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Cronaca

Bomba a Brindisi: c'è un fermato. Le tappe della vicenda

Si chiama Giovanni Vantaggiato, ha 68 anni e avrebbe confessato di aver agito per una vendetta privata

La Polizia all'esterno della Questura di Lecce dove si trova il fermato (Credits: Ansa/Dario Caricato)

Stavolta sì, lo hanno preso. Il presunto attentatore della scuola “Morvillo Falcone” avrebbe confessato nella tarda serata di ieri dopo essere stato “torchiato” per oltre 12 ore in questura a Lecce. Il suo nome è Giovanni Vantaggiato, 68 anni, di Copertino, paese di quasi 25 mila abitanti a 17 chilometri a sud ovest di Lecce. Avrebbe agito da solo e il suo movente sarebbe una vendetta privata: avrebbe subito una truffa da 300 mila euro e la disperazione lo avrebbe portato a costruire e pianificare la sua vendetta nei confronti della società.

La svolta era arrivata nella mattinata quando Antonio Manganelli, il capo della Polizia, aveva detto chiaramente, ma un po’ a sorpresa, uscendo dal Viminale: “Non si tratta nè di mafia nè di anarco insurrezionalisti. Siamo vicini alla soluzione”. Parole che avevano fatto capire che qualcosa di grosso si stava muovendo. Parole che seguivano un intenso lavoro di prevenzione sul territorio, svolto da decine di volanti della questura supportati da altrettanti equipaggi del Reparto prevenzione crimine Puglia. In tutto, nelle due settimane successive all’attentato, oltre 1400 persone controllate e 32 perquisizioni domiciliari. Proprio da una di queste è arrivata la svolta: nel deposito di carburante di proprietà del sessantottenne gli inquirenti hanno trovato materiale probatorio a suo carico.

Il fermo è arrivato dopo una serie di colpi di scena già all’indomani dell’attentato costato la vita a Melissa Bassi, sedici anni, e il ferimento di altre cinque studentesse. Ripercorriamo le tappe salienti di questa drammatica vicenda.

19 maggio. Mancano venti minuti alle otto quando l’Italia intera piomba nell’angoscia. Un cassonetto esplode davanti all’ingresso dell’istituto professionale “Morvillo Falcone”. Una studentessa di sedici anni, Melissa Bassi di Mesagne, muore sul posto. Un’altra ragazza, Veronica Capodieci, lotta con la morte in condizioni disperate all’ospedale “Perrino” di Brindisi (poi verrà trasferita a Lecce). Sette i feriti, cinque i ricoverati, tre le ragazze ferite in prognosi riservata.

20 maggio. A 24 ore dall’attentato, si diffondono le voci più disparate. Mafia? Stragismo? Anarco insurrezionalismo? Due persone vengono interrogate dalla polizia. C’è l’identikit di un primo sospettato, un uomo di età apparentemente compresa tra i 50 e i 60 anni, con una giacca scura, un paio di pantaloni chiari e scarpe comode. Viene inquadrato da due telecamere diverse, entrambe poco visibili. Si diffonde un nome: Raffaele Niccoli. Risulterà completamente estraneo ai fatti

21 maggio: un secondo sospettato finisce nella gogna mediatica. “Hanno preso l’assassino di Melissa” è il tam tam che parte da Brindisi e si diffonde su tutti i social network e le agenzie. Viene portato in questura a Brindisi e tenuto per dodici ore sotto interrogatorio. Anche lui è avulso dall’attentato. Tre giorni dopo riusciamo a scambiare qualche parola con lui. “Sapevo di non c’entrare nulla, ma è stato un incubo. Ora voglio tornare alla mia vita normale”, ci dice. E’ il giorno dei funerali di Melissa: Mesagne, sua città natale, si stringe intorno al papà della povera ragazza.

22 maggio. Le procure di Brindisi e Lecce hanno diversità di vedute. Le indagini passano alla DDA di Lecce. Cambia il reato ipotizzato. Finora si indagava per strage, adesso si passa al reato di strage aggravata dalla finalità di terrorismo (in base all'articolo 270 sexies codice penale). Si ricomincia daccapo, dopo le fughe di notizie dei giorni precedenti. Mario Monti dice: “A prescindere dal movente, non ci faremo intimidire”.

24 maggio. Un attentato fatto da qualcuno che aveva un rapporto molto stretto con la scuola o un attacco all’istituto in quanto simbolo: a cinque giorni dall'attentato alla “Morvillo Falcone”, restano queste le due piste privilegiate da investigatori e inquirenti che continuano a raccogliere testimonianze.

26 maggio. Ad una settimana dall’attentato, cala il silenzio totale sulle indagini. Brindisi scende in piazza in una grande manifestazione di solidarietà: almeno sei, sette mila persone dicono no a ogni forma di violenza.

28 maggio. Viene diffuso il video integrale dell’attentatore. Nelle immagini riprese dalle telecamere di un vicino chiosco si vede l’uomo che staziona davanti alla scuola e poi alza un braccio come per azionare un telecomando. Pochi istanti dopo l’esplosione. Veronica Capodieci, la ragazza ferita più gravemente, viene trasferita al centro grandi ustionati di Pisa: subisce un secondo intervento di pulitura e ricostruzione della cute. Avrà bisogno di un lungo percorso chirurgico nei prossimi mesi.

30 maggio. “Stiamo lavorando veramente bene e intensamente”. Così si era espresso Cataldo Motta, procuratore della Dda di Lecce, in merito alle indagini in corso. “Questo non vuol dire che ci saranno risultati nelle prossime ore. Si tratta di una indagine complessa e gli elementi da mettere insieme sono tanti”.

1 giugno. Selena, una delle ferite (per lei ustioni sul  40% del corpo, avrà bisogno di una lunga convalescenza) scrive all’amica che non c’è più: “Se solo avessi saputo, quel giorno ti avrei abbracciata e sussurrato all’infinito ti voglio bene”.

6 giugno. Ancora giorni di silenzio, ma sotto traccia gli investigatori perlustrano palmo a palmo il territorio, si confondono tra la gente, fermano sospetti, perquisiscono abitazioni. Poi, come detto, la svolta e il fermo di Giovanni Vantaggiato.

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