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Cronaca

Così Camilla Cederna raccontò l'assassinio di Dalla Chiesa

Abbiamo recuperato dall'archivio di Panorama un articolo della celebre giornalista che aveva incontrato il generale e la moglie. Foto

I figli di Dalla Chiesa ad una cerimonia commemorativa (Credits: ANSA / MARIO DE RENZIS)

di Camilla Cederna

Lo conobbi meno di due anni fa in una serata mondana. In strada un gran viavai di guardie del corpo, data l'importanza  degli ospiti; di sopra potenti industriali, scultori, pittori, un  onorevole ed un mazzo di belle donne.

Lui in grigio gessato, la  faccia che ricorda un po' il mastino ma che spesso sorride sotto i  baffetti pepe e sale. "Vieni, ti presento il generale Dalla Chiesa", mi  disse la padrona di casa, ed in preda a reverenziale timore fui portata  da lui. Le solite presentazioni iperboliche (il generalone, la grande giornalista) furono fatte con una tecnica così perfetta che almeno un nome (il mio, il meno noto) non venne afferrato.

"Riconosco la sua voce" mi disse affabile Dalla Chiesa con suo tono fondo, da comandante. "Mi par strano" risposi "è la prima volta che ci incontriamo". "No, no, qualche mese fa l'ho sentita al telefono nello studio di Di Bella". E mi spiegò che stavo chiedendo informazioni su Varsavia all'allora direttore del Corriere della Sera, il quale a un certo punto gli aveva fatto sentire la mia voce."Peccato - gli feci - che non abbia mai telefonato a Di Bella per sapere qualcosa su Varsavia e che a Varsavia per un'intervista non ci sia mai stata. Anche i generali sbagliano, mi rendo conto, lei mi ha confuso con Oriana Fallaci".

Brevissimo imbarazzo, rapido riconoscimento: sapeva che da poco era uscito Il mondo di Camilla e avrei dovuto mandarglielo al più presto, grazie. Quanto si poteva di certo affermare quella sera era che la sua autorevolezza, la facilità nell'azzeccare una galanteria, oltre alla stazza imponente piacevano alle signore: un tipo che dà sicurezza, era la definizione corrente, e come avrebbe dovuto non comunicarla, l'allora generale di corpo d'armata, comandante della prima dibvisione dei Carabinieri Pastrengo?

Per ringraziarmi del libro, pochi giorni dopo mi arrivò un bell'astuccio con i complimenti del generale, e dentro c'era un ventaglio con le stecche d'avorio rappresentante, penso, una carica della Pastrengo del secolo scorso, lustre lanterne sulle teste, cavalli bianchi al galoppo e spade sguainate verso il cielo.

Come spesso capita quando si conosce un personaggio noto fino al giorno prima soltanto attraverso le sue impennate ed i suoi blitz da quella sera mi capitò di sentirt parlare del generale Dalla Chiesa in tono diverso: come a Milano gli si stesse stringendo intorno una rete per catturarlo stabilmente ( le sua vedovanza era nota), come in caserma fosse arrivato un grosso pacco per lui che, prima della consegna, era stato trafitto da vari stiletti (così, secondo la leggenda), per saggiarne il contenuto e infine era stato disfatto dai subalterni che magari temevano una bomba.

Era invece l'omaggio di un'ammiratrice, precisamente un anomalo cuscino a forma di berretto di generale dei Carabinieri in alta uniforme, assai più grande del vero, lavorato a punti strani ma nei colori giusti e con le giuste decorazioni, qui il rosso, l'argento e l'oro. Un oggetto assai enfatizzato ma degno di figurare al Poldi Pezzoli.

Un altro ricordo a cui il generale ripensa con piacere è la rosa rossa arrivatagli una sera al suo tavolo del ristorante, e gliel'aveva mandata una brillante giornalista che da lontano lo salutava sorridendo.

Poi ci fu l'addio di Milano per il trasferimento a Roma nelle sale della caserma di via Mascheroni, lui in divisa assieme a molti altri generali, gradi avvicati, grandi medici, le sue amabili figlie, il figlio Nando che insegna sociologia alla Bocconi. E proprio all'ingresso l'avvocato Agnelli con i suoi scarponcini grigi scamosciati: "Torno dal fronte" mi comunicò.

