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I nostri figli si costruiranno i giocattoli da soli. Con una stampante 3D

È finita l’era delle grandi produzioni industriali. Grazie alla stampa tridimensionale chiunque sarà in grado di realizzare il suo manufatto. Anche un bambino

– Credits: Mario Langer

È difficile mantenere la lucidità quando si parla di tecnologie in piena fase espansiva. Ci vorrebbe il “cannocchiale rovesciato” del dottor Fileno, o comunque qualcosa che ci facesse guardare certi fenomeni da lontano, con il giusto distacco.

Come ci dobbiamo comportare, ad esempio, dinnanzi a un argomento affascinante e complesso come quello delle stampanti 3D? A chi dobbiamo credere? A coloro che ci dicono che il mondo del manufacturing vivrà, anzi, sta già vivendo una rivoluzione pari a quella innescata da Internet nell’informazione? O a quelli che ci mettono in guardia dai rischi di un fenomeno che è assolutamente incontrollato, come dimostra la crescita preoccupante di progetti che hanno a che fare con la costruzione di armi?

In casi come questi è sempre meglio schiarirsi le idee parlando con chi certe tecnologie le ha viste nascere e crescere. Amar Hanspal, Vice President IPG product group di Autodesk , è nel caso specifico la persona più indicata per raccontarci vizi e virtù del mondo della stampa 3D. Perché conosce il mestiere (è da quasi 30 anni in una delle aziende più attive nel mondo della modellazione solida), ma soprattutto perché ha la dote (rara, per questo genere di figure) di parlare con semplicità. È a lui che ci siamo rivolti per capire quali sono, realmente, le implicazioni di un fenomeno che è ormai sulla bocca di tutti.

Iniziamo da una considerazione: perché si parla così tanto di stampanti 3D?
In realtà quello che stiamo vedendo è solo la punta dell’iceberg di un movimento - quello dei maker - che è presente da oltre 30 anni. Il fatto è che ora tutto è molto più rapido. Negli ultimi quattro anni sono arrivate molte innovazioni, soprattutto per quanto riguarda la parte dei materiali, che hanno accelerato il processo evolutivo e dunque le capacità delle tecnologie di stampa.

In poche parole: quali sono i vantaggi reali della stampa 3D rispetto ai tradizionali processi di manufacturing?
Le stampanti 3D rendono semplici le cose difficili. Potremmo quasi dire che nella stampa 3D non esiste la complessità: possiamo realizzare forme, strutture e sezioni che non sono nemmeno concepibili coi sistemi tradizionali. Pensiamo a una protesi, per esempio. Pensiamo a quanto sia complesso replicare una struttura ossea. Il corpo umano ha impiegato milioni di anni per arrivare a creare qualcosa che fosse al tempo stesso leggero, potente, resistente. Non è solo una questione di forma ma anche di reticoli, di struttura. C’è poi un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi: la capacità di combinare due o più materiali simultaneamente all’interno di uno stesso processo. Da questa commistione possono nascere oggetti dalle qualità nuove e molto interessanti, solidi con una “scorza” dura ma dal cuore tenero ad esempio.

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D’accordo, ma a che punto siamo? Cosa si può davvero fare con queste tecnologie?
Le applicazioni industriali sono davvero molto varie. Un tempo si pensava che le stampanti 3D potessero essere utilizzate solo per la prototipazione, oggi sappiamo che non è così. Nel settore del cosiddetto additive manufacturing si costruisce di tutto, persino particolari per il settore automotive, turbine di aeroplani, rivestimenti e strutture per l’edilizia. Ma c’è una rivoluzione in atto anche in molti settori del nostro vivere quotidiano, pensiamo ad esempio all’abbigliamento: ci sono sempre più maker che realizzano scarpe, vestiti, caschi attraverso stampanti 3D.

