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Così la realtà virtuale migliora la chirurgia

Una sperimentazione dell'ospedale Sacco di Milano con Samsung dimostra come i visori possano rendere gli interventi più precisi ed efficaci

Guardare dentro un malato, indagarne nel dettaglio l’anatomia senza sfiorarlo, prepararsi a operarlo in modo rapido, consapevole, mirato. Sono i vantaggi che la realtà virtuale porta in chirurgia, come dimostra un progetto, il primo in Italia, in sperimentazione da alcuni mesi all’ospedale Sacco di Milano: «Abbiamo sviluppato un software che trasforma le classiche radiografie bidimensionali in modelli in 3D esplorabili indossando un visore» racconta Maurizio Vertemati, ricercatore presso il dipartimento di scienze biomediche e cliniche del nosocomio e docente del corso di morfologia umana macroscopica presso l’università degli Studi del capoluogo lombardo.

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– Credits: Samsung

La logica è chiara: partendo per esempio da una classica tac, che un degente dovrebbe fare comunque, si ottengono gli equivalenti tridimensionali dei suoi organi in grado di evidenziarne malformazioni o criticità. Da studiare con relativa calma, senza la frenesia della sala operatoria. E disponibili in modo rapido: in media in un’ora per un rene, una struttura relativamente semplice; di più per aree estese dell’organismo, sempre in tempi clinicamente accettabili. Il tutto senza acquistare macchinari complessi, ma con un investimento contenuto: programmi open source, cioè non protetti da copyright e modificabili da chiunque; un computer e uno smartphone da inserire in un casco da 129 euro: nel caso specifico, il Gear VR di Samsung. Lo stesso usato per giocare ai videogame o calarsi in universi lontani e paralleli.    

«È la prova che i prodotti pensati per un pubblico di massa si prestano a realizzare applicazioni molto diverse, professionali, più ampie dei loro scopi primari» commenta Antonio Bosio, product and solutions director di Samsung Electronics Italia. «La realtà virtuale» aggiunge «è utile per proiettare una persona in un contesto che non conosce. E per fare formazione». Infatti, chirurghi a parte, tante delle circa 120 persone coinvolte nell’esperienza milanese, facilmente replicabile ovunque, sono studenti. Futuri medici che possono acquisire competenze superiori rispetto a quanto leggono sui manuali: non limitandosi a memorizzare l’anatomia del corpo umano, ma immergendosi al suo interno per comprenderne a fondo forme e meccanismi.

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