Nel 2016 Prince, che oggi avrebbe festeggiato 59 anni, è stato l’artista che ha venduto più dischi negli Stati Uniti con 7,7 milioni di copie di album tradizionali e 5,4 milioni dai download di canzoni digitali. I suoi titoli più venduti l'anno scorso sono stati The very best Of Prince (668.000 copie), seguiti da Purple rain (498.000) e 1999 (169.000).

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Eppure il rapporto con la discografia del genio di Minneapolis (morto il 21 aprile 2016 per una overdose accidentale di fentanyl, un potente antidolorifico oppioide), che ha inciso in carriera ben 38 album in studio, senza contare i live e i bootleg, non è stato dei migliori.

L’eccentricità di Prince, nome d’arte di Roger Nelson, ha dato luogo a una lunga controversia negli anni Novanta tra l’artista e la sua label, la Warner Bros. La major non voleva assecondarlo nella sua iperproduttività, con un album pubblicato all’anno, così Prince, per protesta, si fece chiamare «Symbol», un simbolo grafico indicante l’unione tra il maschile e il femminile, o «Tafkap», acronimo inglese per «The artist known as Prince» («L’artista precedentemente conosciuto come Prince»).

L’artista si esibì nei concerti con la scritta «slave»(«schiavo») disegnata sulla guancia, per sottolineare la sua insofferenze alle regole di marketing dell’industria discografica. Tra i suoi "capricci" più famosi ricordiamo, nel 1997, quello di vendere solo on-line il triplo album Crystal Ball e, ancora più clamoroso, quello del 2007, quando Planet Earth fu pubblicato solo come allegato gratuito di una rivista inglese, un’iniziativa che fece scendere sul piede di guerra i mediastore della Gran Bretagna.

Prince, che dal 2000 si è riappropriato del suo soprannome, ha continuato a produrre musica di qualità, come confermano gli ultimi due, eccellenti album HITnRUN Phase One e HITnRUN Phase Two.

In un periodo in cui la visibilità televisiva e la promozione sui media impiegano oggi gli artisti in modo maggiore rispetto alle sessioni in studio, Roger Nelson ha continuato fino all'ultimo giorno della sua vita a dialogare con il suo pubblico nel modo più semplice e diretto possibile: con i suoi dischi e con i suoi concerti, vere e proprie esperienze multisensoriali, quasi dei riti collettivi officiati da questo piccolo, grande sciamano del funk elettrificato.

Nella sua immensa casa-studio registrazione di Paisley Park, Prince ha continuato a incidere brani originali, del tutto indifferente alle strategia di marketing e quasi guidato da una forza sovrannaturale, come se il bruciante demone della creatività non lo lasciasse mai riposare in pace.

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Vogliamo celebrare il compleanno  dell'artista con quelli che, secondo noi, sono i tre album più significativi di Prince, tre autentiche pietre miliari della musica black e del rock.

Sign O’ the Times (1987): Un doppio album che è considerato universalmente una delle pietre miliari degli anni Ottanta, tanto è creativo, visionario, avanguardistico e radicale.

Un viaggio all’interno dei segni del tempo psichedelico e futuribile, catartico e imprevedibile, in cui si alternano l’apocalittica title track, la straordinaria If I was your girlfriend, il funk torrenziale di Housequake, le deliziosamente vintage Slow Love e la malinconia di I could never take the place of your man.

Se volete comprare un cd di Prince, senza passare dalle strettoie dei greatest hits, Sign O’ the Times è la scelta giusta per apprezzare tutta la sua traboccante genialità.

Purple Rain (1984): Uno dei rari casi nella storia del cinema in cui il film e le musica sono di pari livello: altissimo. La pellicola racconta le vicende di Kid, alter ego di Price, tra tormentate vicende familiari, l’amore per la sua ragazza e le difficoltà nel farsi strada nello show business.

Il film incassò oltre cento milioni di dollari e la colonna sonora, nella quale spiccano le splendide When doves cry, caratterizzata da un sound rivoluzionario, e la title track Purple Rain, vinse persino un meritato Oscar. Il disco, così audace nei testi da ispirare a Tipper Gore la creazione del Parents Music Resource Center,  rimase per 21 settimane consecutive al primo posto nelle classifiche americane.

1999 (1982): "Non volevo produrre un doppio album -ha rivelato Prince- ma non la finivo di scrivere. Naturalmente,scartare qualcosa non è mai stato il mio forte". Non c'è nulla da scartare, però, in 1999, con una netta divisione tra il primo lato in perfetto equilibrio tra rock e funk e il secondo più ballabile e sensuale.

Prince suona nell'album ogni strumento possibile e immaginabile, dando prova delle sue straordinarie doti tecniche. Let's pretend we're married, Little Red Corvette e Delirious sono tre canzoni in grado di far capitolare qualunque donna, tra le più sexy mai prodotte dai tempi di Let's get it on di Marvin Gaye. 

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