abita solo la nonna. Facciamo presente che non risponde nessuno e di appurare che stia bene.

Ma alla sera intorno alle 20, quando fuori è buio pesto, ecco la sorpresa. Suoniamo il citofono del palazzo e risponde una voce maschile. Dice che Oleg non vive lì, è soltanto registrato. Il tono è molto arrabbiato.

Gli attacchi di rabbia

L’uomo scende, ha una cinquantina di anni, ci intima di smettere di bussare alla sua porta, perché sua moglie è barricata dentro da tutto il giorno. Terrorizzata. Ed è incinta. Lui non sente Oleg da quando è successo il fattaccio in Italia, perché era il suo allenatore di pugilato e la sorella gli ha affibbiato la colpa indiretta della violenta azione del figlio. Sostiene che Oleg abbia ricevuto un pugno in passato che gli ha procurato un grave ematoma alla testa. Da quel momento non è stato più lui, ha cambiato carattere, è diventato preda di attacchi di rabbia durante i quali si trasforma e diventa un animale, cattivo.

Per parlare con Oleg abbiamo una ultima possibilità: contattare Paola Boccardi, l’avvocato che l’ha difesa in Italia, e pregarla di fare da tramite. Il legale risponde al telefono dal suo ufficio di Milano. Sostiene che non ha il suo numero e che comunica con Oleg tramite email.

Lui gli ha scritto giusto un’ora prima per raccontarle di giornalisti che bussano alla sua porta, ma non vuole assolutamente parlare con loro. Boccardi ci spiega la bontà della decisione: tenere un profilo basso e far calare il sipario sulla storia italiana, che nessuno conosce in Ucraina. Aggiunge che Oleg lavora con la sua famiglia, fa sport, e cerca di aiutare delle persone.

Le nostre fonti ci consegnano un’ultima informazione: Fedchenko ha acquistato un minibus, del quale conosciamo anche la targa. Facciamo un giro e scopriamo che, usato, potrebbe costare da 10 a 20 mila dollari.

Una verità difficile da accettare

Infine bussiamo alla porta dell’ambasciata italiana, per capire come sia possibile che un uomo ucraino che ha ammazzato una donna in Italia non risulti neppure tra coloro con precedenti penali.

In maniera ufficiosa ricostruiamo tutti i dettagli che ci portano a questa conclusione: Oleg Fedchenko è stato prosciolto, contro di lui non è stata emessa nessuna sentenza. Quindi niente che possa essere stato trasmesso alle autorità ucraine. Le quali non hanno ricevuto nessuna comunicazione ufficiale su un loro cittadino.

La nostra ambasciata ha altri compiti e aree di competenza, ovvero curare gli interessi degli italiani che vivono o si trovano a passare per Kiev. Oleg non è neppure un uomo ricercato dalle autorità del nostro paese, quindi non è stato segnalato all’Interpol.

La verità è dura da accettare, non solo per i parenti della povera donna filippina uccisa mentre andava al lavoro: perfino in Italia il suo assassino risulta incensurato, perché non ha una sentenza di condanna a suo carico.

L’unica traccia del suo passaggio la si può trovare nei cosiddetti «carichi pendenti» che vanno cercati nella procura dove è stato commesso il reato. Insomma, basta allontanarsi da Milano e Oleg Fedchenko è un uomo e senza macchia. Libero, forse anche di dormire con un fucile dentro casa.

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