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L’uomo che vuole dare da bere agli smartphone

Un ricercatore finlandese ha scoperto il modo di utilizzare l'alcol per alimentare dispositivi mobile. Il segreto sta in microscopiche pile a combustibile, capaci di produrre energia elettricità a partire da etanolo e ossigeno

smartphone alcol

– Credits: BakiBG @ ThinkStock

Uno dei settori che più riesce a produrre speranze e delusioni, parlando di hi-tech, è sicuramente quello delle batterie per dispositivi mobile. Mentre le prestazioni offerte da smartphone e tablet seguono una curva esponenziale sempre più ripida, quelle delle batterie e dei sistemi di alimentazione proseguono lungo una traiettoria faticosamente retta.

C’è chi si concentra sulla velocità di caricamento, altri studiano nuovi materiali per accumulare carica, altri ancora puntano sul caricamento wireless. E poi c’è chi prova a uscire dai binari, puntando su qualcosa di completamente diverso: l’alcol, ad esempio.

Nonostante il nome, italiano quanto la pizza, Gianmario Scotti vive e lavora a Aalto, in Finlandia, dove sta lavorando a un dottorato di ricerca sulle pile a combustibile , dispositivi microscopici che consentono di produrre energia a partire da semplici sostanze. Nel caso di Scotti, le sostanze in questione sono ossigeno e alcol.

A differenza di una normale batteria, una pila a combustibile funge unicamente da convertitore di una fonte di energia immagazzinata in un serbatoio separato (ad esempio un serbatoio di idrogeno). Fino ad oggi abbiamo sentito parlare di pile a combustibile relativamente al loro possibile utilizzo nell’industria automobilistica. Ecco, Scotti vuole estendere il raggio di azione di questa tecnologia riducendo le dimensioni al punto da renderla integrabile in una vasta gamma di dispositivi.

La micropila a combustibile che Scotti ha ideato per il suo dottorato è costituita da un wafer di alluminio da 14 millimetri quadrati spesso meno di un millimetro. Utilizzando etanolo (o metanolo) e ossigeno, questa micropila è in grado di produrre 0,5 volt di energia elettrica, una soglia ben più bassa di quella ottenibile utilizzando idrogeno , ma più abbordabile in quanto l’acool è molto meno costoso e più facile da gestire.

L’obiettivo di Scotti è sfruttare questa tecnologia per alimentare microsatelliti in primo luogo, e in un futuro non troppo lontano (di qui a una manciata d’anni) i dispositivi mobile che ci appesantiscono le tasche. Per raggiungere questo traguardo, tuttavia, Scotti deve superare una serie di ostacoli , uno su tutti: il modo con cui verrà fornito alcol al dispositivo. Insomma, non aspettatevi di poter rovesciare uno shottino di Vodka dentro il vostro iPhone, le micropile a combustibile di Scotti dovranno essere rifornite attraverso un apposito sistema di pompaggio o di acquisizione capillare.

Esiste poi il problema dell’ossigeno: per poter funzionare, le pile hanno bisogno di ossigeno, perciò è necessario fare in modo che le celle abbiano un rifornimento d’aria e non vengano otturate dalla presenza di microparticelle.

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