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Berlusconi può farcela (anche questa volta)

I partiti hanno preso con serietà il suo ritorno in pista, perché sanno di cosa è capace il Cavaliere

Sìivlio Berlusconi al termine del vertice del Pdl tenutosi ieri a Milano (credits: ANSA/STEFANO PORTA)

La logica e le emozioni, la politica e l’apparenza. Le emozioni diffuse avrebbero dovuto accogliere e, specialmente a sinistra, il ritorno di Berlusconi con modi sguaiati e sprezzanti. Invece, basta leggere i giornali, tutti hanno preso in maniera molto seria, molto preoccupata e traumatizzata l’evento, peraltro annunciato.

In altre parole, tutti si sono resi conto che – per quanto sia improbabile – Berlusconi potrebbe persino farcela a ribaltare il pronistico.

Su quali basi? Lo si è visto con la corsa al Quirinale di Pierluigi Bersani che è andato da Napolitano col fiato corto: “Presidente, questo qui ci lascia col cerino in mano. I provvedimenti del governo sono impopolari, il quadro dell’Italia raccontato dal Cesi di De Rita fa paura, e noi non possiamo svenarci prendendoci sulle spalle tutto il peso dell’impopolarità dei provvedimenti del governo”: Morale: “Vogliamo anche noi le elezioni anticipate, il prima possibile per limitare i danni”. Il prima possibile significa il 10 marzo e questa è la data più gettonata, perché la legislatura finirebbe fisiologicamente ad aprile. Un mese di danni limitati.

Dunque, malgrado tutto l’apparato mediatico, malgrado gli sbuffi di insofferenza, si è visto che Berlusconi è ancora nella condizione di poter dare battaglia, e anche di vincerla. In fondo era successo già nel 1994 quando tutti, ma proprio tutti davano per scontata la vittoria della “gioiosa macchina da guerra” del PCI di Achille Occhetto, che da poco aveva assunto il nuovo nome di PDS, e Berlusconi arrivò come un ciclone e si portò via la vittoria e conquistò Palazzo Chigi. Per mandarlo via di lì fu organizzato poi un curioso complotto che si fondò sulla famosa “cena delle sardine” nella casa romana di Umberto Bossi il quale nel frigo aveva soltanto delle vecchie sardine sott’olio e pane rancido, quando Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione lo raggiunsero e, masticando salato e ammuffito, convinsero il senatùr a far cadere Berlusconi con l’operazione che passerà alla storia come ribaltone.

Oggi sono cambiati i tempi e semplificate le situazioni. Oggi – il rapporto annìuale di de Rita lo conferma drammaticamente – gli italiani si trovano in un grave stato di povertà. Ovunque. Al Nord come al Sud, ed è colpito il ceto medio che comprende il 60 per cento della popolazione attiva. Quella popolazione che non arriva alla fine del mese e che ha visto in un anno di governo Monti un’emorragia di denaro defluire dal portafoglio per raggiungere le case dello Stato, mentre non si creava nuova occupazione, non ripartivano le industrie, ma anzi diminuivano le attività produttive. Monti stesso lo ha ammesso più volte: abbiamo portato un certo tasso di recessione che è il prezzo da pagare per le riforme che condizioneranno il futuro. Però, poiché non si vive di futuro ma di presente, gli italiani hanno soltanto potuto constatare lo stato di ulteriore infelicità che ha colpito le loro vite. Le alte tasse pagare poi non finiscono in servizi nuovi o migliori, ma soltanto nel pagamento dei debiti pregressi. E’ come vivere una vita per pagare i debiti del nonno ubriacone e giocatore, senza poter andare avanti.

Questa è certamente la ricaduta del governo Monti il quale lo sa bene e che è giustamente fiero di aver introdotto riforme fondamentali che daranno i loro frutti nel tempo. Ma intanto il tempo presente genera lacrime e sangue.

