Cronaca

Noi, ragazzi del Gallo

Il rapporto speciale che legava il prete alla sua comunità e alla sua città. Il battesimo di una figlia. I ricordi personali e collettivi. Un  giornalista di Panorama racconta il suo don Gallo

Don Gallo

Don Andrea Gallo fotografato dal celebre fotografo Giorgio Lotti nel 2012 – Credits: Mondadori Portfolio /Archivio Giorgio Lotti /Giorgio Lotti

«Quando l’ho visto nella camera ardente con gli occhi ancoraspalancati, volevo salutarlo a pugno chiuso. Poi mi sono solo fatto il segno della croce. Tutta colpa dei salesiani dove abbiamo studiato». Sorride il mio amico Danilo. Collega ed ex compagno di scuola all’istituto Don Giovanni Bosco di Sampierdarena. Don Andrea Gallo, o meglio il Gallo, era un salesiano. Lo capivi subito. E come i salesiani amava i ragazzi. Stare con loro. Aveva iniziato la sua missione pastorale nel porto di Genova, sulla nave Garaventa, un riformatorio sull’acqua. Poi aveva fondato la comunità di San Benedetto al Porto. Io l’ho conosciuto lì. E nel luglio scorso, nella sua chiesa, ha battezzato mia figlia. Ho chiamato in comunità il giovedì. Mi ha risposto Lilli, l’inseparabile Lilli, l’anima femminile della comunità: «Lilli, domenica secondo te il Gallo la battezza mia figlia?». «Certo. Un battesimo in più non fa differenza. Vieni per mezzogiorno». 

Alla fine eravamo quattro famiglie sull’altare. Lui, nonostante fosse già molto debilitato, durante la messa della domenica rimaneva un fuoco d’artificio. A un certo punto durante l’omelia citò Silvio Berlusconi, non senza avermi rivolto un divertito «senza offesa». Essì perché don Gallo dialogava con tutti, non alzava muri contro nessuno. Aveva le sue idee e le difendeva. Ma l’odio ideologico non albergava nel suo cuore. Lui stava con gli ultimi. Punto. Dicono che gli piacesse la ribalta mediatica. Vero o forse no. «Io in tv e sui giornali ci vado solo per trovare soldi per i miei ragazzi» mi aveva confidato. Quando passava a Milano lo invitavano diversi campioni della buona borghesia cittadina.

Avere Don Gallo in salotto faceva molto radical chic. Lui sapeva di essere sventolato come un santino o una bandiera, ma accettava il rischio per rimpolpare le casse esangui del suo centro. Io posso testimoniare che preferiva stare con la sua gente, i suoi«tossici», nella sua comunità. Lo conobbi quasi quindici anni fa, all’inizio della mia carriera, per chiedergli di parlarmi di Genova. Ero un giornalista del berlusconiano Panorama. Mi accolse con simpatia e parlammo per quasi due ore. Lo seguii per servizio, nel 2000, al concerto in onore di Fabrizio De Andrè. Doveva essere il concerto per gli ultimi, divenne quello dei primi. Vip, cantanti e politici tutti insieme finirono a festeggiare l’evento in un albergonecittadino. Senza don Gallo però.

Lui, il prete dei drogati, era svicolato fuori dal teatro per fumarsi il suo milionesimo sigaro tra la sua gente, i tossicodipendenti, i transessuali, le prostitute e i malati di mente che erano rimasti fuori. Dentro il Gallo ne aveva portati duecento. Con altrettanti biglietti. Gli ultimi tre li aveva regalati all’ingresso. Il suo a un rifugiato congolese. «Un signore mi ha offerto 500 mila lire. Potevo fare il bagarino» disse con quel suo sorriso sghembo. Quella stessa settimana festeggiai i mieitren’anni all’osteria della comunità, La lanterna, un tipico ristorantino a due passi dal faro simbolo della città: menù di pesce tradizionale (acciughe, spaghetti allo scoglio, stock alla genovse ogrigliata di pesce), ex tossicodipendenti ai fornelli e un simpatico stornellatore a rallegrare animi già ebbri di pigato e vermentino. Dopo alcune ore di canti, arrivò il momento della Locomotiva di Francesco Guccini, cantata a squarciagola e a pugno chiuso da tutti gli astanti. Don Gallo compreso. Sarà per questo che quando hanno saputo che il suo funerale sarebbe stato officiato dal cardinale Angelo Bagnasco qualcuno dei Gallo boys ha storto la bocca. Mica si può cantare Bella ciao con le porpore in chiesa hanno pensato. O forse sì. Di certo nell’ultimo viaggio il Don porterà con sé diversi ricordi che amici e curiosi hanno deposto sulla sua bara, compreso il gagliardetto dell’Anpi Valpolcevera o la sciarpa del suo amato Genoa. Quel Genoa, amore comune, che gli permetteva di sciogliere le discussioni più tese con il cardinale Giuseppe Siri, per quarantun’anni arcivescovo della diocesigenovese (nel 1978 entrò in Conclave Papa e ne uscì cardinale), che quel prete di strada un po’ sopra le righe aveva allontanato dalla chiesa del Carmine, la stessa dove il Gallo tornerà per l’ultimo saluto della sua Genova. Poi la comunità resterà vuota. Senza di lui. Chissà come sarà il suo studiolo con vista sulla sopraelevata senza di lui e la sua nuvola di fumo. La stanza dove,qualche anno fa, gli portai in dono il panettone aziendale della Mondadori, una montagna di canditi pesante 5 chilogrammi. Perfetto per sfamare i suoi tossici durante il pranzo di Natale. «Guarda che ci sono anche gli auguri di Marina Berlusconi» lo punzecchiai. Lui sorrise. Il suo motto era: «Nulla chiedere, nulla rifiutare», lo stesso di San Francesco di Sales. 

Ho trascorso con lui e i suoi ragazzi anche un Veglione di San Silvestro. Nessun vip e tanti disperati. Lui a suo agio come non mai. Per molti, maliziosamente, don Gallo era il prete che cantava sul palcoinsieme con Manu Chao, al G8 di Genova, il prete superstar. Forse perché non sono mai andato a trovarlo nella sua comunità, a vederlo operare con i suoi ragazzi. Ora chissà cosa sarà di loro.«Pronto Lilli? C’è il Gallo?». No, non c’è più. In chiesa resta solo la musica di Fabrizio De André, il suo amico Faber. E il mio amico Danilo. Che passa le ore nella camera ardente. Lunghi capelli brizzolati e abbigliamento freakkettone (al battesimo di mia figlia era il padrino: maglietta dei puffi e giacca scozzese) è stato scambiato per un ospite della comunità. «Come sono stati gli ultimi giorni di don Andrea?» gli ha chiesto l’ex allenatore del Genoa Gian Piero Gasperini appena è entrato in chiesa. Perché a Genova eravamo un po’ tutti i ragazzi del Gallo.

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