Il ritorno degli Avvoltoi: "Confessioni di un povero imbecille"
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Il ritorno degli Avvoltoi: "Confessioni di un povero imbecille"

Lo scrittore Gianluca Morozzi scrive per noi della leggendaria rock band che per il nuovo album s'è ispirata al suo romanzo "Despero"

di Gianluca Morozzi

In principio c’erano Gli Avvoltoi. Il sottoscritto, sbarbo minorenne in giro per le birrerie del centro di Bologna, ancora ricorda uno psichedelico manifestino appiccicato alla colonna di un portico di via del Pratello: annunciava un concerto di questi misteriosi Avvoltoi. Era il 1989, e loro facevano dischi già da un paio d’anni.

Molto tempo dopo, è arrivato “Despero”. Il mio primo romanzo, la storia di uno scalcinato gruppo rock bolognese e di una storia d’amore disgraziata. Come disgraziata è stata la data d’uscita: “Despero” è comparso sugli scaffali delle librerie il 12 settembre 2001. I giornali, stranamente, non hanno dato molto spazio al mio esordio letterario.

Ora siamo ai giorni nostri, è il 15 aprile, e siamo a Savignano sul Rubicone, alla sede della Go Down Records. Nicola Bagnoli, il tastierista degli Avvoltoi, sta portando chili di strumentazione al secondo piano, nello studio di registrazione che è sopra il Sidro Club. Io sono il testimone muto e fantasma del disco che sta per nascere, per cui ad aiutare il povero Nicola a portare su tutto in questa palazzina senza ascensore sono il Tuttofare della Go Down e Il Garzone Aiuto Fonico. Il peso della cultura, battuta che mi sento fare ogni volta che trascino scatoloni di libri da una parte all’altra di qualche città, è simile al peso del rock.

Il giorno dopo arrivano tutti Gli Avvoltoi, per registrare Confessioni di un povero imbecille. Che, incredibile a dirsi, è il concept album tratto da quel mio romanzo del 2001. Un romanzo che ho scritto in un mese e mezzo, in estate, senza sapere bene cosa stavo facendo, nel corridoio di casa dei miei genitori, su un computer che mio padre aveva forse recuperato dalla spazzatura, sta per trasformarsi in musica.

Moreno Spirogi, il cantante, l’uomo intorno al quale hanno girato decine di formazioni diverse degli Avvoltoi, ha scritto i testi delle canzoni che ripercorreranno la vicenda dei Despero, del fondatore Kabra, di come una melodia arrivata dal nulla e una bella ragazza hanno indirizzato la sua vita, di dieci anni di concerti rovinosi, del successo arrivato per caso con una canzone mielosa e bruttissima, di tre cantanti diversi, di svariati bassisti e chitarristi, della morte e della rinascita di una band. Tutta roba che all’epoca mi era uscita da chissà quale pozzo del cervello, visto che suonavo miseramente in un gruppo chiamato Mesmero che fin lì si era esibito solo una volta, a un festival parrocchiale, con il palco sotto i binari della ferrovia Bologna-Firenze.

Dunque, eccoci in studio. Io non ho mai inciso un disco in vita mia, ma l’impressione è che tutto avvenga in modo miracoloso. Liscio, rapido, perfetto.

JP Palazzino, batterista grande esperto di fumetti Marvel, registra tutte le batterie alla prima. Micky ci mette un basso così perfetto che la mattina dopo dovrà solo fare qualche ritocco. Moreno Spirogi è una tale rockstar che il sabato sera fa anche il dj al Sidro, al piano di sotto, dopo il concerto di Link Protrudi.

La domenica il chitarrista Pannocchia incide le sue parti, e Ugo Cappadonia fa l’ospite in una canzone che si intitola Sono libero. Va tutto talmente bene che nel pomeriggio i ragazzi riescono anche a girare qualche scena per un video, tra Cervia e Cesenatico.

Il lunedì è il Nicola Bagnoli-day: chiuso in studio da solo a registrare organi e piano.

Il martedì è il momento di Moreno Spirogi. L’uomo che un giorno del 2006 mi aveva detto “Sai, mi piacerebbe incidere un’opera rock su Despero, prima o poi, qualcosa tipo Tommy degli Who”, ora lo sta facendo davvero. Canta tutti i testi che ha scritto, le varie tappe dell’epopea del mio personaggio Kabra e della mia inesistente band, che è un po’ la storia di tutti i Kabra e di tutte le band del mondo, e dei titoli come “Vi voglio finalmente tutti qui”, “Brucia”, “Dodici gocce” o “Una camera, un hotel” diventano canzoni vere.    

Sì, è incredibile ma vero: la domenica il disco è finito. Così come quindici anni fa ero convinto che scrivere un romanzo comportasse un lavoro disumano, mesi e anni legato a una sedia a scrivere e scrivere, e invece avevo iniziato Despero a metà luglio e avevo battuto sui tasti l’ultima frase a fine agosto, in cinque giorni l’album degli Avvoltoi è concluso, missaggi a parte. Daniela Caschetto viene a impreziosire i brani con dei tocchi di violoncello, la sera ci sono gli ultimi ritocchi, il nuovo chitarrista Matteo Cincopan impreziosisce il tutto con la sua chitarra, e il concept album non è più un’idea che Moreno covava nella sua testa da quasi un decennio. Ora ci sono dodici tracce che il 12 settembre di quest’anno - data non casuale - diverranno un disco.

E siccome da un romanzo tutto questo è nato, con un nuovo romanzo celebreremo il quindicennale. Per cui adesso tocca a me ritrovare la voce di Kabra, scoprire cosa ha da dire il chitarrista dei Despero ora che ha superato da un pezzo i quarant’anni e che ha cambiato per l’ennesima volta la formazione della sua band, scoprire cos’è accaduto in questi ultimi tempi nella sua vita e nella sua carriera, e inventarsi anche un paio di incontri tra i Despero e Gli Avvoltoi e i Despero e la Go Down Records. Il libro uscirà per l’editore ravennate Fernandel, lo stesso di quella lontana uscita del 2001, insieme al disco.

E, come canta Moreno, vi voglio finalmente tutti qui: quelli che Despero l’hanno letto e amato, quelli che lo hanno trasformato in un vinile, quelli che non lo hanno mai letto e lo scopriranno solo adesso, quelli che a quei tempi erano bambini e leggevano i libri con le figure.

Che siate Avvoltoi o siate Despero, questo treno è ripartito.

A settembre salirete tutti a bordo.

ufficio stampa

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Gianni Poglio