Pensandolo ubiquo, come tutti i grandi della terra, gli chiesi da quale fronte mai fosse volato fino in via Mascheroni. "Vengo dal Corriere" rispose con il suo più divertito sorriso miceneo con piccolo tocco di iena. Quindi, nel suo linguaggio ironico e figurato, per darmi un'idea del giornale notoriamente in crisi di proprietà e di incerto futuro, mi descrisse come malinconicamente per i corridoi si aggirassero i feriti (i giornalisti), come qualche dirigente sembrasse già crocifisso, e quanti strappi c'erano nella moquette.

Pressapoco negli stessi mesiin cui avvenivano questi ricevimenti, al comandante della Pastrengo capitò di trovarsi a Genova alla sfilata degli alpini. Sul palco c'erano alcune ragazze che gettavano fiori alle penne nere. Una di loro, singolarmente carina, che lui non prese nemmeno in considerazione, scambiandola per una ventenne, quando arrivò all'ultimo garofano, invece di farlo volare giù, lo infilò nella tasca della divisa del generale. Ed è da quel fiore rosso galeotto color fiamma che tutto ebbe inizio: senza che lui nemmeno se n'accorgesse, cominciò allora infatti la storia d'amore tra Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro. ("Anche in divisa aveva un fascino dolcissimo" dice ora la novella sposa).

Ed ecco che una figlia del generale, Rita, dev'essere operata, el'assiste fra gli altri un fratello di Emanuela, che appartiene all'equipe del professor Staudacher. La ragazza del garofano, infermiera volontaria della Croce Rossa, si offre di assisterla di notte e nasce un rapporto d'amicizia tra le due giovani, osì che Rita ed anche l'altra sorella Simona, per ringraziarla, l'invitano nella loro casa in Campania, in provincia di Avellino. A sua volta la mamma di Emanuela (ispettrice regionale della Croce rossa ed autrice del libro Carità e tormento) riconoscente per l'ospitalità alla figliola, una sera invita il generale a casa sua e gli inviti si moltiplicano.

"Erano come serate trascorse in famiglia" ricorda ora Dalla Chiesa. "Io avevo per lui un fondo di tenerezza" rievoca lei, ma sempre per quella differenza d'età, le trecce che ogni tanto Emanuela lasciava pendere dalle spalle, il generale non le badava granché. A quelle serate c'era sempre qualcuno d'interessante con cui di discuteva volentieri, Biagi, Bocca, il professor Dioguardi, Mario Formenton, Gaetano Tumiati, gli scrittori Bevilacqua e Santucci.

Sono cose che ho saputo a Palermo la settimana scorsa: chiedo un appuntamento al nuovo Prefetto che me l'accorda subito. E mi riceve alla villa Whitaker, la prefettura, che sembrava un palazzo veneziano, ma rosso, in mezzo a un giornalino profumato di oleandri e limoncina. A un certo punto, inaspettata, arriva anche Emanuela, decisamente attraente, i capelli sciolti fino in vita, un bellissimo naso, accaparrante il sorriso.

Sua eccellenza è in blu carta da zucchero e lei in bluette. "Vorrei che sapesse cosa ho risposto a Palazzo Chigi quando fui notiziato della nomina a Prefetto di Palermo. La lettera cominciava così...", e me ne legge un pezzetto: "La nomina a prefetto non sarebbe stata di per sé sufficiente a farmi lasciare l'incarico di vicecomandante generale dell'Arma..." Ma poi, invece di andare avanti, ostinato, civettone, e di colpo preso da riserbo, non vuol dirmi a che condizioni ha accettato la nomina. "Si informi lei, forse domani lo spiegherò alla cerimonia dello scoprimento della lapide del capo della Mobile, Boris Giuliano nel terzo anniversario del suo assassinio". Alla cerimonia ci vado, parlano il ministro Rognoni, e il sindaco Martellucci, ma tace Dalla Chiesa.

Beh, lo vengo a sapere lo stesso. Dalla Chiesa ha accettato a patto che la lotta antimafia venga coordinata in varie città italiane. Per svecchiare certi compartimenti stagni tra i vari organismi dello Stato, ci devono essere uffici di collegamento antimafia a Milano, Torino, Bari, e Napoli. centro a Palermo ma irradiata la lotta anche in altre città. Questa la novità di spicco, che pare utilissima.

