Cronaca

"Così le cosche si vendono ai politici"

La compravendita di voti è iniziata negli anni Ottanta. Ma dimostrarla è difficilissimo.

Riunione fra boss documentata dagli investigatori in un'operazione contro la Ndrangheta (Credits: LaPresse)

Soldi ma soprattutto appalti, favori, promesse politiche. Si inizia con qualche incontro a ristorante, magari davanti a una cena a base di pesce fresco e champagne – il genere preferito dai boss – e si conclude con un brindisi di augurio che suggella un patto. Nel mezzo, il sostegno durante il periodo pre-elettorale, con uomini di riferimento sempre presenti durante i dibattiti, i convegni, e persino le mondanissime feste, impegnati in una campagna elettorale parallela, porta a porta, per convincere i “paesani” a votare per un candidato ben preciso. E poi, ovviamente, la ricompensa: favori concreti o moneta sonante.

Ha origini lontane, ma si è radicato e consolidato negli anni Ottanta, dove nella “Milano da bere” non solo i Martini ma anche i soldi scorrevano a fiumi, questo antichissimo do ut des fra cosche e politici, che rappresenta il riflesso di uno strapotere sempre più imperante, tentacolare, camuffato da colletti bianchi e faccendieri. Un lungo romanzo criminale che ha come ultimo capitolo l’arresto dell’assessore comunale alla Casa Domenico Zambetti, sospettato di aver pagato alcuni affiliati alla ‘Ndrangheta per ottenere voti di scambio al prezzo di 50 euro a preferenza (200mila euro in totale) ma che vanta dinamiche vecchie come il mondo. In particolare, l’assessore si sarebbe messo in affari con Paolo Martino, 56 anni, originario del quartiere Archi di Reggio Calabria, cugino del potentissimo boss Paolo De Stefano e imparentato con i Tegano. Un esponente, insomma, del gotha della 'Ndrangheta. E soprattutto un killer di mafia che, scarcerato e trasferitosi in corso Como a Milano, si muove in Jaguar, veste abiti di sartoria e frequenta il jet set lombardo.

Ma come funziona, in termini, pratici l’approccio fra i candidati politici e le cosche calabresi? Il confine fra “cosa pubblica” e malavita organizzata è davvero così sottile? Lo spiega a Panorama.it il sostituto procuratore Mario Venditti, che fa parte del pool antimafia della Procura di Milano e che è da sempre impegnato nella lotta alla criminalità organizzata in Lombardia.

Innanzitutto – spiega il magistrato – bisogna partire da un presupposto: da parte dei politici e delle cosche calabresi c’è un doppio interesse. Mentre la criminalità organizzata ha bisogno della politica locale per realizzarsi economicamente in maniera più facile e veloce, da parte di alcuni candidati alle elezioni c’è l’interesse di ottenere quanti più voti a disposizione possibile, anche a costo di turarsi il naso”.

Un interesse comune, dunque, che può avere due punti di contatto: uno minimo e uno massimo. “Nel caso del punto di contatto minimo – spiega ancora il sostituto procuratore – si tratta di incontri, principalmente cene elettorali, dove il referente di una cosca si impegna a far votare una fetta di popolazione locale per il tale candidato, ma si tratta solo di parole, ed è difficile dimostrare l’effettivo grado di coinvolgimento del politico, che potrebbe anche esserne inconsapevole”. E poi c’è il livello massimo. Come – appunto – la compravendita di voti a cui l’assessore Zambetti è sospettato di aver fatto ricorso. “Ma una delle vicende più eclatanti di questo genere – tiene a ricordare Venditti – sono le infiltrazioni mafiose nel Comune di Desio, nel cuore della Brianza, scoperte in seguito all’operazione Infinito, dove nel novembre 2010 l’intera giunta è caduta dopo le dimissioni in tronco di diciassette consiglieri regionali, e si sono assistite a scene da “sommossa popolare””.

Un incontro, quello fra politici e padrini, che comunque “avviene sempre a metà strada”, come ricorda l’ex investigatore della Squadra Mobile di Milano Celeste Bruno, impegnato negli anni Novanta nella lotta alla criminalità organizzata. E dove non è insolito che siano molto spesso gli stessi politici a mandare a cercare il referente della cosca, "a volte senza neppure avere piena coscienza di quale mondo quella persona rappresenti in realtà”. A questo punto è il boss che promette l’affare: in cambio di soldi o incarichi politici, lui si impegna a condizionare il voto di una determinata area geografica che gli compete: un intero quartiere, se stiamo parlando di una grande città, o un Comune, se stiamo parlando di Hinterland. Così ogni cosca ha il suo referente politico. “Ovviamente – specifica l’investigatore – questo non succede solo con la ‘Ndrangheta calabrese, ma anche con i siciliani di Cosa Nostra, i camorristi e la malavita organizzata pugliese”.

Fatto sta che i Morabito, influente famiglia originaria di Africo, non sono insoliti a questi “affari”. Già nel 2007, durante l'operazione che ha sgominato un maxi traffico di cocaina che toccava da vicino anche l’Ortomercato di Milano, era emerso che i “padrini” avevano provato ad avvicinare il consigliere regionale Pdl Alessandro Colucci. Due anni prima, infatti, il politico era stato filmato dagli investigatori mentre cenava davanti a una tavola imbandita di pietanze a base di pesce con il boss di Africo Salvatore Morabito. Cena pre elettorale per le regionali. Chiusi i seggi, Colucci aveva fatto il pieno di voti (secondo fra gli eletti). “Colucci ha vinto – aveva esultato l’indomani il narcotrafficante Francesco Zappalàabbiamo un amico in Regione”.

Ed è un altro dato di fatto che negli atti delle ultime indagini anti-mafia spuntino i nomi di almeno 15 tra consiglieri, assessori e dirigenti pubblici. Tutti politici quasi sempre non indagati, ma che sono risultati legati o sponsorizzati politicamente da quei padrini calabresi in grado di trovare al Nord un terreno fertilissimo per pianificare i propri affari.

Tanto che una delle ultime inchieste su ‘Ndrangheta e politica arriva addirittura in parlamento. Giancarlo Abelli, deputato Pdl, è per esempio il cavallo su cui punta la cricca mafiosa del boss massone Pino Neri e del dirigente dell’Asl di Pavia Carlo Antonio Chiriaco. Oltre 4.000 pagine di richiesta firmata dal pool di Milano dove ricompare Angelo Giammario, ma anche Massimo Ponzoni, delfino di Formigoni ed ex assessore regionale in contatto diretto con il boss Salvatore Strangio. E dove entra anche la Lega con il suo votatissimo giovane consigliere regionale Angelo Cioccia, pure lui fotografato dai carabinieri mentre s'incontra con Neri.

"La politica – scrivo i magistrati come un ritornello nelle loro ordinanze di custodia cautelare - è il vero capitale sociale della criminalità organizzata in Lombardia".

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