Cronaca

Dino Budroni come Gabriele Sandri?

A un anno dalla morte, avvenuta sul Grande Raccordo Anulare di Roma, le perizie inchioderebbero i carabinieri alle loro responsabilità. L'uomo sarebbe stato ucciso a freddo dopo essersi fermato al termine di un inseguimento

Rilievi sul Grande raccordo anulare di Roma oggi 30 luglio 2011 - ANSA/MASSIMO PERCOSSI

di Tommaso Della Longa e Alessia Lai

Finalmente sappiamo che gli hanno sparato da fermo”. Così l’avvocato Michele Monaco ha commentato la perizia balistica dei Ris di Roma sui  due colpi di pistola esplosi dall'arma di ordinanza dell'agente scelto di Polizia M.P., uno dei quali colpisce a morte  Bernardino Budroni alle prime luci del 30 luglio 2011 sul Grande Raccordo Anulare della Capitale. Il silenzio rischiava di calare su questo omicidio definito dall’avvocato “un caso peggiore di quello di Gabriele Sandri”, altro
omicidio del quale il legale della famiglia di Dino Budroni si è occupato, perché stavolta la vittima aveva potuto guardare il faccia il suo assassino. Un dato che emergeva già dalla relazione medico legale e dalla consulenza tecnica in infortunistica stradale.

I consulenti tecnici del sostituto procuratore, Giorgio Orano, avevano infatti evidenziato una serie di elementi che stridono con la versione di due colpi sparati durante un inseguimento ad alta velocità raccontata dalla stampa, che aveva liquidato il caso come quello della brutta fine di uno “stalker”. Il dato che emerge dagli articoli di nera che raccontano quella notte di un anno fa infatti indugiano sul fatto che Dino, poco prima di essere ucciso, era stato a casa della ex ragazza, creando turbativa alla quiete pubblica e cercando di rompere un portone. L’inseguimento mortale nasce da qui, dalla telefonata della donna alla Polizia per segnalare il comportamento di Dino e chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Ma nulla nelle perizie, compresa l’ultima arrivata in ordine di tempo, quella balistica,
dimostra l’alta velocità. Nelle conclusioni dell’autopsia, firmata dal professor Costantino Cialella, emerge come “il soggetto fosse con il busto reclinato in avanti e ruotato verso destra”, in una posizione che fa pensare a un uomo che vede l’arma puntata contro di se e in un’ultima disperata difesa alza la mano e sposta il corpo come a proteggersi dal colpo che sta per essere esploso.

Nella ricostruzione delle modalità dell’incidente stradale scaturito dall’inseguimento, firmata dal consulente tecnico del P.M. ingegner Mario Scipione, si
afferma inoltre che la Ford Focus di Dino “a bassissima velocità, si adagiava sul guardra il metallico posto oltre il margine destro della carreggiata. Nella fattispecie, infatti, il guardrail riportava un’abrasione superficiale compatibile non con un vero e proprio urto ma con una manovra di accostamento”. Se Dino fosse stato colpito
durante un inseguimento ad alta velocità la conseguenza più logica sarebbe stata la perdita di controllo dell’autovettura e quindi dei danni evidenti sia alla Ford che al guard rail. A riprova ulteriore del fatto che Dino è stato ucciso quando la macchina era praticamente ferma è arrivata pochi giorni fa la perizia balistica dalla quale
emerge che il colpo mortale è stato esploso da una distanza orientativamente posta tra i “2,4 e 4,6 metri” e, soprattutto, a vetture praticamente ferme. Lo confermano le dichiarazioni rese a verbale dai Carabinieri impegnati nell’inseguimento con la loro Gazzella assieme a due Volanti della Polizia. “Eravamo quasi fermi, ho udito distintamente esplodere due colpi di pistola” afferma un carabiniere. E ancora, il suo collega: “Quasi contestualmente all’arresto dei veicoli, ho sentito due colpi di pistola”. Ad avvalorare la tesi che la macchina di Dino fosse ferma ci sono anche altre dichiarazioni del carabiniere che racconta “lo sportello (della
gazzella dell'Arma ndr) collideva con il parafango anteriore della Focus (la macchina di Budroni ndr)” e “ritenendo la situazione in sicurezza, sono risalito in macchina e  l'ho spostata un po' più avanti per liberare l'apertura dello sportello”. In parole povere, la macchina di Dino era stata fermata in sicurezza dai Carabinieri e allora perchè sparare a un uomo, tra l'altro disarmato? D’altra parte già nelle prime pagine della relazione medico-legale, nell’esame della documentazione presente in atti si legge che il mezzo di Dino “è stato intercettato sul GRA e fermato con l’ausilio di un mezzo radiocollegato Arma”, come se i Carabinieri dicessero che quella macchina era stata fermata senza l’ausilio delle pallottole.

Le dichiarazioni dei due rappresentanti dell’Arma citate nella perizia balistica non fanno altro che confermare questo dato. Il colpo è stato esploso dopo la fine dell’inseguimento. Nelle conclusioni, tuttavia, i periti del Ris Paolo Fratini e Rita Termini, non tengono conto delle dichiarazioni dei Carabinieri, come pure non considerano stringente la posizione nella quale sono stati ritrovati i bossoli (vicino alla vettura della Polizia) affermando che la “originaria posizione di caduta a terra può essere modificata da numerosi fattori”. L’avvocato Monaco non si è però detto preoccupato da questi fattori e ha affermato che “ora sta al giudice trarre le conclusioni”, puntando l’attenzione sul fatto che la perizia balistica conferma in modo chiaro quanto sempre ipotizzato, e cioè che Dino è stato ucciso quando
la sua vettura era ormai ferma. La famiglia di Dino ha atteso un anno perché tutte le perizie venissero consegnate al giudice, un anno nel quale ha dovuto sostenere un silenzio ingiustificabile sulle reali circostanze della sua morte, reso ancora più pesante dall’iniziale, sbrigativo, tentativo di liquidarla come la fine di uno ”stalker” che in fondo, forse, se l’era andata un po’ a cercare. Un quadro che emerge non appena si va a cercare notizie di Dino Budroni su Internet, quando si finisce sugli articoli di nera usciti dopo i fatti del luglio 2011. Le ricostruzioni giornalistiche dei fatti accaduti quella notte sono purtroppo approssimative e forzate, forse nel tentativo di dipingere una storia a tinte forti che giustifichi la fine terribile di un uomo. Il racconto, in ognuno dei “pezzi” trovati,  è sempre molto simile: le parole terrore e vittima ricorrono, riferite però all’ex convivente di Dino, la persona che avrebbe chiamato la polizia in seguito ai presunti tentativi dell’uomo di forzare la sua porta di casa. Ma terrore e vittima sono in realtà parole più adatte a descrivere la fine di Dino.

Disarmato, ucciso da un proiettile esploso dalla pistola d’ordinanza di uno dei poliziotti che lo inseguiva. Il dolore della sua famiglia mal si concilia con la lunga attesa delle perizie, che però, alla fine, hanno sancito dei fatti incontestabili. Ora la parola passa al giudice, in attesa di giustizia e verità.    

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