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Lo streaming musicale è meno ecosostenibile dei cd

L'abitudine di promuovere ed ascoltare musica in streaming si sta diffondendo alla velocità della fibra ottica, ma un nuovo studio rivela che lo streaming musicale è tutt'altro che ecosostenibile. Sicuramente meno dei cd

Streaming Spotify mobile

– Credits: Johan Larsson @ Flickr

Che la produzione e il trasporto di un compact-disk comportino un costo in termini energetici ed ecologici, è facilmente intuibile. Il cd è un oggetto fisico, lo prendi in mano, lo puoi graffiare e perdere sotto il sedile dell’auto, è lampante che sia stato necessario consumare energia per produrlo, confezionarlo, trasportarlo e, una volta che qualcuno porterà la tua collezione in discarica, smaltirlo.

Quando invece fai partire un disco in streaming, hai l’impressione di avere a che fare con qualcosa di pulito e immediato, lontano anni luce dal rumore e gli ingombri di una fabbrica, difficilmente ti verrebbe in mente che riprodurre quella dozzina di canzoni, possa comportare un qualche costo per l’ambiente.

Secondo uno studio stilato da Bach Technology, lo streaming musicale non solo è energeticamente dispendioso, ma è pure meno ecosostenibile dei cd.

Lo streaming o il download di 12 tracce non compresse eseguito per 27 volte da un utente equivale, in termini energetici, alla produzione e al trasporto di un cd da 12 traccespiega l’autore dello studio, Dagfinn Bach “Di conseguenza, lo streaming ripetuto di singoli brani potrebbe non essere una buona soluzione a lungo termine.

Insomma: un cd lo compri e lo riutilizzi un numero indefinito di volte prima di liberartene (se mai deciderai, o dovrai, liberartene), la riproduzione di un album in streaming, invece, richiede ogni volta un nuovo dispendio energetico per la trasmissione e la riproduzione dai data center in cui è stoccato.

Per dare sostanza a quello che assomiglia a un vero e proprio allarme, Bach snocciola qualche dato. Stando ai suoi calcoli, entro il 2027 il traffico globale di dati raggiungerà lo yottabyte (10^24 byte), arrivando a consumare un quinto dell’energia che l’intero pianeta ha utilizzato nel 2010. Un discorso analogo vale per YouTube: con l’aumentare degli upload (e dei conseguenti stream) illegali, entro il 2013 la piattaforma video arriverà a richiedere l’1% dell’elettricità consumata nel 2010.

Sono numeri difficili da calcolare, e ancor più da digerire. Ma siccome Bach non è un semplice catastrofista, nel presentare il suo rapporto (chiamato ironicamente: The Dark Side of the Tune, in riferimento allo storico capolavoro dei Pink Floyd) si prende un po’ di spazio per suggerire le potenziali soluzioni:

1. Accoppiare lo streaming dei brani a una forma di memorizzazione cache che consenta di non dover ripetere lo stream di una canzone già ascoltata (un po’ come già fa la app di Spotify.)

2. Prevedere la vendita di chip da un petabyte, che contengano una parte del (o addirittura l’intero) catalogo universale dei brani mai registrati.

Quest’ultima opzione, oltre ad aver fatto partire probabilmente un embolo a qualche pezzo da novanta dell’industria discografica, è naturalmente del tutto inapplicabile. Oltre a incontrare il sicuro niet di colossi discografici abituati a un profitto al dettaglio, creerebbe grosse difficoltà di aggiornamento rendendo inevitabilmente lenta l’acquisizione di musica fresca di studio.

Dagfinn Bach probabilmente non è la persona più adatta a suggerire soluzioni per un problema reale e in via di aggravamento. Il suo studio è però di fondamentale importanza per pianificare una strada sostenibile verso un’orizzonte che già oggi alcuni non esitano a chiamare: rivoluzione streaming.

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