Squadra che vince, si cambia. Così devono aver pensato i Red Hot Chili Peppers prima di registrare il loro undicesimo album The Getaway, prodotto dal mago dei suoni Danger Mouse dopo anni di collaborazione con Rick Rubin, che tanto ha contribuito a mettere a fuoco, tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, il loro inconfondibile sound in bilico tra rock, funk, punk e hip hop.

Il Getaway World Tour, iniziato nel maggio 2016, terminerà il prossimo ottobre e sono sempre più insistenti le voci sul fatto che potrebbe essere l’ultimo tour mondiale della band californiana, alimentate da una recente dichiarazione del batterista Chad Smith, il motore ritmico del gruppo: "Non so per quanto riusciremo a continuare. Tre di noi hanno 54 anni. Non penso che riusciremo a fare questi lunghi tour ancora per molto. Abbiamo le nostre famiglie e dobbiamo pensare alle nostre priorità. Siamo molto grati ai nostri fan, non so cosa succederà in futuro".

Per questo c'era grande attesa per il primo dei due concerti italiani dei Red Hot Chili Peppers al Postepay Sound Rock in Roma, i cui biglietti erano sold out da tempo (anche se ieri sera erano ancora disponibili alcuni tagliandi in cassa), che stasera si esibiranno al Milano Summer Festival.

L'atmosfera, però, è stata rovinata, oltre che dai consueti disagi per il parcheggio che si rinnovano a ogni grande evento di Rock in Roma, dalla notizia scioccante del suicidio di Chester Bennington, il frontman dei Linkin Park, uno dei gruppi più importanti del nu metal, suicidatosi a soli 41 anni, come il suo amico Chris Cornell, a cui aveva dedicato una versione da brividi di Halleluja di Leonard Cohen al suo funerale.

I pubblico dei RHCP e dei Linkin Park non sono poi troppo diversi, sia per questioni anagrafiche che stilistiche, accomunati dal caratteristico crossover tra rock e rap che, nel caso della band di Benningon, ha maggiori connotazioni metal, mentre il gruppo di Anthony Kiedis si rifà maggiormente al funk psichedelico degli anni Settanta, non a caso ieri spiccava in scaletta What is soul?, cover di un celebre brano dei Funkadelic di George Clinton.

In genere, nei concerti delle band con diversi lustri sulle spalle, i brani nuovi sono vissuti quasi come uno scotto necessario per arrivare finalmente ai grandi classici del passato. Non è stato così per la band californiana, i cui nuovi brani di The Getaway sono già stati metabolizzati dal pubblico, che li canta e li balla come se fossero brani del passato, in particolare Dark necessities, Go robots e Goodbye angels, a conferma dell'ottimo lavoro svolto sul suono da Danger Mouse e Nigel Goldrich.

Quattro schermi circolari e un maxischermo a semicerchio costituiscono la cornice all'energica performance dei Red Hot, la cui forza, da anni, è la poderosa sezione ritmica formata da Flea (basso) e Chad Smith (batteria), mentre il punto debole è, in alcuni passaggi, la voce di Anthony Kiedis, convincente nelle parti rappate e nei chorus, molto meno nel registro medio. Il chitarrista Josh Klinghoffer si è perfettamente integrato nel meccanismo ben oleato della band, anche se non ha il carisma e l'inventiva di John Frusciante, suo grande amico, che gli è superiore anche nei cori.

Numerose e riuscite le cover proposte a Rock in Roma, in particolare l'inno punk I wanna be your dog degli Stooges e il capolavoro funky Higher ground di Stevie Wonder, recuperata da Mother’s milk del 1989.

La scelta di eseguire anche What is soul? dei Funkadelic e They’re red hot di Robert Johnson confermano la richezza dei riferimenti della loro musica, anche se, in un concerto di solo un'ora e mezzo (bis compresi), sarebbe stato preferibile ridurre gli omaggi agli altri artisti per proporre un maggior numero di loro successi, come Scar tissue, Suck my kiss, Otherside, Universally speaking e Road trippin', che avremmo gradito ascoltare dal vivo, soprattutto se questo sarà, come sembra, il loro ultimo tour mondiale.

I momenti migliori della serata, caratterizzata da un'acustica all'altezza della situazione, sono stati la travolgente By the way, una vera e propria scarica d'adrenalina, e l'intensa Under the bridge, una delle migliori canzoni rock degli ultimi 30 anni, scritta da Anthony Kiedis per esprimere la solitudine e lo sconforto provocato dalla dipendenza dagli stupefacenti, che è anche un accorato omaggio a Los Angeles.

Il bis, introdotto da una curiosa cover di Mina, Io sono quello che sono, da parte di Josh Klinghoffer, accompagnata da un bel solo di chitarra, prevede l'eccellente Goodbye angels, uno dei brani più ispirati di The Getaway tanto che Kiedis la considera la sua canzone preferita dell'album, e l'immancabile Give it away, che però risulta meno travolgente che in passato, salvo riscattarsi nel finale punkeggiante.

Il concerto termina dopo un'ora e mezza di ottima musica, un po' poco che chi può vantare un repertorio trentennale di hit, ma meritano convinti applausi gli assoli di Flea che si conferma uno dei bassisti più creativi e coinvolgenti di oggi, e la metronomica potenza di Chad Smith, vero motore della band.

Putroppo non merita applausi l'organizzazione di Rock in Roma che, ogni volta che il pubblico supera la soglia dei 10.000 spettatori, mostra le consuete falle: parcheggi interni pieni all'inverosimile che costringono gli sventurati guidatori a gironi danteschi in entrata e soprattutto in uscita, zone alternative dove parcheggiare la macchina che si trovano a chilometri di distanza dall'Ippodromo della Capannelle, un pit con un numero spropositato di persone (ricordiamo la comodità del pit, ad esempio, dei concerti degli AC/DC a Imola nel 2015 e di Bruce Springsteen al Circo Massimo nel 2016, dove erano presenti rispettivamente 90.000 e 60.000 paganti), autobus e navette insufficienti per un concerto con oltre 30.000 spettatori, tanto da vedere centinaia di persone che si aggiravano come zombie, con lo sguardo perso, su Via Appia Nuova in cerca di un autostop o di un improbabile taxi.

Possibile che, dopo 15 anni di festival, non si riesca ancora a garantire nei grandi eventi come Red Hot Chili Peppers, Muse e Metallica (dove abbiamo assistito alle medesime scene di ordinario disagio) una condizione più confortevole agli spettatori, per godere al meglio un concerto per cui si è aspettato anni e si è pagato un biglietto salato?

La scaletta del concerto dei Red Hot Chili Peppers a Rock in Roma, 20 luglio 2017

Intro

Can’t stop

Dani California

The zephyr song

Dark necessities

The adventures of rain dance Maggie (con Mauro Refosco)

I wanna be your dog (cover degli Stooges)

Right on time

Go robot

Californication

What is soul? (cover dei Funkadelic)

Aeroplane

Sick love

Sir psycho sexy

They’re red hot (cover di Robert Johnson)

Higher ground (cover di Stevie Wonder)

Under the bridge

By the way

BIS

Io sono quello che sono (cover di Mina da parte di Josh, in assolo)

Goodbye angels

Give it away

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