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Cronaca

Delitto di Avetrana, una telefonata non cambierà il processo

L'audio della conversazione tra i Misseri la notte del ritrovamento del corpo di Sarah Scazzi. Per la difesa dimostra la sua innocenza, per l'accusa è una prova della sua natura manipolatrice

Le intercettazioni che potrebbero riaprire il caso. Sono state presentate così alcune conversazioni telefoniche registrate la notte del 7 ottobre 2010, dopo il ritrovamento del corpo di Sarah Scazzi, tra Sabrina Misseri e il padre, che ha appena confessato l’omicidio, ha fatto ritrovare il cadavere della nipote e sta per essere trasferito in carcere.

Sono all’incirca le quattro del mattino. Il cellulare di Michele Misseri squilla, dall’altro capo c’è la figlia Sabrina. La ragazza non ha alcun dubbio sul coinvolgimento del padre nella morte della cugina: “Pronto papà, perché non me l’hai detto subito?” Per la difesa di Sabrina Misseri questa sarebbe una prova della sua non colpevolezza, e per molti organi di stampa la conversazione potrebbe far riaprire il caso.


 

Nulla di più velleitario. La telefonata non è nuova, è già agli atti ed è stata oggetto di dibattimento nel processo in primo grado, nel quale Sabrina e la mamma Cosima sono state condannate all’ergastolo. Proprio in quella sede la procura della repubblica di Taranto aveva inserito la conversazione in un contesto che la faceva apparire addirittura come una prova contro, non a favore di Sabrina. E il tribunale alla fine aveva dato piena ragione all’accusa. Secondo il pubblico ministero Mariano Buccoliero, quella telefonata era una dimostrazione della capacità di manipolazione della figlia nei confronti del padre.

Sabrina sa benissimo che la conversazione è intercettata. Nelle ore precedenti avverte gli amici, li invita a stare attenti ai telefoni. Lei parla con tutti, anche con i carabinieri e molti giornalisti, si mostra incredula, non si dà pace: non è possibile che sia stato suo padre, non può essere lui l’assassino della cugina. Poi finalmente riesce a parlare con lui e non ha più alcun dubbio, non cerca spiegazioni, non pretende una risposta. Nulla, gli chiede soltanto perché lo ha fatto. Per la procura della repubblica di Taranto, che al processo ha accreditato la figura di una ragazza depistatrice, manipolatrice e astuta soprattutto nei confronti di un padre vittima delle donne di famiglia, le sue parole al telefono quella notte sarebbero un monito: papà ricordati che sei stato tu, e tieni duro.

 

 

La telefonata tra Sabrina e il padre Michele Misseri

(la trascrizione dal dialetto di Avetrana è di Francesco Abbinante, perito della Corte d’assise)

Michele: Pronto
Sabrina: Pronto, papà!
Michele: Ehi
Sabrina: perché non me lo hai detto subito, papà?
Michele: si, non mi aspettate più
Sabrina: si, vabbè, no papà, io però voglio parlare con te...
Michele: si, ma chissà quando..
Sabrina: no ma chissà quando! Vedi che gli devi dire quando vuoi tu puoi parlare con noi!
Michele: si, però se il telefonino lo lasciano a me..
Sabrina: si, vabbè e tu non ti preoccupare che se dici che vuoi parlare con noi alla fine loro ti fanno parlare
Michele: il telefonino... no stasera è l’ultima telefonata, il telefonino me lo tolgono...
Sabrina: ho capito papà! Però gli avvocati poi, alla fine, dico, gli danno il coso per farlo parlare
Michele: si!
Sabrina: però papà perché l’hai fatto? Io non me lo posso spiegare! Tu non hai fatto mai niente di male, perché quel momento? Che ti è successo?
Michele: Non lo so!
Sabrina: poi parliamo!
Michele: si
Sabrina: ciao
Michele: ciao

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