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Bre Pettis: «Con le stampanti 3D inventiamo la realtà»

Intervista al guru del settore che promette di far partire la prossima rivoluzione industriale

da Las Vegas

Fanno parte della ristretta cerchia di quegli oggetti che promettono di cambiarci la vita, sono gli alfieri di una rivoluzione a portata di scrivania. Le stampanti 3D permettono a chiunque di creare a casa, in modo semplice, economico e intuitivo, qualsiasi oggetto. Un tema a cui Panorama dedica un lungo servizio (lo potete leggere cliccando qui ) e che ha un indiscusso nome di riferimento: Bre Pettis. Apparso sulla copertina del Wired americano dello scorso ottobre, è considerato il guru di questo settore in frenetica evoluzione. Visionario, creativo, istrionico, affabulatore, ex insegnante di Seattle poi trasferitosi a New York, ha avuto per la prima volta successo nel 2006 con «Weekend Projects», una serie di video pubblicati su internet che insegnavano a milioni di spettatori come costruirsi da soli qualsiasi cosa. Da qui l’idea di fare il passo successivo e creare degli strumenti, le stampanti 3D, che rendessero questo processo ancora più semplice e intuitivo. Oggi le stampanti della sua MakerBot vengono vendute in tutto il mondo, Italia inclusa, e la compagnia è in continua crescita: attualmente dà lavoro a 160 persone e ne sta assumendo di nuove. Panorama.it lo ha incontrato nel corso del Ces di Las Vegas, la fiera mondiale dell’elettronica di consumo.

Parlando di stampanti 3D, molti analisti sostengono che ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione industriale.
È così. Queste stampanti danno a tutti il potere di innovare, di essere creativi, di rendersi protagonisti della prossima rivoluzione industriale. La prima stava tutta nel mettere delle enormi macchine all’interno di una fabbrica. E tutti andavano a lavorare in quelle fabbriche. Le stampanti 3D spostano le fabbriche, le condensano, le fanno stare sopra una scrivania o un tavolino da caffè. È come se chiunque possa oggi avere a sua totale disposizione un’enorme infrastruttura, da usare come preferisce. È un arricchimento enorme perché chiunque ha accesso alla stessa spinta di innovazione che fino a oggi era una prerogativa solo delle grandi compagnie: la possibilità di esplorare nuove strade creative si è spostata dalla larga scala alla piccola scala. Di più: prima dovevi essere assunto da un’azienda per fare un certo tipo di lavoro creativo, oggi non più. E questo cambia tutto. Si può fare ciò che si vuole e se qualcosa non esiste la si può immaginare e rendere reale. Da zero.

In proposito avete creato Thingiverse, un portale dove chiunque può pubblicare le sue creazioni e metterle a disposizione degli altri.
Esatto, come dice il nome stesso è un universo di cose, una straordinaria libreria di design digitale, di progetti che le persone vogliono condividere con il resto del mondo. Penso sia una cosa meravigliosa, adoro navigare sul portale e dare un’occhiata a tutte le novità che vengono aggiunte ogni giorno. Per darvi un’idea di quello che sta succedendo, ci sono 36 mila progetti disponibili su Thingiverse e questo portale esiste da circa cinque anni. Solo negli ultimi tre mesi sono stati caricati ben 6 mila progetti. Siamo di fronte al boom, la curva sta cominciando a puntare decisamente verso l’alto. Ed è davvero eccitante.

Di solito le persone hanno paura di ciò che non conoscono. È davvero così facile usare questi dispositivi?
È sempre stato uno dei nostri obiettivi sin dall’inizio rendere tutto più facile. Sono prodotti di fascia consumer e abbiamo fatto in modo di creare un software che potesse permettere anche a un principiante di salire a bordo e cominciare a creare cose con questa stampante. Vero, tra i nostri clienti c’è anche la NASA, e infatti mi piace questa trasversalità, questa capacità di muoversi a tutti i livelli. Ed è straordinario che le persone possano mettersi a giocare con le cose, senza avere studiato programmi complessi di elaborazione.

Ma a che punto siamo con l’effettivo radicamento del fenomeno? Può fornirci qualche dato che vi riguarda?
Abbiamo venduto il doppio delle stampanti nell’ultimo mese rispetto a quanto siamo riusciti a fare in un anno intero. Di nuovo, è la prova della grande accelerazione in corso. A oggi ci sono 15 mila MakerBot nel mondo e circa il 25 per cento è stato ordinato negli ultimi 30 giorni.

Lei com’è arrivato a essere riconosciuto come il guru di questo settore?
Sono cresciuto aggiustando biciclette. Mi piace aggiustare le cose, perché quando ci riesco mi dà un enorme senso di soddisfazione. Sa di sfida vinta. Lavoravo a scuola, insegnavo ai bambini soprattutto arte e mostravo loro come creare oggetti con le loro mani. A un certo punto ho iniziato a fare dei video per i miei studenti e a pubblicarli su internet. Mi sono messo insomma a insegnare in quell’enorme classe che è la rete. Da lì ho cominciato a lavorare su dei progetti con degli amici e da Seattle mi sono spostato fino a New York, dove ormai vivo da cinque anni. Lì ho raccolto un gruppo di persone che avevano voglia di creare qualcosa di importante. E quando vuoi creare qualcosa, cerchi un attrezzo che ti permetta di farlo. Così ci siamo avvicinati alle stampanti 3D. Tirando le somme si può dire che ho dedicato la mia intera vita a costruire infrastrutture che permettessero alle persone di creare cose. È ciò che mi rende felice.

C’è una lezione che ha imparato in questi anni?
Il ventesimo secolo è stato incredibilmente bravo a insegnarci a essere dei consumatori; ma ora non funziona più così: quando sei tu a fare tutto da te, non devi più scegliere le cose che devi comprare. Puoi fare ciò che vuoi e come lo vuoi. È qualcosa che tutti dovrebbero provare.

Twitter: @marmorello

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