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Facebook Spaces, come funziona la realtà virtuale social

Zuckerberg svela uno spazio da abitare con il proprio avatar, incontrare altri amici e condividere esperienze con loro tenendo il casco sul naso

La domanda ricorre da oramai tre anni, da quando Mark Zuckerberg ha speso la cifra folle (per i tempi) di 2 miliardi di dollari per compare Oculus Rift. La risposta definitiva è arrivata con il lancio di Facebook Spaces, la piattaforma che trasporta il social network per eccellenza nell’universo della realtà virtuale.

Basta calare il casco sul naso per interagire in modi inediti con i propri amici nella stessa città, magari a poche centinaia di metri di distanza, oppure con altri che vivono ovunque nel mondo. E lo stesso con parenti, familiari, conoscenti, chiunque faccia parte della propria rete di contatti.

Primo passo: creare un avatar

Spaces, come il nome suggerisce, è infatti uno spazio di bit da abitare con un proprio avatar, un proprio equivalente digitale, da costruire a piacimento come avviene in molti videogiochi per console e telefonini, dai Sims in poi. Senza doversi ingegnare troppo, perché basta scegliere una propria foto presente su Facebook affinché il sistema faccia tutto in automatico.

E se non siamo soddisfatti, possiamo comunque modificare colore degli occhi, taglio dei capelli, caratteristiche del viso e altri dettagli. Un po’ come compilare un secondo profilo.

Definito il look, ci si unisce a un massimo di tre amici attorno a un tavolo che funziona un po’ come il centro di controllo dell’esperienza. Anche gli altri commensali dell’esperienza, chiamiamoli così, appariranno in forma di avatar.

Video, foto (e selfie) in condivisione

Insieme si può disegnare nell’aria, guardare video, immagini, addirittura scattare selfie utilizzando un bastoncino virtuale, funzionalità questa che Zuckerberg aveva già svelato l’anno scorso nel corso di F8, la conferenza dedicata agli sviluppatori.

Facebook Spaces è uno dei piatti forti dell’edizione del 2017, reso subito disponibile in versione beta partendo da un assunto: «Non è possibile essere sempre vicini alle persone alle quali siamo legati». Fornendo, se non un equivalente, quantomeno un sostituto intangibile però interattivo. Molto di più di una chat, di una telefonata o una videochiamata. Piuttosto un incontro in un altrove immateriale, a 360 gradi, grazie all’immersività brevettata di Oculus. Molto oltre Second Life.

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– Credits: Facebook

Anche le videochiamate 

Ogni utente intorno al tavolo, oltre all’avatar, ha il suo nome e la sua foto profilo di Facebook sulla testa così è più facilmente riconoscibile. Altri possono essere invitati a partecipare, sia tramite visore, sia con una videochiamata su Messenger (immagine sopra), che si apre nell’ambiente e diventa una sorta di ponte, di punto di collegamento tra l’universo tradizionale e quello parallelo generato da Spaces.

Un meccanismo nel quale è facile calarsi e dal quale è altrettanto semplice staccarsi: in ogni momento si può mettere la riunione in pausa, zittire i propri amici (i dubbi sul galateo del gesto sono più che legittimi) o addirittura rimuoverli se troppo molesti. Per scontare le conseguenze nel mondo reale, ci sarà tempo. O non succederà, se sono conoscenze labili con cui si è tentato un approccio in un’atmosfera controllata.

Vecchio e nuovo Facebook

Il «vecchio» Facebook e Spaces non corrono comunque su due binari paralleli ma s’intersecano, s’incrociano. Lo sfondo dell’esperienza può essere pescato da una foto della nostra timeline, oppure si può far partire un video di un nostro viaggio che tutti i presenti abiteranno e commenteranno. Perché la fonte principale della comunicazione, avatar a parte, sarà la voce, la possibilità di scambiarsi impressioni, sensazioni, un po’ come se si fosse seduti al tavolino di un bar con pareti di lisergica, cangiante schizofrenia.

Nella presentazione ufficiale di Spaces si sono visti utilizzi non peregrini, come una festa di compleanno in un parco giochi soleggiato con invitati fisicamente lontani, intenti a scambiarsi palloncini e lecca lecca di bit. Abbastanza terrorizzante se diventerà il sostituto di un vero party, meglio di niente se è un modo per stare vicino a chi è distante, scattare una foto collettiva e pubblicarla su un social tradizionale. Per non parlare degli utilizzi in chiave business, con meeting lavorativi su un livello superiore.

Cosa ci guadagna Zuckerberg

Soprattutto, s’intuisce come Zuckerberg possa rendere Spaces una fonte di guadagno. Per esempio, facendo scorrere pubblicità sulle pareti fotografiche scelte come sfondo della sessione, o facendo partire brevi spot prima dei video a 360 gradi in cui i partecipanti decidono d’immergersi in condivisione.

Sono scenari, non così inverosimili visto quanto successo con le storie su Instagram, con gli annunci inseriti tra un contenuto evanescente e l’altro pubblicato dai nostri contatti. Se così fosse, Facebook avrebbe risposto in modo convincente a un'altra domanda ancora più assurda e impossibile: come far soldi con un’esperienza social in realtà virtuale.

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