Musica

Muse: aiuto, il palcoscenico ci divora

Nei concerti una piramide rovesciata di 20 metri, canzone dopo canzone, si avvicina alle teste della band. Matthew Bellamy: "Ho disegnato l’intero palco su un paio di Kleenex"

Matthew Bellamy è indeciso. Lo dicono le sue mani che, per una decina di volte in pochi minuti, afferrano e poi ripongono sul tavolino di un albergo milanese, a due passi dal Duomo, una bustina di zucchero. Di canna. "Lo metto o non lo metto? Facciamo metà" dice mentre il tè ha smesso da tempo di fumare. Piccolo, minuto, Bellamy ha l’aspetto di una rockstar in miniatura che sul palco si trasforma in gigante grazie a una voce che ne fa l’erede naturale di Freddie Mercury.

Il primo posto dell’ultimo disco dei Muse, The 2nd law, in 23 paesi del mondo e decine di concerti sold out da qui al 2013 (comprese le date italiane del 16 e 17 novembre, a Bologna e a Pesaro) sono il termometro della popolarità del trio inglese. "Questa volta nelle canzoni abbiamo messo il cuore, e non è solo una frase fatta" racconta mentre con lo smartphone fa scorrere rapidamente le immagini di suo figlio, Bingham Bing, nato 1 anno e mezzo fa. "Due giorni prima del parto ho registrato il battito del suo cuore con un iPhone. L’ho collegato a una cintura, stretta intorno alla pancia della madre, che amplifica il respiro e le pulsazioni del piccolo. Adesso quel battito perfetto è immortalato per sempre in uno dei brani dell’album, Follow me".

Si scioglie Bellamy, quando parla di Bingham Bing, nato dalla relazione con l’attrice americana Kate Hudson, sex symbol rock grazie alla parte di una groupie disinibita nel film Almost famous. Sarebbero di sicuro la coppia più riservata dello star system, se non fosse per la madre di lei, l’attrice Goldie Hawn, che ogni tanto svela dettagli inediti e privati. Tipo: "Kate adora la lap dance. In ognuna delle sue case ha fatto installare un palo per allenarsi. Sa essere molto sexy. Matt è un uomo fortunato". "Ma questa è l’era dei pannolini..." replica il cantante. "La nuova scenografia del tour è nata durante i turni di sorveglianza notturna, tra un pianto e l’altro. Ho disegnato l’intero palco su un paio di Kleenex. Complici le ore piccole, mi sono fatto prendere la mano. Quello che porteremo in giro per il mondo è il nostro The Wall".

Quei fazzolettini sono oggi uno dei palcoscenici più costosi della storia. "L’idea di una piramide rovesciata di 20 metri che, canzone dopo canzone, si avvicina alle nostre teste è geniale, ma anche spaventosa. Il giorno della prima prova generale ho avuto paura. Durante gli ultimi brani la piramide atterra sul palco e ci divora rendendoci invisibili al pubblico. Cantavo e pensavo che se qualcosa non dovesse funzionare diventeremmo vittime delle nostre manie di grandezza".

Manie alimentate dalle infinite possibilità che la tecnologia offre agli architetti che allestiscono palchi. "La differenza è che, mentre ieri mi avrebbero preso per un pazzo visionario, oggi sono pochissime le cose irrealizzabili. L’ho capito quando, nella riunione con i nostri tecnici, ho detto che, durante il concerto, avrei gradito perdere le sembianze umane e trasformarmi in una sagoma di luce bianca. Invece di chiedermi se fossi strafatto mi hanno risposto gentilmente: ok Matt, iniziamo a lavorarci e ti facciamo sapere entro un paio di giorni".

Palchi e coreografie da kolossal che si trasformano in trappole per gli artisti: Pink, Lady Gaga e Justin Bieber ci hanno rimesso ossa e litri di sangue. "Anch’io ad Atlanta mi sono sfasciato un labbro urtando contro uno spigolo della coreografia. Un fiume rosso, nausea e vomito in scena. Arriva un tecnico e mi chiede tutto bene? Perfetto, dico io e mi accascio dietro a un amplificatore".

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