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Giorno 7, la scogliera nera

Volti, personaggi e paesaggi

Il clima umido di San Miguel porta ruggine sul metallo e fatica sulle gambe, sfianca l’umore e ne prende le migliori attitudini.

Al porto di Rabo de Peixe ruvide facce e spalle puntute, pance da bassa marea e bocche chiuse, senza labbra.

E senza risposte.

Faticoso e antipatico, il ruolo di chi chiede di parlare, almeno per me: riesco a charmare un paio di braccianti giovani grazie ai tatuaggi e a un po’ di esperienza, ma Niko è molto più tenace e ottiene risposte, interviste: altre labbra che raccontano.

Rabo de Peixe è un porto di cemento grezzo e di murales semplici e infantili, di bellissime barche colorate in rimessa e di bambini che fanno la spola tra l’acqua e le reti.

C’è chi lavora duro, in rimessaggio, prendendo una percentuale del pescato, e chi si è arricchito con la cocaina.

Mi piace ascoltare Nelson e Fabio, braccianti dello scalo, tatuaggi fatti con macchinette rudimentali, occhi che non hanno paura e mani che non sanno scrivere.

Mi è piaciuto prendere quella di Nelson nella mia e guidare la penna verso la grafia del suo nome mentre firmava la liberatoria.

La dolcezza della vita sta anche in queste cose, e nelle loro parole c’è la volontà di raccontare vite tenute al riparo dai soldi facili della vendita della cocaina del naufragio: questi sono come giganti vittoriosi in un luogo di morti, di furbi, di non-morti, di pescatori divenuti mercanti di bianca, trafficanti di morte venduta a mestolate.

Il mio nervosismo è venuto a galla con le risposte malvagie del mio cuore, che ogni tanto vacilla e si prende parti che non merita, giudica posti e persone, si apre a piccole quantità di odio disposto in schiere di pensieri feroci.

Poi Anton mi porta sulla scogliera nera, dove le rocce costringono l’acqua marina a frangersi, a spaccarsi in porosi corpi bianchi.

È uno spettacolo, come la spiaggia di Santa Barbara, dove i surfisti cavalcano onde di un paio di metri con le tavole corte.

Ipnotico.

Un sonno tardo pomeridiano mi rimette in sesto, fuori sento il campanello del colonnello, il minuscolo cucciolo che abita qui a Capelas e che gioca con i denti e le mie dita: mi rasserena l’animo, mi ricorda i miei cani.

Per la strada qui sotto passano processioni sparute di musicisti agghindati, una chitarra e un clarinetto, tre bambini e quattro adulti: San Miguel è anche questo…

Come le capre portate al guinzaglio a brucare tre metri quadri di erba, tra una casa e l’altra, e la vista della costa illuminata a sera che si offre, generosa e piena, sotto l’occhio della nostra casa.

Mancheranno i bisticci amichevoli di Andrea e Gian, la raffinata guida di Anton, le premure di Giulia e la presenza, forte e fraterna, di Niccolò.

Mancheranno le nuvole che pressano parole e paesi, le auto elaborate, gli scali di marcia sulle pendenze vulcaniche, i laghi nascosti delle sette città, le aquile distintive delle Azzorre che compaiono sopra gli edifici più maestosi e sulle plastiche dei cassonetti.

Aquile e acqua, durezza e cuore, mani che si stringono e sorrisi veri.

Poi ortensie blu e pascoli, e lavoro e passione, solitudini e crew, abbracci e stronzate da caserma!

Ma prima di farmi mancare tutto questo, c’è la segunda feira di domani, gli appuntamenti accordati e i rischi da prendere, gli sbirri da far parlare e altri testimoni, ufficiali e ufficiosi… latitanza e prigione, San Miguel e caffè, dolci pesanti e sorrisi cauti.

Domani il mare si riprenderà il suo ruolo: solo acqua in discese di vetro, onde da surfare: una sveglia mattutina con Gian, se mi reggono gli occhi e le ginocchia, e l’aquila delle Azzorre che mischia le proprie penne coi gabbiani del mare nostrum: comunione di genti e di pensieri, di anime e di sogni.

Come quello di Marco, che venerdì ci ha parlato del sogno di uscire dalla tossicodipendenza, di entrare con un salto nella vita e di partire per le Americhe…

E mentre il mio cuore mi dice “impossibile”, ringrazio i miei padri e Dio per avermi dato l’opportunità di trovarli nel petto e nelle mani, e nella storia del presente, i miei Stati Uniti.

A domani…

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