Cronaca

Delitto di Garlasco, Chiara era una "presenza scomoda"

Nelle motivazioni della sentenza di condanna di Alberto Stasi resta un dubbio inquietante. Che riguarda il movente dell'omicidio

Alberto-Stasi

Alberto Stasi – Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Alberto Stasi ha brutalmente ucciso la fidanzata” Chiara Poggi perché avrebbe nuociuto alla sua reputazione di ragazzo perbene e studente modello. Questa, in estrema sintesi, la spiegazione che la Corte di Appello di Milano dà per il delitto di Garlasco.

 


Dalle motivazioni della sentenza di condanna a 16 anni di carcere per Alberto Stasi emerge una verità banale quanto tremenda. L’allora studente modello, il bocconiano dagli occhi di ghiaccio, oggi già affermato commercialista, il 13 agosto del 2007 si introdusse nella villetta di via Pascoli, a Garlasco, dove arrivò in bicicletta e, per qualche motivo ancora oscuro, uccise la fidanzata, senza darle “il tempo di reagire”. Poi, “dopo aver commesso il delitto – spiega il giudice Barbara Bellerio nelle motivazioni – Stasi è riuscito con abilità e freddezza a riprendere in mano la situazione e a fronteggiarla abilmente, facendo le sole cose che potesse fare, quelle di tutti i giorni: ha acceso il computer, visionato immagini e filmati porno, ha scritto la tesi, come se nulla fosse accaduto”.

Stasi resta libero

Pare davvero una ricostruzione incredibile, ma è quella scolpita  dai giudici che dopo due assoluzioni, in primo grado e in appello, ed un rinvio della Corte di Cassazione, hanno emesso il verdetto di condanna. Stasi resta libero, perché i suoi legali ricorrono in Cassazione. Tanti gradi di giudizio dovuti ad indagini fatte male e al provincialismo investigativo che ha caratterizzato e influenzato i primi due processi. Lo dicono gli stessi giudici che, nelle 140 pagine delle motivazioni depositate, sottolineano le “molte criticità di alcuni degli accertamenti svolti, riconducibili a errori e negligenze anche gravi e non solo all’inesperienza degli inquirenti”. Errori e mancanze che ancora oggi, a quasi otto anni di distanza, fanno scrivere che Chiara “evidentemente era diventata, per un motivo rimasto sconosciuto, una presenza pericolosa, scomoda e come tale da eliminare per sempre dalla sua vita di ragazzo perbene e studente modello da tutti concordemente apprezzato”.

Nessun movente

Non c’è il movente, quindi. Anzi, “il movente non è stato individuato”. Perché Alberto si sarebbe sentito minacciato da Chiara? Le ipotesi dell’accusa riguardavano proprio le navigazioni in Rete su siti pornografici e pedopornografici (poi smentiti, questi ultimi, dalla Cassazione). Ma nella sentenza non se ne parla e quindi non possono essere prese in considerazione. Ma la sentenza non dissipa nemmeno i dubbi sulla dinamica. Fondamentale, per la condanna, è stata la perizia su un tappetino dell’auto di Alberto Stasi. Intonso, mentre, secondo i periti dell’accusa, avrebbe dovuto essere sporco di sangue, perché l’imputato non poteva non essersi macchiato le suole delle scarpe sul luogo del delitto. Una prova in negativo, quindi, già al centro del ricorso degli avvocati dell’ex studente bocconiano. Il quale, sempre secondo i giudici, ha indirizzato e ritardato le indagini, “personalmente e non solo”, in modo determinante e a sé favorevole. Stasi quindi ha depistato, fingendo collaborazione con gli investigatori, ed in questo sarebbe stato aiutato, pare di capire, da alcuni dei suoi familiari.

Poche prove

Tale comportamento, “insieme al tempo trascorso dai fatti che ha poi irrimediabilmente compromesso o reso impossibili alcuni accertamenti, ha avuto effetti positivi soltanto per l’imputato, assolto sia in primo che in secondo grado”. Quindi Stasi freddo omicida e abile stratega, che ha agito con “crudeltà verso la vittima per efferatezza”. Il procuratore generale Laura Barbaini, nel chiedere l’aggravante, si soffermò sulla reiterazione dei colpi, “tutti univocamente indirizzati al capo della vittima, sulle modalità dell’azione, il cui segmento finale è costituito da quel lancio del corpo di Chiara giù dalle scale della cantina, dimostrativo non solo dell’assenza di pietà dell’assassino, ma anche del suo disprezzo per la vittima, da eliminare a tutti i costi”. Per questo il procuratore generale aveva chiesto, Per Alberto Stasi, trent’anni di carcere. Quasi dimezzati dai giudici. Perché? Le motivazioni oggi pubbliche non contraddicono il principio di maliziosa interpretazione che sollevò la sentenza: poche prove, poca pena.

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