Ed ecco che interviene la politica con la sua logica semplice e infallibile, per quanto gli aspetti di immagine e mediatici possano colpire. La politica prende atto che lo stato del Paese si è profondamente aggravato da un anno a questa parte. Colpa della crisi globale, colpa della lentezza delle riforme, ma insomma oggi si sta peggio di quanto non si stesse un anno fa. E in democrazia questi risultati si pagano in termini di consenso, dissenso, cambio di opinione. Ed è qui che arriva Berlusconi il quale constata che la maggioranza degli italiani, storicamente, non vota a sinistra. La sinistra non ha mai raggiunto da sola il cinquanta per cento più uno dei consensi. Il cinquanta più uno dei consensi vanno ad un fronte eterogeneo che è difficile chiamare destra perché dentro di sé contiene molte anime: la borghesia imprenditrice, i post-neofascisti, i leghisti e oggi i grillini che rappresentano un tipico fenomeno “di destra” sociale.

Per tre volte questo blocco sociale eterogeneo ha votato Berlusconi e una sola volta l’ha fatto fallire per trentamila voti nel 2006. Poi c’è stata la catastrofe del berlusconismo, gli screzi con la Lega, la rottura con Casini prima e con Fini poi, i processi, Ruby, le gravi leggerezze di un uomo che non ha fatto altro che fornire armi alla stampa avversaria, e poi l fatto – grave e per cui lo stesso Berlusconi si è scusato – di non aver capito in tempo l’empiezza e la gravità della crisi internazionale affrontata in maniera conflittuale con Giulio Tremonti. Tutto ciò portò al passo indietro dello scorso anno, seguito ad un voto sfavorevole alla Camera.

Oggi il blocco sociale originario su cui aveva costruito il suo impero è spappolato, ma è sempre quello: più del cinquanta per cento degli italiani. Di qui l’idea pazza del Cavaliere: e se mettessi le mani in questa maionese impazzita e la facessi ricompattare? E se riuscissi a ridimensionare Grillo usando le sue stesse armi sulla rete, riprendere il rapporto interrotto con la lega e fare appello a tutti coloro che sono non soltanto delusi, ma preoccupati di un possibile, anzi certo, governo Bersani-Vendola?

E è tornato in campo. Il giorno dopo – questa mi sembra la notizia degna di nota – tutti lo hanno preso estremamente sul serio. Nessuno si è messo a gridare improperi, ma tutti hanno fatto i conti con un  dato di realtà. E il dato è che Berlusconi ha già condotto e vinto campagne disperate, dunque sarebbe anche in grado di vincere questa. La sua scommessa consiste nel gettarsi nella mischia mediatica annunciando che sarà sempre presente in tutti i talk show televisivi sia sulle reti pubbliche che private, poi consiste nel compattare l’apparato dell’informazione su Mediaset cosa che ha fatto invitando a cena tutti i direttori e invitandoli a “fare squadra” e infine nel promettere provvedimenti immediati per fermare l’emorragia di denaro dalle tasche dei contribuenti, come l’abolizione dell’Imu.

Che poi ce la faccia o no, è un altro discorso. Ma in un’ottantina di giorni, quanti ne mancano per le elezioni, l’uomo è capace di parlare direttamente alla pancia di quel ceto medio che il rapporto di de Rita fotografa come devastato, scoraggiato, profondamente arrabbiato. Tra l’altro, stare un anno lontano dalla scena politica ha permesso di far scendere la febbre dell’antiberlusconismo più forte, quello che portò a manifestazioni di piazza molto dure. Il tempo medica le ferite e stempera la memoria. Quindi Berlusconi può presentarsi come se fosse uscito da un lavacro battesimale che lo avesse rigenerato.

Bersani è un uomo intelligente, concreo, emiliano, un uomo di solido buon senso e si è giustamente preoccupato. I gruppi parlamentari della sinistra davano ieri l’altro già segni di nervosismo e di colpo si è avuta la sensazione che la partita, culminata con l’effetto delle primarie con cui il PD è schizzato nei sondaggi, è ancora tutta da giocare.

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