Conta di più la stampante o il software che c’è dietro?
L’hardware è sicuramente importante, buona parte dell’innovazione è guidata dai produttori di stampanti, specialmente in termini di velocità e capacità di lavorazione dei materiali. Ma per sviluppare i prodotti e coordinare le sequenze dei processi di stampa abbiamo bisogno del software. Se oggi possiamo costruire un arto artificiale in grado di adattarsi perfettamente al corpo di un paziente lo dobbiamo essenzialmente al software. Non può esserci precisione senza un opportuno sistema software capace di acquisire ed elaborare le informazioni di partenza provenienti da uno scanner e trasformarle in un prodotto finito. E poi abbiamo bisogno del software per minimizzare gli sprechi di materiale: l’hardware si limita a sfornare uno strato dopo l’altro, il software comprende il modo in cui conviene stampare per ottimizzare il consumo di materiale.

La stampa 3D è un processo economico?
È soprattutto un modo differente di pensare ai costi di produzione. La rivoluzione industriale ci ha permesso di costruire tanti prodotti in serie, tutti uguali fra loro. La stampa 3D ci permette di realizzare - allo stesso costo - prodotti unici e specifici per ogni consumatore. Non ho più bisogno della fabbrica, del magazzino, di un certo tipo di capitale iniziale, chiunque può diventare un produttore. Stiamo riportando la persona al centro della produzione. Centinaia di anni fa c’era il fabbro che sapeva forgiare una spada che calzava a pennello per l’impugnatura di un guerriero; oggi abbiamo il maker, qualcuno che grazie a una stampante 3D e a un’idea può iniziare a costruire.

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Significa che gli stabilimenti di produzione sono destinati a estinguersi?
Oggi stiamo assistendo a due trend: ci sono aziende che in passato hanno investito in Cina e ora stanno tornando indietro. Si stanno riportando il lavoro in casa, per essere più vicini ai loro clienti e perché certe attività, ormai, non richiedono più grandi stabilimenti. Il secondo è che ci sono sempre più realtà che hanno voglia di creare prodotti. È un fenomeno che ricorda da vicino ciò che sta accadendo parallelamente nel mondo del software. Se gli smartphone hanno portato alla nascita di molte startup in grado di sviluppare applicazioni, le stampanti 3D stanno portando alla proliferazione di una nuova generazione di maker.

Fin qui i pregi. Ci sarà pure qualcosa che non va…
Naturalmente. L’eco mediatico del fenomeno non deve appannarci la vista: stiamo parlando di un mercato che deve ancora maturare, di una tecnologia che può cambiare il mondo ma che è ancora in una fase embrionale. I numeri, del resto, sono ancora ridotti. Ci sono poi, ovviamente dei limiti tecnici. La stampa tridimensionale non è un processo che può essere utilizzato per grandi produzioni di serie. E ci sono ancora alcuni materiali che non possono essere stampati.

È una tecnologia che può aiutare le nazioni povere ad essere meno povere?
Abbassare il costi di produzione rappresenta già un beneficio economico. Con le stampanti 3D, questo è innegabile, certi prodotti verranno resi più accessibili.

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Impossibile non volgere lo sguardo al futuro? Quali sono le frontiere più avveniristiche del settore?
Dipende fin dove vogliamo guardare. Nell’immediato posso dire che a livello industriale l'obiettivo è entrando sempre di più all'interno del processo, creando nuove forme sempre più complesse. Ma se andiamo oltre, se pensiamo a un orizzonte temporale più ampio, direi che le applicazioni più interessanti arriveranno dalla biotecnologia e dalla medicina. Nel futuro, i farmaci potrebbero essere realizzati in modo personalizzato, in base al Dna del singolo paziente.

Facciamo una scommessa: da qui a 5 anni i nostri figli sapranno costruirsi da soli i loro giochi grazie a una stampante 3D…
Non è un azzardo. Nelle nuove generazioni questa trasformazione culturale è già in atto. Già oggi ci sono giochi, è il caso di Minecraft, grazie ai quali i bambini creano veri e propri mondi digitali, quasi fossero dei Lego del futuro. La stampa sarà il passaggio successivo. Hai progettato qualcosa che ti piace? Bene, ora stampalo e rendilo concreto. Credo che i nostri ragazzi potranno costruirsi giochi molto più vicini ai loro gusti e ai loro desideri. E questo darà loro un senso di realizzazione e di partecipazione mai visto prima.

 
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