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Come l’Internet delle cose affosserà la nostra privacy

Non solo NSA, Google e Yahoo. Se ci spiano è anche colpa nostra (e degli oggetti che ci portiamo a casa)

Credits: Randomskk, Flickr

Come è possibile che uno strumento che era diventato il metodo migliore per connettersi con persone in tutto il mondo sia diventato d’un tratto un’estesa macchina di sorveglianza? Ben prima delle rivelazioni di Edward Snowden sulle pratiche poco etiche della NSA, il mondo era già spiato su internet e non solo dalle agenzie di sicurezza telematica. Siamo costantemente monitorati da centinaia di aziende, note e meno note, che alimentano i loro database perché siamo noi a permetterglielo. Che lo scopo sia venderci qualcosa o capire chi siamo e che tipo di minaccia rappresentiamo per il nostro governo, la teoria che su internet esista la privacy è quanto mai effimera. Ogni illusione in materia si basa sul voler, ad ogni costo, rifiutare quello che sta realmente accadendo.

C’è un grosso limite al costante monitoraggio che attraversa la rete ed è legato al fatto che può “solo” attraversare la rete. Se non siamo “person of interest” per qualche motivo, il parlare direttamente ad un interlocutore, per strada o al bar, potrebbe ancora rappresentare la soluzione migliore per tenere lontano da orecchi indiscreti i nostri discorsi. Ma non per molto.

L’Internet delle cose è il modo migliore per riferirsi all’avvento di dispositivi che possono scoprire e raccontare qualcosa di noi anche se non sono connessi ad internet. In un futuro molto vicino ci saranno moduli di connessione alla rete su automobili ed elettrodomestici; dispositivi medici abilitati ad internet raccoglieranno dati sulla salute in tempo reale e avremo le cosiddette “wearable technologies ”, ovvero oggetti normalmente utilizzati come vestiario in grado di viaggiare sul web (tramite appositi chip, codici RFID e tag). È tutta una questione di tempo.

I fautori dell’internet delle cose raccontano come sarà bello quando molti degli attuali oggetti inanimati potranno comunicare in rete. Il problema è che ci si dimentica che l’internet delle cose potrà dare ai governi e alle società di marketing, che già ci seguono e ci analizzano, un qualcosa che prima non avevano: occhi ed orecchie. Volete un esempio? Qualche anno fa Nike introdusse il sistema Nike+ , ovvero un trasmettitore all’interno di un paio di scarpe in grado di comunicare con l’iPod o l’iPhone per tenere traccia degli esercizi e del movimento fisico. Di norma le scarpe non vanno su internet ma Nike ha fatto vedere come un oggetto inanimato può inviare segnali univoci alla rete, interfacciandosi con un cellulare. Il più grande antidoto sarebbe lasciar perdere queste nuove tecnologie e allacciarsi le vecchie scarpe, senza chip di sorta. Ma è ovvio che, per abbracciare le nuove tecnologie, tutto ciò non sia possibile.

Per questo il prossimo 19 novembre la Federal Trade Commission terrà un workshop a Washington DC per esaminare tutti i metodi in cui gli utenti dei nuovi dispositivi tecnologici potranno proteggere la propria priivacy. “La capacità dei nuovi dispositivi di comunicare tra di loro e con le altre persone sta diventando un trend sempre più diffuso ed è per questo necessario studiare come limitare la raccolta dei dati da parte di terzi” – si legge sul sito .

Secondo Gèrald Santucci, Capo dell’Unità “Knowledge Sharing” della Commissione Europea: “I cambiamenti introdotti dall’Internet delle cose richiedono la creazione di un nuovo e  complesso contratto sociale, per sancire il diritto alla privacy e impedire la creazione di una tecnologia alimentata da una sorveglianza orwelliana, in cui la privacy passa in secondo piano rispetto al bene comune della sicurezza e del controllo”. Un mondo in cui interessa più quello che facciamo e chi siamo rispetto a come veniamo spiati e perché. Concetto che oggi si può tradurre in tre lettere: NSA

 
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