Bob Dylan live a Roma: la recensione
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Musica

Bob Dylan live a Roma: la recensione

Classici e brani nuovi in uno show da promuovere a pieni voti

So benissimo che non sto andando a vedere ne il menestrello del ’63  e nemmeno la rockstar del ’66. I momenti massimi della sua carriera sono ormai alle spalle, ma chi conosce Bob Dylan comprende anche la storia di un uomo che ha cercato sempre di cambiare e trasformarsi, anche ora all’età di 72 anni.

Bob Dylan è un mito vivente, forse il più importante musicista del ’900. L’influenza artistica di Dylan alla musica contemporanea, sia sotto il profilo musicale che di scrittura dei testi, è incalcolabile. John Lennon e Jimi Hendrix sono solo alcuni dei nomi  di artisti che avevano Dylan come punto di riferimento. Brani come Blowin'in the wind,  Knockin on heaven's door e Like a rolling stone sono ormai patrimonio dell’umanità.  Questo è il motivo che mi spinge a partire verso Roma. All’età di 72 anni Dylan è ancora capace di emozionare attraverso testi e musiche di qualità elevatissima. Tempest, album uscito a settembre del 2012, ha avuto un enorme successo di pubblico e di critica tanto da far ripartire Dylan per un nuovo tour europeo. 

In fila per entrare osservo subito un pubblico eterogeneo fatto di uomini e donne di mezza età ma anche di tanti, ma tanti, ragazzi e ragazze tra i 20 e i 25 anni. Questo fa capire come la leggenda sia ancora viva. Pur non essendo mediaticamente rumoroso  come i Rolling Stones o Springsteen, Dylan riesce comunque ad attrare ed incuriosire anche i più giovani. Al momento di entrare la sorveglianza ci avverte: “Non si possono far foto, chi scatterà fotografie o farà dei video sarà allontanato, direttive di Dylan”. Ovviamente da buoni italiani i paganti presenti faranno finta, durante il concerto,  di non aver sentito. Sono le 9:07. La gente si alza. Le luci si spengono. È tutto pronto, il concerto inizia.
 
La scenografia sul palco è molto semplice. Dietro la band un normalissimo telo da teatro color bordeaux fa da sfondo a delle luci soffuse che scendono dall’alto creando un’atmosfera calda e avvolgente.
Da sinistra verso destra la band è formata da: Stu Kimball alla chitarra acustica, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, George Receli  alla batteria, Charlie Sexston alla chitarra elettrica, Bob Dylan al piano e all’armonica e Donnie Herron alla chitarra orizzontale slide, al violino e al banjo.  Con questa formazione Dylan ha registrato tutti i suoi album più recenti, precisamente da Love and Theft del 2001 all’ultimo Tempest. Bob Dylan nella sua lunghissima carriera è stato affiancato da artisti e musicisti molto più noti di questi, Tom Petty e Wilco per fare un paio di nomi, ma devo ammettere che la band attuale è forse la migliore di sempre.  Non fanno nulla di troppo e nulla di meno di quanto gli ordini di fare Dylan. Tecnicamente eccelsi  e artisticamente non ambiziosi, sono l’accompagnamento perfetto a Robert Allen Zinnerman , in arte Bob Dylan.  

Il concerto lo possiamo suddividere in due tempi da un ora, in cui vengono eseguiti otto brani a tempo. Si parte subito con Leopard-Skin Pill-Box Hat, ma è solo dopo che Dylan riesce a catturare l’attenzione di tutti i presenti in sala, e lo fa  grazie ad un brano meraviglioso, sto parlando di Don’t think twice it’s all right. Per chi non lo sapesse, Dylan è avvezzo nel trasformare completamente i sui pezzi tramite un totale cambiamento degli arrangiamenti. Si dice che lo faccia per evitare i cori, ma più probabilmente questa scelta è dovuta alla sua visione di musica in continua metamorfosi, che quindi gli nega la possibilità di riproporre “tali e quali” brani evergreen come quelli di stasera.
Si sa benissimo che a Dylan non piace regalare al pubblico molti brani del passato. Nella maggior parte delle sue apparizioni, il cantautore di Duluth, dosa attentamente i capolavori da cantare. Questa sera però è stata un’eccezione. Abbiamo davanti agli occhi un Bob Dylan “preso bene” qui all’Atlantico di Roma.

Su 17 canzoni eseguite ben  9 sono quelle prese dal passato, dal lontano passato. Prima della pausa con cui il menestrello ci saluta: “Ciao amici!”, dirà prima di andarsi a riposare per una decina di minuti, Dylan ci regala perle come Make you fell my love e Queen Jane Approximately. Ovviamente la struttura musicale, anche di questi brani storici, e il mood di tutto il concerto è quello degli ultimi lavori di Dylan, cioè un meltin pot fatto di blues, rock, folk, boogie, alternative countr y e bluegrass che gli americani chiamano Americana.  Sembra di essere a Chicago, dov’è il mio whisky?

Tornato sul palco Bob Dylan riinizia subito a suonare sul suo piano a coda. Piccola osservazione: Dylan suona sia il pianoforte che l’armonica a bocca, ma non tocca la chitarra e nessuno sa il perché. Il concerto tecnicamente parlando è impeccabile. Forse si poteva alzare un po’ più il volume della band, ma penso che questa scelta sia stata fatta a posta per rendere protagonista la bellissima voce di Dylan, che tra l’altro non ha stonato come in altre situazioni.
Dylan dona al pubblico un’altra serie di brani epici come Highway 61 Revisited, Most Likely you go your way (and I’ll go mine), Boots of Spanish Leather e Every grain of sand.

Tra un evergreen e l’altro suona anche brani nuovi, e anche se sono pezzi conosciuti poco, riesce attraverso questa nuova voce molto simile a Tom Waits e ad un atteggiamento da jazz club alla Paolo Conte, ad ipnotizzare tutti i presenti in sala. È straordinario come il carisma di un personaggio come Bob Dylan resti invariato da quasi mezzo secolo. Il top della serata si raggiunge però nel finale. A sorpresa Dylan ci regala il capolavoro dei capolavori: sto parlando di Like a Rolling Stone, solo questo brano vale il costo del biglietto. Anche qui, Dylan cambia nettamente l’arrangiamento, ma stavolta il pubblico se ne frega altamente e inizia a cantare tutto d’un fiato, e in un inglese maccheronico, il ritornello che noi tutti conosciamo.  Il concerto sembra essere finito qui quando però ad un tratto parte (la può cambiare come vuole ma noi la riconosceremo sempre!) All along the Watchtower, il capolavoro reso famoso da Jimi Hendrix, ma scritto da Dylan nel ’68.  Il concerto finisce. Tutti qui all’Atlantico ci sentiamo sazi ed appagati. Davanti ai nostri occhi un Dylan ispirato e divertito. Torno a casa. Sono felice. Ho finalmente visto Bob Dylan, e l'ho trovato in ottima forma. 
 

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Andrea Colangelo