Di questa nomina Dalla Chiesa è stato certo molto lusingato. Non così un gruppo di ricchi palermitani, come scrisse Nicola Cattedra, direttore de L'ora, subito dopo la nomina, sul mensile Pace e Guerra di Roma. Cioè: "Il generale Dalla Chiesa può diventare una sciagura per Palermo. Se si mette a fare il superpoliziotto contro i trafficanti di droga, finisce che rovina la città. Si immagini tutti quelli che oggi campano con i proventi della droga buttati sul mercato dei disoccupati, Metterebbro a sacco le nostre case. Non potremmo più uscire di sera, ci scipperebbero, scassinerebbero negozi, ville, uffici. Non ci sarebbe più pace, mi creda. I ristoranti non sarebbero più sicuri, le nostre mogli non potrebbero più uscire in pelliccia. No, deve stare attento a quello che fa, questo generale piemontese".

"Parla un avvocato di grido, benestante, borghese. Gli amici che sono con lui, due professionisti palermitani, ascoltano in silenzio"

"La droga dunque, come sicurezza sociale. La mafia come sistema economico che il prefetto piemontese rischia di far saltare".

E' una delle prime cose che "il prefetto piemontese" ha letto a Palermo, ma non ne è rimasto minimamente scosso. "Sono uno dei pochi non siciliani (ho ancora nelle ossa la nebbia di Milano) che conosce bene il problema mafioso" mi dice. "Ho fatto pratica nel ramo dal 1966 al 1973 come comandante della legione di Palermo, ho lavorato ocn le tre commissioni antimafia Pafundi, Cattanei e Carraro, e molti omissis porterebbero la firma di Dalla Chiesa".

Arrivando a Palermo, per occupare un posto così delicato ed importante, Dalla Chiesa ha capito che "qui dovevao figurare con tutti i fianchi coperti; e non potevo fare a meno di pensare al matrimonio. In aprile ho cominciato a pensarci, dopo un non facile travagli interiore" ed osservando con un giovanile orgoglio possessivo la bella ragazza che gli sta di fronte "ho capito che nel giro di poche settimane dovevo fare delle scelte. Sapevo che la scelta era difficile ma era un'esperienza da vivere".

Il 23 maggio si è deciso e le ha dato un mese perché preparasse tutto (felici i figli di Dalla Chiesa, leggermente contestatrice la madre della ragazza per la differenza d'eta).

Premesso che non è uno scattista, ma piuttosto un mezzofondista, per ora lui si muove con prudenza e cautela. Non è che al trionfo della giustizia sul suproso si arrivi in un attimo. Ha arlato con 84 sindaci riunendoli in gruppi nelle zone più mafiose, incitandole a rivolgersi a lui ogni volta che si trovassero davanti ad un miserioso intralcio. Ha parlato con molti studenti delle medie superiori (secondo lui uno su 12 poteva essere mafioso), mentre su 60 presidi, l'indice dei mafiosi era più alto. "L'avversario va sempre sopravvalutato" tuona sua eccellenza "ci vorrà del tempo ma qualcosa certo si muoverà".

La storia Emanuela preferisce raccontarla lui. Adelaide Carlotta sono i suoi altri romantici nomi, ha fatto le Marcelline, il liceo classico, poi 4 anni di lettere alla Statale, nfine benché ottimamente impiegata in un'azienda ha preferito dedicare il suo tempo agli handicapati. "Curandoli specialmente con l'ippoterapia" lei precisa, ed il prefetto, chiaramente esplicativo, come se raccontasse una tecnica antimafia, dice: "Vuol dire rilassare, attraverso l'equitazione, i centri nervosi muscolari. Perché il movimento ritmico del cavallo aiuta la spina dorsale; oltretutto lì sopra il bambino si convince che è padrone di qualcosa".

"Hai centrato" fa lei intenerita, e soggiunge: "Mi creda, stare vicino a lui è bellissimo" e con lui sta in una villa sul viale della libertà, rossa anche quella ma in stile moresco con intorno uno stupendo giardino. Vi abbondano le piante mediterranee, gli oleandri, le palme, ma lei vuol piantarvi qualche cespo di garofani, ricordso di quel tal giorno di Genova. (ma perché era a Genova a buttar fiori agli alpini?) Ero molto curiosa di saperlo ma mi sono dimenticato di domandarglielo.

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