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Viaggio dentro il futuro di Instagram

Panorama è entrato in esclusiva nel quartier generale del social network in Silicon Valley per scoprire le novità in arrivo

da San Francisco

Scomodando un riferimento biblico, è come se avesse cancellato per sempre la torre di Babele: Instagram ha riportato il mondo a un vocabolario universale, parlato da tutti tramite la fotocamera del telefonino. Il linguaggio delle immagini statiche e in movimento, che non hanno bisogno di traduzioni per essere capite. Ne vengono caricate almeno 95 milioni al giorno, ricevendo una media di 4,2 miliardi di «mi piace» ogni 24 ore. Il social network è popolato da 600 milioni di persone, quanto l’Europa o giù di lì: in 100 milioni si sono iscritti negli ultimi sei mesi, solo in Italia raggiunge i nove milioni di utenti.

Fondato nell’ottobre del 2010 da due informatici, un americano e un brasiliano, è stato comprato da Facebook nel 2012 per 1 miliardo di dollari. Se non briciole, di sicuro un investimento ampiamente ripagato dal tempo: secondo una stima del gruppo finanziario Credit Suisse, grazie alla pubblicità l’applicazione ha fatturato 3,2 miliardi di biglietti verdi nel corso del 2016, che saliranno a 5,3 miliardi nel 2017 foraggiati da oltre 500 mila inserzionisti.

«Funziona perché è un luogo semplice per comunicare ed essere ispirati» riassume James Quarles, vicepresidente della piattaforma e responsabile globale della sua monetizzazione. Ovvero dei metodi per far soldi che, in pieno stile Mark Zuckerberg, sono cuciti addosso ai nostri gusti. Se guardiamo scatti di paesaggi, è probabile che comparirà l’annuncio di un tour operator che tenta di venderci un viaggio; se ci incantano le foto di piatti di alta cucina, un ristorante proverà a ingolosirci con le sue proposte gourmet. «Mantenendo vivo l’imprinting di Instagram: la creatività, la fantasia, l’apertura mentale» scandisce Quarles serissimo, in un involontario contrasto con il nome della stanza in cui Panorama lo incontra. Si trova al secondo dei tre piani della nuovissima sede del social network e si chiama «bicipite contratto», come uno degli amatissimi emoji, le faccine e i disegnini che usiamo ogni giorno in chat e qui battezzano le sale riunioni.

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L'atrio di Instagram – Credits: Instagram

Siamo a Menlo Park, al centro della Silicon Valley, nella cittadella di Facebook a pochi chilometri da San Francisco e dalle sedi di Apple e Google: cibo ovunque, gratis, a ogni ora, di qualità e qualsiasi geografia; una spa e un barbiere a portata di navetta, un enorme atrio all’ingresso pieno di schermi su cui scorrono a casaccio i contenuti pubblicati sull’applicazione dagli utenti. Dentro, un balletto di spazi aperti con praterie di computer interrotte da oasi analogiche come «Bookstagram», la biblioteca con vista panoramica per disintossicarsi dall’orizzonte stretto della tastiera; accanto ai bagni, bizzarrie nerd: i distributori automatici non sono di snack o bevande, ma di mouse, adattatori e assortita oggettistica hi-tech.      

Guadagnato il successo globale grazie ai suoi evoluti filtri digitali che rendono spettacolare una buona foto e più che passabile una mediocre, oggi Instagram è parecchio altro, molto di più. Ha fatto crescere schiere di divi come l’italiana Chiara Ferragni, che ha più di 7 milioni di follower interessati a scoprire i suoi look e a curiosare nella sua quotidianità; ha introdotto le «Storie», scatti e video da condividere con i propri seguaci o gruppi ristretti di contatti che svaniscono in 24 ore: «Quello che è visibile sul profilo» spiega il vicepresidente «rappresenta i momenti chiave, le esperienze significative. Le storie sono angoli provvisori, passeggeri». E sono già state sperimentate da 100 milioni di persone, incluse le aziende che per esempio vogliono veicolare una promozione; in parallelo, però, hanno scatenato una tempesta di critiche contro Zuckerberg: le avrebbe copiate da Snapchat, altro social che Facebook voleva comprare nel 2013 per 3 miliardi di dollari (oggi ne vale 25), ottenendo di rimando un secco no. «Le storie sono un format. Non lo abbiamo inventato» ammette Quarles «ma adattato al nostro ecosistema per renderlo di successo. Lo stesso vale per gli hashtag, che consentono di effettuare ricerche nella piattaforma». Come su Twitter.

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James Quarles, vicepresidente di Instagram – Credits: Instagram

«Funziona perché è un luogo semplice per comunicare ed essere ispirati, dove regnano la creatività, la fantasia, l’apertura mentale»

Assieme alle immagini, si possono postare video: «Il loro consumo è aumentato del 150 per cento negli ultimi sei mesi, funzionano come una specie di teletrasporto immediato nell’universo degli altri». Sempre più esposto a occhi e commenti di amici e sconosciuti (se non s’imposta l’account come privato, chiunque può seguirlo e vederne gli aggiornamenti), almeno per la parte che si decide di pubblicare o trasmettere in diretta dallo smartphone, altra funzione mutuata da Facebook. Con una differenza: i filmati non vengono salvati, sono visibili solo da chi è on line in quel momento. Un modo, accanto ai messaggi che si autodistruggono non appena sono aperti dal loro destinatario, per catturare anche il pubblico attratto da queste modalità di comunicazione usa e getta, guarda e cancella.    

Il passo imminente sarà capitalizzare ancora meglio queste nuove ondate d’attenzione: potremo acquistare ciò che vediamo nelle foto, per esempio capi e accessori indossati da una celebrità o da una modella di una casa di moda. «Si aprirà» anticipa Quarles «una descrizione degli oggetti e si compreranno con pochi tocchi. La funzione è in fase di test negli Stati Uniti, dovrebbe essere disponibile ovunque nel corso del 2017».

Più avanti, potrebbe essere la realtà virtuale a sbarcare nella galassia Instagram: «Per rafforzare le relazioni» commenta con comprensibile vaghezza il vicepresidente «tramite esperienze condivise». Verosimilmente, ci si immergerà nei contenuti con un visore sul naso, sarà l’ennesima estensione di questo linguaggio universale vuoto di lettere, ma gonfio di numeri: i profitti che il social network macina mentre scorriamo con le dita le vite degli altri.

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