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Ces 2013, la rivincita delle cose (e di chi le fa)

La fiera di Las Vegas ha dimostrato che il mondo fisico sa essere ancora più vivace di quello digitale

Un oggetto realizzato con una stampante 3D

da Las Vegas

Per accorgersene in maniera netta bisogna allontanarsi dalla Central Hall, l’area dove si concentrano i grandi nomi come Samsung, Sony e affini. Bisogna spostarsi nella South e nella North Hall, o meglio ancora andare al Venetian e al Las Vegas Hotel, dove gli stand si rimpiccioliscono fino a diventare un tavolino con due sedie e i nomi di chi espone sono sconosciuti o poco ci manca. È qui, in quello che gli addetti ai lavori continuano scherzosamente a chiamare il «Bronx» della fiera, che aumenta la densità, la varietà e la poliedricità degli oggetti. Ed è qui che si legge con enorme evidenza la grande lezione di questo Ces: in un momento storico che si affanna a tutti i costi a definirsi digitale, vincono ancora gli oggetti e vince, di conseguenza, chi sa inventarne di nuovi.

E sì che i grandi brand ci raccontano che la parola d’ordine è convergenza, che nello stesso dispositivo - costoso ma miracoloso - convogliano ormai funzioni che prima affidavamo a più prodotti: i televisori sono provetti computer e console di gioco; tablet e smartphone cannibalizzano quel che resta: fotocamere, lettori mp3, lettori di dvd portatili e così via. Tablet e smartphone che, grazie alle app, sono ormai in grado di fare di tutto: di essere radio, torce, palestre tascabili e dottori portatili. Ma mentre qualcosa si smaterializza, ecco il ritorno prepotente di altra materia, di altra plastica, metallo e circuiti: il bisogno più che il vezzo di accompagnare con nuove appendici fisiche questi dispositivi. Ecco allora il trionfo di cover, supporti, laccetti, diffusori, sensori per tenere d’occhio il sonno o l’attività fisica. Per fare meglio quello che le tante decantate app farebbero invece peggio. È una sostituzione più che una sottrazione. E, a conti fatti, l’esito potrebbe essere paradossale se non comico: potremmo ritrovarci circondati da più oggetti di quanti ne avevamo in precedenza.

C’è un libro che è stato esposto sopra la Central Hall, dove il corridoio si stringe e il passaggio in faccia al banchetto si fa obbligato. Lo ha scritto Chris Anderson, ex numero uno del Wired americano scappato a costruire robot (cose, di nuovo) e si intitola «Makers. The new industrial revolution». Fotografa bene un altro fenomeno che è protagonista della fiera, quello delle stampanti 3D. Figlie anche loro di una sete di creatività, di un'artigianalità versione 2.0 che mentre si democratizza, mentre diventa aperta a tutti, si lega a un bisogno più pratico e insieme ancestrale: non limitarsi a vedere una cosa su uno schermo, ma soddisfare il bisogno di toccarla, di sentirne le rughe, di percorrerne linee dritte e curve, di esporla per sé e per gli altri. Presenza che dà sicurezza. E il maker, colui che fa, alla fine lascia un’impronta più forte, meno evanescente, di colui che digita. Non è un caso che nell’individuare le grandi tendenze della fiera, nell’incontro di apertura tenuto dagli analisti del Ces, uno dei cardini fosse il ritorno all’analogico. La fotografia, per nulla provocatoria, di un cerchio che si chiude, di un percorso a passo di gambero che ci fa giudicare i prodotti non tanto in sé, in modo astratto, ma per la loro capacità di sapersi calare nel mondo fisico.

Di qui il fiorire di auto geniali ed elettrodomestici intelligenti: forni autarchici, lavatrici emancipate, robottini che aspirano, lavano, asciugano e lucidano senza farsi notare. La prospettiva si è ribaltata: siamo noi a essere superflui, o almeno marginali. Siamo noi a finire in secondo piano perché le cose non pendono dalle nostre dita: ci basta dare loro un’occhiata ogni tanto per vedere se tutto è a posto. Non è un quadro apocalittico, né la visione di un’inevitabile tendenza che ci vedrà sconfitti dalle macchine: solo la constatazione di un’imprescindibilità dagli oggetti e il loro costante sacrosanto reclamare spazio. Anche semplicemente offrendoci delle comodità inedite di cui non avevamo nemmeno idea di avere così tanto bisogno.

Calerà il sipario sul Ces e nasconderà in fretta questa bulimia di cose, questo schiaffo dato dagli atomi ai bit. Poco più di un mese e il circo si sposterà a Barcellona, al Mobile World Congress, dove una parata di app ci farà pensare e dire e scrivere esattamente il contrario: che bastano un telefonino o una tavoletta di qualsiasi taglia per prescindere da tutto il resto. Bene, staremo sbagliando: la complessità della tecnologia non può mai essere ridotta a una sequenza di zero e di uno. Ci sarà sempre, da qualche parte, un pulsante da premere.

Twitter: @marmorello

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