Quando è stata pubblicata Everything now, title track del nuovo album degli Arcade Fire, alcuni critici musicali hanno sottolineato, con un pizzico di malcelato snobismo, la somiglianza del brano con le atmosfere degli Abba, inconsapevoli forse di aver fatto alla band del Quebec un grande complimento, quello di aver realizzato un brano destinato a durare nel tempo.

"M’interessa solo il giudizio che le persone avranno tra venti o trent’anni -ha sottolineato Win Butler in un'intervista a Internazionale- Quello che dicono ora dei brani non è importante. Pensa ai Bee Gees e agli Abba: negli anni Settanta tutti pensavano che la loro musica facesse schifo e i critici preferivano esaltare gli Emerson, Lake & Palmer e altre band prog. Non sai mai come il tempo possa cambiare la percezione di un disco".

Fin dagli esordi con il folgorante Funeral del 2004, un album pubblicamente lodato da David Bowie che lo ha regalato a tutti i suoi amici più stretti, le ambizioni della band canadese di Win Butler e Régine Chassagne sono sempre state elevate, e non fa certo eccezione questo Everything Now, il primo pubblicato per un colosso come la Columbia.

Gli Arcade Fire, in soli 13 anni di attività discografica e cinque album, hanno già accumulato un repertorio che farebbe la fortuna di almeno cinque band coeve, dimostrando una capacità unica di mescolare i generi senza perdere qualità e credibilità.

Da sempre il punto di forza del gruppo del Quebec è la dimensione live, non a caso gli AF sono stati headliner di tutti i principali festival internazionali, dal Coachella in giù.

Una decina di giorni fa abbiamo apprezzato all'Arena Visarno di Firenze la resa live dei nuovi singoli Everything Now, Electric Blue e Creature Comfort (quest'ultima davvero travolgente dal vivo), musicalmente molto più ricchi e stratificati di quanto potrebbe sembrare a un ascolto distratto in streaming, grazie anche al supporto della violinista Sarah Neufeld e del sassofonista Stuart Bogie, due strumenti piuttosto desueti in ambito rock.

Per questo la vulgata secondo la quale gli Arcade Fire con Everything now si sarebbero commercializzati (come se esistesse al mondo un solo artista che non voglia veder diffusa la sua musica) e diventati pop, quasi a voler rubare ai Coldplay lo scettro di gruppo più amato al mondo, è da respingere, frutto di un logoro malinteso culturale (vedi Adorno) secondo il quale, se un brano è ballabile, deve essere automaticamente trascurabile e di nessun valore artistico.

Everything now non è un album disco, come è stato scritto altrove, ha sicuramente delle suggestioni dance, ma attinge maggiormente dal funk sghembo dei Talking Heads, dei Blondie e dal David Bowie di Sound and Vision e Fame che non dai brani più smaccatamente ballabili degli anni Settanta. Ha un'ampia tavolozza di colori e una maniacale cura del suono, apprezzabile con un buon impianto hi-fi, grazie agli apporti dei produttori Thomas Bangalter (Daft Punk), Steve Mackey (Pulp), Geoff Barrow (Portishead) e Markus Dravs, che ha curato anche i loro precedenti lavori.

Il disco ha una struttura circolare, si apre e si chiude con Everything now, un grande singolo che in un mondo ideale sarebbe il tormentone dell'estate 2017 al posto di Despacito, proposta in due diversi arrangiamenti, così come i brani Infinite content e Infinite_content, collocati, però, uno dopo l'altro: il primo ha il furore del punk, il secondo la rilassatezza del country.

Gli Arcade Fire sono maghi nel giocare con i contrasti, qualità perfettamente esemplificata dall'eccellente electrofunk di Creature comfort, debitore della lezione di Soft Cell e Lcd Soundsystem, con un ritmo irresistibile, ma un testo amaro su suicidio e autolesionismo che ha il suo culmine nell'affermazione "Dio, rendimi famosa / E se non ci riesci, fai che sia indolore”.

Régine Chassagne indossa con ironia i panni della disco diva nell'accattivante Electric blue, con tastierine Eighties che ricordano gli orientalismi di Big in Japan degli Alphaville, seguita da Good God damn, con echi dei Clash nella chitarra in levare, in cui ritorna il tema del tentato suicidio, a conferma che Everything now non è un album facile e per tutti.

Impressione rafforzata dalla suggestiva We don’t deserve love, impreziosita da Daniel Lanois alla chitarra lap steel e da un coro che farà faville nei live, con le riflessioni crepuscolari e malinconiche di Butler, che qui mostra tutta la sua versatilità vocale.

La reggaeggiante e satura Peter Pan è una libera interpretazione della favola di James Matthew Barrie, mentre Chemistry racconta un triangolo amoroso su un'irresistibile ritmo in levare e cori soul.

Impossibile non scorgere, dietro l'incalzante Signs of life con i suoi handclaps deliziosamente vintage, la figura dinoccolata di David Byrne, uno dei padri putativi, insieme a David Bowie, di Win Butler e Régine Chassagne.

"A noi piace sperimentare, mescolare le carte -ha aggiunto Butler a Internazionale- Everything now è un disco del nostro tempo, che supera il concetto di genere, è questa la sua forza".

Una forza che emerge dai solchi dei 13 brani che, per 47 minuti, fanno muovere al tempo stesso gambe e cervello.

© Riproduzione Riservata

Commenti