"A metà novembre compio 50 anni: la cosa strabiliante che è più di metà di questa vita l'ho vissuta da popstar. Mi sarei accontentato di sei mesi di popolarità...".

E, invece, è andata diversamente: Max Pezzali è a pieno titolo nel pantheon delle icone del pop italiano. Sono milioni le persone che hanno le strofe delle sue canzoni tatuate nel cuore e nella memoria, per non parlare di quelli che gli slogan degli 883 se lo sono fatti incidere direttamente sulla pelle e per sempre.

Marzo 1992: esplode il fenomeno 883. Hanno ucciso l'uomo Ragno diventa un tormentone e la sua vita (insieme a quello dell'altro 883, Mauro Repetto) cambia per sempre.

Per sempre non era un concetto che avevo preso in considerazione. La mia storia dimostra ancora una volta che nulla è più definitivo del provvisorio. Pensavo di durare lo spazio di una stagione, per me il traguardo era “scavallare” l'estate del 1992 con un pezzo in classifica. Ancora oggi mi sento un precario e vivo ogni album come se fosse l'ultimo: questo approccio è la mia uscita di sicurezza, il maniglione antipanico, uno stratagemma per continuare a divertirmi e a non trasformare questo lavoro in una routine.

Pantaloni mimetici da militare, bombetta in testa, occhiali scuri e un pezzo rap, Live in the music, cantato in un inglese “creativo” quanto improponibile. Il vostro vero esordio risale in realtà alla fine degli anni Ottanta al Rolling Stone di Milano nel programma televisivo 1,2,3 Jovanotti. Ricorda o ha rimosso?

Ricordo, ricordo... Per far scomparire ogni frame di quel video avrei assoldato anche i servizi segreti (ride, ndr), ma nell'era digitale non esiste diritto all'oblio e così quelle immagini sono magicamente rispuntate in rete. Non eravamo ancora gli 883, ma I Pop. L'apparizione a 1,2,3 Jovanotti è stata una delle sliding door della mia vita. Io e Mauro (Repetto; ndr) avevamo consegnato una busta con la cassetta alla portinaia della radio dove lavorava Lorenzo. Novantanove volte su cento quelle buste venivano cestinate. La nostra, no, finì nella mani di Jovanotti che ci volle subito in trasmissione. Evidentemente, il destino aveva deciso che quelle canzoni dovessero uscire dalla cantinetta di Pavia dove le scrivevamo.

Il suo presente è un brano, Le canzoni alla radio, in cui la chitarra è suonata dal più grande produttore di hit di tutti i tempi: Nile Rodgers (Chic, Daft Punk, Madonna, David Bowie, Inxs).

Incredibile: il “padrino” del funk e della disco music che suona in un mio pezzo... Sarebbe lecito immaginarsi chissà quali retroscena, quali trattative estenuanti... Invece, sono bastati una mail e un file con la base musicale del pezzo. I veri grandi della musica sono fatti così: non se la tirano, non giocano a fare gli inaccessibili.

Alcune strofe dei suoi brani sono entrate nell'immaginario collettivo, nel linguaggio comune per esprimere uno stato d'animo, un'emozione.

Succede quando racconti la vita con la parole della vita vera. Secondo me tra quelle che hanno centrato il il bersaglio c'è di sicuro «Qui seduto in una stanza, pregando per un sì» (da Come mai; ndr). In tre secondi svela tutto l'imbarazzo e il senso di inadeguatezza davanti al primo vero amore che ti prende allo stomaco. Al secondo posto metterei: «Stessa storia, stesso posto, stesso bar» (da Gli Anni; ndr), ovvero un'istantanea della vita di provincia. Uguale fino alla monotonia, ma estremamente rassicurante nella sua immutabilità. Io vengo da lì.

Chi è per lei Mauro Repetto, l'amico che nel 1994 ha abbandonato gli 883 nel momento di massimo successo?

All'inizio, io ero il timido, l'introverso, quello che non amava le luci della ribalta. Lui no, bussava a tutte le porte, si attaccava a tutti i citofoni. E mi dava molto coraggio quando non ero sicuro di quel che avevo scritto. Mauro ha avuto un ruolo molto importante nella mia storia: quando, qualche tempo fa, l'ho ospitato a un mio concerto al Forum di Milano, è stato molto emozionante. Quella sera, gli ho restituito la sua porzione di palco.

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