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Google e l'antitrust, anche questa volta la strada era sbagliata

La decisione della  Federal Trade Commission sulla legittimità della universal search aggira ancora il grande problema del monopolio sulla pubblicità nelle ricerche. Intanto aspettiamo l'Europa

Hong Kong Toys and Games Fair (credits: PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)

Bel colpo quello messo a segno da Google la scorsa settimana al cospetto della Federal Trade Commission (Ftc, l'antitrust statunitense): l'organismo federale ha infatti deciso che Big G non sta abusando delle posizioni dominanti nelle ricerche nel web per promuovere le proprie attività ai danni dei concorrenti.

In sostanza, i competitor (Microsoft soprattutto) sostengono che Google, con l'introduzione della Universal Search abbia modificato gli algoritmi di ricerca per restituire risultati "truccati" ("search bias")  che favoriscano i propri siti verticali, come Google+ e alcuni suoi servizi di e-commerce.

La vittoria dell'azienda guidata da Larry Page è completa, almeno su questo fronte. L'Ftc in sostanza sostiene che l'universal search e gli altri interventi sugli algoritmi di ricerca, che propongono i servizi di Google in posizione preminente, debbano essere considerati contributi all'innovazione che hanno migliorato l'esperienza degli utenti.
Insomma, come riporta l'Economist, secondo Beth Wilkinson, avvocato consulente dll'Ftc in questo caso, Google ha sì tenuto un comportamento aggressivo per ottenere vantaggi competitivi, ma le sue tattiche "non hanno violate le regole sulla competizione".

Per la verità, Google ha anche "concesso" correzioni alle proprie pratiche "search" in alcuni ambiti importanti:
- in primo luogo, ha accettato di permettere ai siti di scegliere se rimuovere gli snippet di contenuto (le righe di testo che compaiono sotto il titolo nei risultati delle ricerche) nelle pagine con risultati "specializzati", come quelli sulle attività economiche locali, i viaggi, lo shopping;
- in secondo luogo, ora permette agli inserzionisti di esportare i dati delle campagne AdWords e di usarli in altri servizi di advertising che usano le Api di Google.

Concessioni Google anche nel capitolo brevetti: l'acquisizione di Motorola Mobility nel 2011 ha trasferito a Google migliaia di brevetti e applicazioni di brevetti che la Ftc ha ritenuto essenziali per lo sviluppo degli standard nell'industria degli smartphone e dei tablet. Ebbene: Google deve concedere ai concorrenti la licenza per l'uso di questi brevetti secondo termini "corretti, ragionevoli e non discriminatori".

In generale, si può dire che la Ftc abbia tenuto un comportamento prevedibile: dettato dalla convinzione che in un mercato così complesso e soggetto a rapida evoluzione tecnologica, un profilo di minimo intervento di regolamentazione sia meno dannoso rispetto a una pratica più assertiva e invasiva.

A proposito di search bias, adesso Google dovrà comunque fare i conti con la Commissione Europea che poco prima delle feste ha dato un mese di tempo a Big G per difendersi. Non è detto che l'Europa sia comprensiva come lo è stata la Ftc. (Il reportage di El País )

Commenti e interpretazioni e analisi dei retroscena della decisione della Ftc a proposito di Google sono stati così tanti, soprattutto negli Usa, che questa quantità e varietà è da sola un ottimo indice dell'importanza della questione.

Fra le varie analisi, merita sicuramente molta attenzione quella, diciamo così, collaterale di Doug Miller sul blog "Innovation Insight" di Wired. Miller invita tutti a spostare l'attenzione sulla vera anomalia anti-concorrenza del mercato della ricerca: il monopolio nel search advertising che Google detiene. Questo costringe gli inserzionisti a rincorrere prezzi sempre più alti per un posizionamento migliore, senza che il mercato possa essere calmierato da offerte alternative. Una questione sulla quale gli osservatori più attenti e "liberi" sono attivi da anni e che tocca davvero il motore del business di Google.

Il Wall Street Journal invece punta sui retroscena : per esempio, suggerendo che nella Ftc in molti non gradiscano le pratiche di Google, ma, al tempo stesso, non siano riusciti a trovare in esse vere violazioni delle leggi antitrust. Soprattutto, il lavoro di investigazione, durato 18 mesi, si è concentrato sulla possibilità di trovare prove che Google violasse gli interessi dei consumatori e non solo quelli dei concorrenti e questa ricerca non sembra aver portato a conclusioni significative. Certo, su tutto il procedimento pesa la forza delle attività di lobbying di Google, che ci avrebbe "investito" 14 milioni di dollari: spesa che ha portato l'azienda di Page a diventare la quinta in assoluto nella graduatoria delle imprese che più spendono in lobby.

Ars Technica comunque, sostiene, citando David Balto, policy director della Ftc, che anche la scelta di puntare sulla verifica di un eventuale danno per i consumatori causato dalla universal search fosse debole. Google avrebbe comunque trovato armi per difendersi: per esempio sostenendo che i risultati delle ricerche sono una specie di "prodotto editoriale", protetto dal Primo Emendamento esattamente come la selezione degli articoli della home page del New York Times, prodotta anch'essa da una sorta di algoritmi, come ci ha raccontato un paio di anni fa Danny Sullivan.

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