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Facebook è tenuto in ostaggio dai finti profili

Sono più di 80 milioni e il social network fatica a trovare una strada per limitarli

Rielaborazione del nome Facebook, dove Face diventa Fake: falso

A quanto pare dobbiamo rassegnarci: secondo la quotata società di ricerca Gartner, oggi meno del 4 per cento delle interazioni sui social network non sono reali, ma questa statistica è destinata a crescere. Potrebbe superare la quota del 10 per cento entro il 2014. Chissà cosa succederà allora su Facebook, il social per eccellenza con oltre un miliardo di profili dove oggi, per sua stessa ammissione, la ragguardevole quota di 83 milioni sono falsi: pagine multiple create dal medesimo utente, peggio ancora da robot, in automatico e a catena, senza parlare dei divertissement vari di chi si spaccia per essere chi non è. E propaganda contenuti farlocchi come autentici, senza averne titolo e diritto.

Che la situazione sia grave lo testimonia il nomignolo, la storpiatura che si è guadagnata sul campo la creatura di Mark Zuckerberg: «Fakebook», da fake, ovvero finto. Una piaga che il colosso del web sta provando a combattere con forza stringendo accordi con società di antivirus e chiudendo senza troppi complimenti gli account sospetti, ovvero quelli che spargono «mi piace» a pioggia, a centinaia in pochi minuti, spesso in luoghi e lingue che, secondo buon senso, dovrebbero essere loro sconosciuti. Ma è una tattica che parte sconfitta in partenza, perché per ogni profilo che viene disattivato ne possono nascere di nuovi a decine. Registrarsi su Facebook, d’altronde, è un’operazione semplice e veloce e i benefici che si possono trarre da questa attività fraudolenta sono molteplici.

La rete, tanto per cominciare, è un fiorire di bazar che smerciano like, commenti, interazioni, un tanto al migliaio. Per non parlare del mercato nero virtuale, dove hacker senza troppi scrupoli commerciano, anzi svendono le identità altrui. Ma il punto vero è che se c’è tanta offerta, la domanda allora non deve mancare di certo. Le recenti elezioni americane sono state l’ultimo volano per il fenomeno: al di là dei finti apprezzamenti alle pagine dei due candidati, è emblematico – lo racconta il New York Timesquanto successo nello Stato di Washington, dove un gruppo contro il matrimonio gay ha ricevuto un’ondata di mi piace. Che, secondo quanto denunciato dalla fazione opposta favorevole invece alle nozze omosessuali, sarebbero arrivati per la maggior parte da Bangkok o dalla Lituania. Due le ipotesi: o li hanno comprati, o qualcuno li ha comprati per loro per far venire la cosa a galla e screditarli.

Ma non è finita qui: c’è chi sfrutta il meccanismo per creare delle finte pagine, parallele a quelle di siti o personaggi quotati, per sfruttare il loro appeal e propagandare un’idea o un prodotto. Negli Stati Uniti, di nuovo sotto elezioni, è successo a un ospedale: è stato messo on line un profilo analogo all’originale, che prima ha rastrellato mi piace, poi ha iniziato a criticare la riforma sanitaria di Obama, spacciando queste lagnanze per la sua posizione ufficiale. E che l’ipotesi non sia poi così remota, né rara, lo confermano i risultati multipli che otteniamo quando cerchiamo un marchio o una celebrità. Non sempre è facile capire con immediatezza quale sia il profilo ufficiale. E non sempre quello con maggiori like è quello giusto.

Ovviamente Facebook è la prima a essere danneggiata dal fenomeno. I profili finti sono stati uno dei motivi che hanno reso doloroso il suo esordio in borsa. Il punto è ovvio: il social network guadagna dalla pubblicità, dalla quantità di «mi piace» o dalle condivisioni degli utenti con i loro amici dei contenuti di una pagina. Nessuna azienda può essere contenta di pagare a vuoto, di sapere che i suoi messaggi, sulla carta il più possibile in target, si perdono nel nulla. E, dunque, quella che si rischia è una «Fuga da Facebook», prendendo in prestito il titolo del libro di Marco Camisani Calzolari che indaga in profondità il fenomeno e si presenta come una sorta di guida alla sopravvivenza per chi vuole fare marketing digitale. Mentre a noi, utenti comuni, non resta che esagerare con la prudenza. E ricordarci che l’apparenza inganna non è solo un vecchio proverbio, ma la regola aurea sui social network.

Twitter: @marmorello

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