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Uber: il problema non è un’app ma l’assenza di regole

Continua la protesta contro il servizio con cui tutti possono avere un tassista. Ma non prendetevela con la tecnologia

– Credits: blu-news.org, Flickr

Se c’è una cosa che il mondo della tecnologia, soprattutto quella mobile, ha migliorato è il rapporto delle persone con la propria città. Non parliamo di sentimenti, emozioni o del ritorno al parlarsi in metro o sui tram. Si tratta del poter sfruttare, per la prima volta, le informazioni della metropoli, digitalizzate sui piccoli schermi di smartphone e tablet. Al giorno d’oggi è (quasi) impossibile perdersi in città o guardarsi intorno senza sapere dove andare. Le indicazioni arrivano da chi tra le mani un dispositivo connesso in rete ma anche da isole digitali, schermi alle fermate degli autobus e pannelli interattivi.

Si può ben dire che Uber faccia parte di quella schiera di app che permettono alle persone di interagire con i servizi offerti all’interno della città, fossero pure “tassisti” privati, o meglio, persone che vendono un passaggio sul proprio veicolo a chi ne ha bisogno. E’ l’innovazione tecnologica che incontra la massa, senza barriere, senza restrizioni e (come nel caso dei Bitcoin) senza un sistema di controllo centrale che gestisca l’infrastruttura.  

La rivolta dei tassisti milanesi contro Uber, piattaforma rea di mettere su strada guidatori senza una licenza, segue da vicino quella dei colleghi in altri paesi europei. In Germania, giusto un mese fa, l’associazione dei tassisti di Berlino aveva ottenuto un’ingiunzione da parte dell’Unione Europea per considerare Uber come una vera e propria azienda e non solo un insieme di lavoratori indipendenti e per questo soggetta alle stesse regole dei tassisti teutonici. Prima di procedere con il blocco, l’associazione aspetterà che sia il governo ad intervenire e ad affiancarsi al malcontento dei taxi berlinesi visto che, in caso di ribaltamento della decisione finale, sarebbe lo Stato (e non la piccola associazione) a dover risarcire Uber dei mancati guadagni.

Le opinioni sono contrastanti: c’è chi dice che i tassisti protestino per conservare la loro lobby (e non solo per l’assenza di una licenza specifica), altri che Uber sia forte dell’appoggio di Google (da cui è stata acquistata lo scorso agosto ) e che quindi andrà dritta per la sua strada.

È chiaro che il problema non sia solo un’app. La falla è in un sistema che non prevede innovazione, almeno non quanta ne servirebbe per cambiare lo status quo di una serie di servizi che, a quanto pare, non rispondono più alle esigenze degli utenti.

È la stessa situazione vissuta da Airbnb, il sito che permette di affittare case a scopo turistico in barba a qualsiasi legge comunale. In quel caso il costo di una casa in affitto, anche per pochi giorni, è diventato talmente alto, al lordo dei guadagni di agenzie e singoli proprietari, da giustificare il successo di metodi alternativi (e in teoria più trasparenti) per risparmiare in vacanza. Se Airbnb risponde alla crisi del settore immobiliare e ne estremizza la ricadute sulla vita delle persone chi può biasimare un pendolare che vuole risparmiare sul taxi usando Uber?

La necessità è quella di creare regole che tengano conto del nuovo panorama tecnologico, soprattutto di quello nazionale. Non dovrebbero essere solo Uber e Airbnb a condividere una tesi del genere ma tutte quelle aziende che sentono il bisogno di ripensare il proprio modello di business. Il problema non è la tecnologia ma il modo sbagliato con cui si affrontano le questioni legate allo sviluppo tecnologico. Non è costruttivo barricarsi dietro l'una o l'altra fazione ma condividere una soluzione che possa preservare sia una certa categoria che i nuovi soggetti imprenditoriali, figli della mobilità. 

 
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