Cronaca

Contro la crisi è boom di frontalieri

Sono quasi 54mila gli italiani che lavorano in Canton Ticino. Ecco perché?

Il valico di Lavena Pontre Tresa, tra Italia e Svizzera (credits: ansa)

Perché un italiano va in Svizzera? A questa semplice domanda la gente potrebbe rispondere così: a) per fare il pieno con la benzina ad 1.35. b) per comprare cioccolata ed i dadi per il brodo c) per nascondere soldi sporchi in chissà quale caveau. Sbagliato.
Va per lavorare!! E non stiamo parlando di pochi eletti.
Ogni giorno infatti 53.936 persone varcano il confine con la fretta di timbrare il cartellino in orario. Partono dalla provincie di Varese, Como, Sondrio e sono considerati da amici e parenti “fortunati” perché hanno trovato un contratto in Canton Ticino, il “paradiso” dei lavoratori.  
Il sacrificio di lavorare lontano da casa viene ricompensato da una busta paga che in Italia nella maggior parte dei casi ci si può solo sognare. Ad esempio un barista alle prime armi riceve 3000 franchi (2700 euro).
Sembra inoltre che la forza lavoro made in Italy sia sempre più richiesta tanto che, secondo dati ufficiali dell’ufficio di statistica ticinese, ben un lavoratore su quattro nel Canton Ticino è “frontaliere”. E la tendenza è in costante crescita.

Dal 2001 al 2004 si è registrato un aumento del +5% dopo l’entrata in vigore dagli accordi bilaterali Svizzera-Unione Europea sulla libera circolazione delle persone. Con la deregolamentazione solo nel 2004 sono state consegnate 3.651 richieste di contratti di lavoro per frontalieri agli sportelli degli Uffici regionali degli stranieri e registrati dall’Ufficio della manodopera estera contro le 1.768 dell’anno prima.
Di anno in anno i numeri sulla presenza dei frontalieri hanno subito un’impennata: nel terzo  trimestre 2008  su 174.000 addetti i frontalieri erano 43.700 e alla fine del terzo trimestre 2009  su 173.000 lavoratori indigeni ben  44.000 erano frontalieri (+ 1.3%) con un tasso di impiego del 50%  sui nuovi posti di lavoro a discapito degli svizzeri. Il picco di crescita è stato registrato nell’ultimo biennio 2010-2011 con un +11.5%. Stabilire se la presenza di forza lavoro italiana in Ticino possa essere una risorsa o una minaccia è questione di punti di vista, ma anche di numeri.

«Dopo decenni di politica protettiva sul mercato del lavoro svizzero la deregolamentazione ha creato una certa paura che è stata poi interiorizzata da frange politiche» spiega Fabio Losa, responsabile dell’ultima ricerca dell’USTAT (ufficio statistica ticinese)  “Libera circolazione: gioie o dolori?” che  valuta gli impatti sul mercato del lavoro svizzero dell'abolizione della priorità d'impiego ai lavoratori indigeni e che fornisce dati a livello macroeconomico dal 2004 al 2006, periodo definito, ma base utile per comprendere le vicende degli ultimi anni.

«Gioie “e” dolori, una sensazione non esclude l’altra,  di sicuro è nata la concorrenza» dice Losa e continua:  «I frontalieri sono molto richiesti come manodopera, ma negli anni hanno saputo conquistare posti gerarchicamente elevati  (il 59% dei frontalieri lavora nel terziario, il 40% nell'industria e sono in aumento i dirigenti del+52,1% rispetto al 2006 n.d.r.) a discapito degli svizzeri che subiscono contrazioni.  All’aumentare dei frontalieri impiegati diminuiscono gli indigeni, un effetto negativo constatabile in quasi tutti i settori tranne in quello pubblico».

Neo per i frontalieri è il salario come lo stesso ricercatore ammette: «Gli svizzeri guadagnano più degli italiani, già nel 2006 è stato registrato un gap salariale tra un ticinese dalla busta paga media di 6.400 franchi e un italiano con 4.600 franchi».
 Perché cresce il numero di quelli che varcano ogni giorno il confine?

«La forte crisi italiana spinge la richiesta in Ticino. C’è possibilità di far carriera, c’è ancora un sistema meritocratico e fiorente e nonostante il gap salariale lo stipendio è comunque più alto di quello italiano. Per esempio un giovane inserito da poco nel mondo del lavoro ha già la possibilità di portare a casa oltre 2.000 franchi, altro che poco meno di 800 euro come da noi in Italia!» dice Pietro Roncoroni, presidente dell’associazione comuni di frontiera e sindaco di Lavena Ponte Tresa, cittadina nel varesotto separata con la Svizzera dal fiume Tresa e dal ponte doganale.

Più del 50% dei circa 6500 concittadini di Roncoroni è o è stato frontaliere e come il suo sono esistono ben 200 comuni interessati al via vai quotidiano di lavoratori.  «I frontalieri continuano ad essere  visti come ladri di posti di lavoro, ma rispondono solo alle richieste del mercato. Ovviamente si tratta di scelte arbitrarie:  il frontaliere è consapevole che per un guadagno alto andrà incontro a meno tutele».

Il sindaco di Lavena Ponte Tresa ricorda un altro motivo di scontro tra comuni di confine e Canton Ticino: «La questione ristorni è un punto delicato specialmente dopo il caos dello scorso anno (la Lega dei Ticinesi impose il congelamento del 50% del rientro delle tasse trattenute in busta paga ai frontalieri e riversate ai comuni di confine per cercare di riaprire il dialogo con Roma sulla presenza della Svizzera nelle black list n.d.r.), ma sembra si sia ristabilito l’ordine con l’ok sul ritorno di 55.58 milioni di franchi, pari a 46milioni di euro. C’è da temere che Bignasca (leader della Lega di Ticinesi) possa riaprire questioni sulla percentuale del ristorno portandola dall’attuale 38.8% al 12% come in Austria, un modello per noi diverso e improponibile che rischierebbe di penalizzare  ancora una volta i comuni interessati, specie in un momento di tagli e crisi come quello che stiamo vivendo».

Gioie e dolori per i ticinesi, ma anche per i nostri frontalieri. In più, però, abbiamo la soddisfazione di poterci sentire apprezzati, richiesti e non è cosa da poco sapere che qualsiasi cosa facciamo, la facciamo meglio. Ecco perché il frontaliere, quando è sulla strada del ritorno e si è fatta ora di cena, guarda il lago Ceresio e sorride.

© Riproduzione Riservata

Commenti