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Con Cubetto i bambini imparano a programmare

Sembra un gioco, ma ha un cuore elettronico e ubbidisce alla stessa logica che fa funzionare ogni software. In più, è una storia italiana. Di successo

Per essere un semplice robottino in legno che avanza di pochi centimetri alla volta, di strada ne ha già fatta tantissima: è entrato in 300 scuole e nelle case di 500 famiglie in 46 Paesi; ha raccolto quasi un milione di dollari di preordini da tutto il mondo, mentre la rivista Time l’ha definito «l’ultima mania» e Randi Zuckerberg, la sorella del fondatore di Facebook, ha deciso di sostenerlo con un investimento importante dalla cifra rigorosamente top secret.

Un successo impensabile, persino esagerato se lo si considera soltanto un passatempo per bambini. Ma Cubetto, nome, chip e anima italiani, due occhietti vispi sopra un sorriso ampio intagliati su un lato, è un rivoluzionario in miniatura: sa insegnare ai piccoli da tre anni in su basi e logiche della programmazione informatica. Senza un computer, lontano dalla luce di un display, tramite una tavoletta con sedici fori e una manciata di tessere colorate. Ognuna gli indica una direzione da prendere o un’azione da eseguire: messe in fila, le istruzioni riproducono la struttura classica di un software qualunque.

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– Credits: Primo Toys

«È un linguaggio, come lo sono l’arte o la letteratura. Fa interagire i bambini con una macchina e li aiuta a vivisezionare un problema, a dividerlo in parti e a risolverlo» spiega Filippo Yacob, 28 anni, bergamasco di padre americano e madre trentina, cofondatore e ceo di Primo Toys, la start-up che lo produce. Risponde in videochiamata da Londra, mostra dalla webcam l’ufficio popolato da ragazzi in maniche corte nella zona di Haggerston, sede della società e di numerose altre giovani realtà imprenditoriali della City. «Mi sono trasferito qui quando avevo dodici anni» racconta «mentre l’idea è nata nel 2013, non appena ho scoperto che sarei diventato padre. Ho cominciato a chiedermi cosa avrebbe dovuto imparare mio figlio per crescere all’altezza di un mondo digitale».

La programmazione rientra nella risposta, ma sul mercato si trovano strumenti adatti soltanto a chi ha dai sette anni in su. Troppi. Per anticipare quella barriera coinvolge Matteo Loglio, amico d’infanzia, compagno di hockey, skateboard, passioni e scorrerie informatiche. Anche Loglio ha lasciato Bergamo e vive in Piemonte dove lavora per Arduino, il costruttore delle schede diventate l’architrave del movimento dei «maker»: facili da usare, fanno funzionare le intuizioni degli inventori dilettanti o professionisti di ogni continente. Lo stesso Cubetto ne ha dentro una, mentre Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, è tra i primi a crederci e a investire nell’idea. 

«Facevamo la spola tra l’Inghilterra e l’Italia» ricorda Yacob «consapevoli che all’inizio i progetti sono fragili, effimeri come un sospiro. Un conto è sognare, un altro andare fino in fondo. Per riuscire occorrono costanza e volontà». Doti che ai due amici non mancano, così tra un aereo e l’altro, un weekend speso al lavoro come il precedente, l’abbozzo di una prima versione del robot è pronta. Viene venduta su internet, in fretta trova l’approvazione degli educatori del metodo Montessori, approccio che poggia sulla libertà e l’autonomia del percorso educativo degli studenti: «Cubetto incoraggia i bambini con un meccanismo godibile che sviluppa il loro pensiero logico» conferma la pedagoga inglese Melissa Stockdale.

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Matteo Loglio e Filippo Yacob – Credits: Primo Toys

Le richieste si moltiplicano, Filippo, Matteo e la nuova socia Valeria Leonardi devono chiudere l’ufficio, isolarsi per costruire i prodotti a mano, uno dopo l’altro: «Ci piaceva che avesse un tocco artigianale, che fosse in legno» dice Yacob «perché è un materiale vivo, tattile, con una memoria. Raccoglie i segni dell’uso, dimostra quanto è stato amato». Riescono a evadere 800 ordini, finché, esausti, capiscono che non possono fare da soli: volano a San Francisco, siglano un accordo con Pch, azienda specializzata nell’aiutare le start-up a creare un’infrastruttura, ad appoggiarsi a una catena di montaggio. A ragionare su scala industriale. Primo Toys, così, ottiene un finanziamento da un milione di dollari.

Nel frattempo Cubetto fa il giro del mondo, entra in case e scuole, conquista genitori e insegnanti. Che dicono cosa funziona, come andrebbe migliorato: suggerimenti confluiti nella versione definitiva, disponibile da poco sul sito Kickstarter, dove ha raccolto 100 mila dollari in 17 ore e sfondato la soglia del mezzo milione. I primi acquirenti, da 80 Paesi, lo riceveranno a maggio, chi lo compra ora dovrà aspettare settembre. Fino al 7 aprile costerà 195 dollari, circa 170 euro, poi saliranno a 225 dollari, intorno ai 200 euro.

Già così sarebbe una storia esemplare, però manca ancora la ciliegina. Tramite Pch, Loglio e Yacob incontrano Randi Zuckerberg, che dopo aver lasciato Facebook nel 2011 è diventata un’imprenditrice nel settore dei media e sostiene con un fondo personale le start-up di suo interesse. La sorpresa è che non deve pensarci nemmeno un secondo, la decisione è presa in partenza, conosce il prodotto. «Era una sua fan» spiega Yacob «in quanto condivide i nostri stessi valori: dare un’educazione tecnologica globale a bambine e bambini in modo uguale». Mettendo sullo stesso piano anche vedenti e non vedenti, perché le tessere colorate che guidano Cubetto sono riconoscibili con il tatto. È solo una delle tante virtù di questo robot maestro giramondo, che insegna un linguaggio universale grazie a un cervello tricolore.

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