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Smartphone ergo sum. Ecco la generazione Fidgital

Un numero sempre maggiore di persone vive il rapporto con il proprio smartphone in maniera morbosa. Sono i fidgital, gente che arriva a sperimentare crisi d'astinenza, in mancanza del telefonino

Fidgital

– Credits: Never Original @ Flickr

Se ne vedono ovunque, nei bar, a scuola, negli uffici, in parlamento, in chiesa, nei supermercati, al cenone coi parenti, in coda agli sportelli, sulle banchine delle stazioni, qualcuno persino nelle sale cinematografiche. Li riconosci dalla postura leggermente ingobbita, le spalle contratte, una mano protesa immobile a sorreggere un telefonino a pochi centimetri da due palpebre strette. Qualcuno li chiama asociali, qualcuno preferisce sfigati, molti semplicemente li ignorano.

Qualcun altro, il New York Times per la precisione, ha invece deciso di coniare per loro un neologismo che si già ha cominciato a diffondersi per la rete. Presto, alla colorita lista di termini fioriti dall’evolversi della generazione digitale (neologismi come FOMO, hikikomori, YOLO, troll…) potrebbe aggiungersene un altro: FIDGITAL.

L’aggettivo “fidgital” indicherebbe in modo specifico quelle persone che vivono il rapporto con il proprio smartphone in modo morboso, per non dire malato. Chiunque di noi avrà avuto a che fare con una persona così, uno che mentre ci prendi il caffè fatica a incrociare il tuo sguardo perché è costantemente impegnato a controllare quante notifiche ha ricevuto su Facebook l’autoscatto che si è fatto due mesi prima su una spiaggia tropicale. Quando capita una persona così, la prima cosa che ti viene da fare è deriderla e, se esagera, costringerla a rimettere in tasca quella specie di cordone ombelicale che lo lega a madre Rete. Ma a quanto pare, c’è ben poco da ridere.

Già in passato vi avevamo parlato della tendenza che molte persone hanno di dormire con il proprio cellulare , quasi fosse una moderna incarnazione del vecchio peluche. Addirittura, negli Stati Uniti il 50% dei ragazzi con un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, si sveglia nel sonno e come prima cosa controlla se qualcuno gli ha scritto o se ci sono novità di rilievo dalla sua infosfera social. Si potrebbe liquidare questi dati con un’alzata di spalle, dopotutto che problema c’è anche se si perde qualche ora di sonno?

Il problema è che con la diffusione esponenziale dei dispositivi connessi, comincia a profilarsi quello che appare in tutto e per tutto come un nuovo disturbo psicologico, che potremmo tranquillamente chiamare “dipendenza da social media.”

Uno degli studi più importanti condotti finora è TheWorldUnplugged , ad opera dell’International Center for Media & the Public Agenda (ICMPA) e dalla Salzburg Academy on Media & Global Change. Nel 2011 questa squadra di ricercatori ha sottoposto 1000 studenti universitari provenienti da Gran Bretagna, Cina, Stati Uniti, Libano, Cile e Uganda a un test: per 24 ore hanno dovuto rinunciare al proprio smartphone e, in generale, a qualsiasi tipo di connessione. I risultati sono piuttosto sconvolgenti.

Più o meno tutti i partecipanti hanno mostrato un netto cambio di umore, passando dalla semplice noia, alla frustrazione fino a mostrare i sintomi di una vera e propria patologia depressiva. Una parte inaspettatamente grossa del campione, già poche ore dopo l’inizio della giornata, si comportava come i tossici in astinenza: “Mi veniva da grattarmi” ha dichiarato uno studente “Come quelli che si fanno di crack, e solo perché non potevo usare il mio telefonino.”

Ma al di là di questi sviluppi “estremi”, quello che è interessante osservare, è l’effetto che la separazione dal proprio smartphone ha avuto sulla percezione che i partecipanti avevano di sé e sul modo in cui  vivevano il rapporto con gli altri. “Non ero in grado di descrivere i miei sentimenti, senza accesso ai social media” ha spiegato uno “come se nella mia vita qualcosa di importante fosse venuto a mancare.” Altri ancora hanno raccontato di essersi ritrovati in una situazione di stallo: “Non sapevo cosa fare di me stesso, letteralmente” ha dichiarato uno studente britannico “Continuavo a scendere in cucina e rimanevo a fissare la credenza, oppure mi facevo un drink, a ciclo continuo.”

Dopo una giornata passata a “ripulirsi” dalla propria dipendenza digitale, molti sono arrivati a realizzare che i social media erano diventati una componente irrinunciabile della loro giornata, e il telefonino una sorta di “estensione” del proprio corpo. Per qualcuno però, l’esperienza ha avuto risvolti rivelatori: “Sono tre anni che vivo con le stesse tre persone” ha dichiarato uno degli studenti “Sono i miei migliori amici, e penso che questo sia stato uno dei giorni più belli che abbiamo passato insieme. Ero finalmente in grado di vederli nella loro concretezza, senza distrazioni, e all’improvviso eravamo di nuovo in grado di accontentarci di piaceri semplici.”

Messa così, sembra che voglia convincervi che lo smartphone è l’eroina del XXI secolo, e che dovremmo cominciare a organizzare gruppi di aiuto per riaccompagnare i nostri amici fidgital sulla retta via. Ma non è questo il mio intento. Dati come quelli presentati in questo articolo devono servire a conoscere meglio un mezzo che sta diventando ogni giorno più presente nella nostra quotidianità. Basti pensare che, solo nel 2012, il tempo che le persone passano con il proprio smartphone è aumentato del 63% .

Perciò non fate quelle facce, non vi sto dicendo di scegliere tra il vostro smartphone e una vita centrata e soddisfacente. Vi sfido però a sottoporvi da soli al test di TheWorldUnplugged, e lasciare nel cassetto, spento, il vostro cellulare per almeno 24 ore. Potreste imparare qualcosa di importante sui social media. E chissà, anche su di voi.

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