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IPv6, ecco perché da oggi Internet non sarà più la stessa

Comincia la transizione dal protocollo IPv4, attivo dagli anni '80, al nuovo IPv6. Il numero di possibili indirizzi di rete passa da 4 miliardi a 340 trilioni di trilioni di trilioni

Ipv6

– Credits: World IPv Launch

Il mondo da oggi è diverso. La rete non sarà più la stessa. Il Web diventa miliardi di volte più grande.

Di frasi altisonanti sull’introduzione del nuovo Internet Protocol IPv6 se ne sentono a ogni spron battuto. Ma cosa sta succedendo davvero alla Rete? In che cosa consiste questa tanto sbandierata transizione epocale da IPv4 a IPv6?

Volendo, possiamo immaginare che la Rete sia una città incredibilmente grande e la cui popolazione è in rapida, incontenibile espansione. In questa fantasmagorica città, l’Internet Protocol stabilisce quanti indirizzi abitativi possano esserci. Il protocollo utilizzato fino ad oggi, l’IPv4 è stato introdotto a inizio anni ’80. A quel tempo Internet era poco più che un esperimento, e nessuno avrebbe immaginato che di lì a qualche decina d’anni il numero di persone (e di dispositivi) connesse sarebbe aumentato fino ai livelli odierni. Così, dovendo scegliere come codificare gli indirizzi, si scelse un modulo a 32 bit. Gli indirizzi erano codificati in binario utilizzando 4 gruppi da 8 bit. Un sistema simile consentiva di ottenere un massimo di 4,3 miliardi di indirizzi, una cifra più che ottimistica per l’epoca, ma ormai insufficiente in un mondo dove il numero di dispositivi connessi per persona sta aumentando a vista d’occhio (pensate che secondo le ultime stime il numero di telefoni cellulari ammonta oggi a 5,5 miliardi).

Per fortuna, le enormi potenzialità della Rete connessa erano già intuibili a metà degli anni ’90, quando si decise di sviluppare una nuova versione del protocollo, IPv6 appunto, che avrebbe dovuto fornire un numero potenziali indirizzi di Rete sufficiente a bastare per una quantità indefinita di tempo. Si scelse allora di passare da una codifica a 32 bit a una a 128 bit. Detto così, non sembra un grande affare, ma più che al numero di bit bisogna pensare al numero di combinazioni che essi garantiscono. Nel caso di IPv6 sono 2 elevato alla 128.

Ci sono varie maniere per dare una vaga idea di quanto grande sia questo numero: potremmo dire che con IPv6 ci saranno 100 indirizzi IP per ogni atomo della materia di questo pianeta, o che il numero di indirizzi sarà equivalente a una cifra pari a 3,4 seguito da 37 zeri, o in parole più povere 340 trilioni di trilioni di trilioni. Se faticate anche solo a concepire un numero simile, niente paura, è una cifra effettivamente inconcepibile, ed è stata scelta proprio per allontanare il più possibile un nuovo orizzonte in cui l’umanità si troverà di nuovo a corto di indirizzi da affibbiare ai propri apparecchi connessi.

C’è chi non ha esitato a definire sovradimensionato il nuovo protocollo. Del resto, su questo pianeta siamo in 7 miliardi, e difficilmente la popolazione umana si allontanerà molto da questo ordine di misura. Il fatto è che gli indirizzi IP non servono a identificare una persona, bensì gli apparecchi che essa utilizza per collegarsi, e questi ultimi sono in ripido aumento. Si prevede che entro il 2020 ogni persona su questo pianeta disporrà in media di 7 apparecchi connessi. Se queste previsioni sono azzeccate questo significa che di qui ai prossimi 18 anni ci saranno qualcosa come 50 miliardi di dispositivi connessi.

Ora si tratta di operare la transizione da IPv4 a IPv6, un processo avviato lo scorso decennio e che verrà portato a termine solo intorno al 2025, data per cui è prevista la totale sostituzione degli indirizzi IPv4. Il primo vero test del nuovo protocollo è stato effettuato un anno fa, l’8 giugno 2011, giorno in alcune tra le maggiori aziende hanno utilizzato il nuovo protocollo senza registrare particolari problemi. Il 6 giugno 2012 è stato invece il World IPv6 Launch Day, alcuni fra i maggiori Internet Service Provider e colossi del web come Facebook, Microsoft e Yahoo! hanno cominciato la transizione vera e propria al nuovo protocollo.

Nel frattempo, la Rete si sta espandendo anche in un’altra direzione, quella dei domini web. Nelle scorse ore l’ICAAN ha finalmente annunciato il via alle liberalizzazioni dei domini web, rendendo noto l’elenco di nuovi domini di cui è stata chiesta la registrazione. Oltre ai 100 congelati da Google, se ne contano circa 60 richiesti da Amazon (tra cui .book, .music e .smile), 11 da Microsoft (.hotmail, .skype), persino la Fiat avrebbe fatto richiesta per 9 domini. In molti casi si tratta di misure precauzionali volte a evitare che qualcuno possa sfruttare impropriamente un brand, in altri casi (come per il dominio .sex e .lol) si tratta di vere e proprie mosse strategiche.

Insomma, tra IPv6 e la liberalizzazione dei domini web, pare che il 2012 sarà davvero l’anno in cui la Rete cambierà faccia per sempre.

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