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Cannes 2014, viaggio dietro le quinte hi-tech del Festival

Il backstage tecnologico della kermesse, dove una macchina invisibile dirige ogni dettaglio e tiene gli hacker alla larga

– Credits: Hp press office

da Cannes

Il faccione di Marcello Mastroianni scruta immobile da dietro le lenti il viavai disordinato di passanti svestiti dal caldo, tutti con lo smartphone in mano e tutti a caccia di vip, mentre davanti al Palais si allunga la fila per il prossimo film previsto dal programma. L’attore italiano troneggia sul tappeto rosso, feticcio calpestabile della vanità delle star e oggetto del desiderio degli imbucati che mendicano inviti all’uscita delle proiezioni. La sua sagoma fa ombra a una palma d’oro incastrata nell’asfalto e a un gruppo sparuto di vere palme robuste strapazzate dal vento. Ma l’icona del nostro cinema che campeggia sulla facciata, il simbolo di questa 67esima edizione del Festival, non è quel blocco unico che gli occhi vedono: è un puzzle di tanti pezzi stampati separatamente e poi assemblati tramite un complicato processo di saldatura termica. Non è il solo: ce ne sono altri due esemplari identici che, sommati insieme, raggiungono una dimensione di circa mille metri quadri.

Dietro le sfilate, gli abiti lunghi con scollature proibite e papillon, dietre le feste in piaggia, lo champagne sulle terrazze e tutto il patrimonio di ovvietà spruzzate di glamour, la kermesse di Cannes è un concentrato di tecnologia di ultimissima generazione. Invisibile, silenziosa, per niente sexy ma comunque fondamentale. È un corpo che respira mondanità percorso da vene sotterranee di cavi, server, computer, stampanti, sistemi blindati di crittografia, sincronismi calibrati, virtuosismi digitali mai superflui. Un’orchestra che deve suonare ogni giorno senza stonature, sopportando carichi notevoli e capricci plurimi: ritardi nelle scalette, picchi nelle richieste, imprevisti vari ed eventuali. A tenere in mano la bacchetta, da dieci anni, è Hp, che con il cinema ha un feeling di lunghissimo corso. Risale al 1940, quando David Packard, cofondatore dell’azienda, inventò un sistema d’isolamento dell’audio per il film di culto della Disney Fantasia.

Oggi, qui in Costa Azzurra, non c’è però spazio per la stregoneria, la pianificazione è inevitabile. Hp stampa con largo anticipo i cartelloni di copertura del Palais, fornisce computer, monitor e tutto ciò che occorre ai 1.200 impiegati del Festival e ai giornalisti per lavorare al meglio. È il meno: sui suoi server, installati per l’occasione, transitano i file digitali dei film che devono essere recapitati nella sala giusta, al momento giusto, per cominciare ogni spettacolo. Sai che beffa sarebbe se partisse il titolo sbagliato davanti al plotone glitterato degli attori protagonisti e comprimari, del regista con l’ego gonfio, dei produttori sovrappeso che già sognano gli ingorghi al botteghino.

Non solo: le opere devono essere protette da chiavi complesse di crittografia per evitare che qualche malintenzionato, qualche hacker cinefilo, faccia il colpaccio del secolo, s'intrufoli, li rubi e li pubblichi in rete prima delle proiezioni esclusive per gli addetti ai lavori. Più che una beffa, sarebbe una sberla senza pari. Ancora, la multinazionale regola il traffico degli accessi, stampando i pass e biglietti con relativo codice a barre, in modo che ognuno abbia accesso solo alle aree e ai luoghi riconosciuti dal suo accredito o dal suo invito. «Dobbiamo fornire un’infrastruttura sempre operativa, tutto deve funzionare al meglio in ogni area. Gli organizzatori del Festival vogliono un interlocutore affidabile, al pubblico interessa solo che tutto vada per il verso giusto» spiega a Panorama.it Herbert Köck, managing director di Hp Emea, che aggiunge: «Questo modello, che oggi si applica al cinema, domani potrà essere esportato in altri ambiti, per esempio a quello della medicina». Dove un insieme di parti che si muovono in sincrono per il bene del tutto, potrebbe persino salvare delle vite.

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Il matrimonio tra cinema e hi-tech è dunque un affare serissimo, ma si concede qualche licenza divertente. E sì, sarà una deriva un po’ da nerd, ma in pochi resistono alla tentazione di giocare qualche minuto con il maxi-schermo touch (foto qui sopra) che troneggia al piano inferiore nello «Short film corner». È una passerella fluida di facce e volti nuovi, mostra l’elenco di tutti gli attori esordienti che hanno partecipato ai cortometraggi presentati durante la kermesse. Se un regista o un agente rimane colpito da qualcuno, può ingrandire il suo volto e, premendo un pulsante virtuale, leggere ulteriori dettagli sulla sua biografia, scoprire come contattarlo e, perché no, ingaggiarlo per una produzione. Il display gestisce fino a 32 tocchi in contemporanea, così si evitano le file.

Ancora, se il Festival è il palcoscenico, tutto l’universo che c’è dietro, a monte, è figlio di un connubio solidissimo con l’hi-tech, contaminato anche in questo campo dal peso crescente dei social network. David Chalmers, chief technologist dell’Enterprise group di Hp per l’area Emea, svela il ruolo sempre più centrale ricoperto dal «sentiment analysis». Quegli strumenti automatici e potentissimi che scandagliano Facebook, Twitter, forum dedicati al cinema e tutte le piazze virtuali più frequentate per intercettare commenti, lagnanze, desideri degli utenti. Per capire cosa vorrebbero vedere nelle sale. Ecco allora che tanti film in programma a Cannes, a volte persino quelli fieramente indipendenti, visionari e controversi, sono figli di frasi, pensieri, commenti che abbiamo pubblicato sul web. Mai come oggi tutti noi siamo diventati la benzina della macchina dei sogni.

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