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Giorno 4: l'incontro con il regista

Sull'isola del naufragio ho ritrovato me stesso

Giovanni in aeroporto (Cromazoo Studio)

Indugiamo, io e Nico, nelle terre di mezzo, oggi.
In transito verso il cuore della storia, nel mezzo dell’oceano, al centro del reportage, ci troviamo a parlare sulla pista dell’aeroporto di San Miguel.

Ci chiediamo fin dove arriverà questa indagine documentata, questo racconto a cui siamo così affezionati. Il mare è coperto dalle nuvole basse, mentre la vista oltre i cancelli è oscurata da un terrapieno altissimo. Terre di mezzo, passaggi, si tratta di questo, si è sempre trattato di questo…

Come il passaggio verso l’età adulta procrastinato all’infinito, riti di iniziazione senza la conclusione fondamentale. Mi sono specializzato dall’adolescenza in poi nel protrarre questo limbo infinite volte: spostare il limite della prova sempre un passo verso il risultato ma senza raggiungerlo, in realtà in senso contrario alla vita, in una corsa morente, in una negazione del reale, spinto da Thanatos più che da Eros!

Schiacciare il pedale dell’acceleratore per trovare un nuovo record personale, ma senza mai dirmi: “ok, buona, questa volta. Può bastare così: sei vivo, sei grande, sei diventato grande, ora”. Passi, passaggi. Un passato stretto al presente, avvinghiato come serpe alla preda.

La pista di atterraggio è un non luogo, spersonalizzazione per Nico, mi confida lui, smarrimento e fastidio per me.
Prendiamo a noleggio due auto e ci dirigiamo verso il sobborgo di Capelas, la strada pulita è costeggiata da fiumi di ortensie azzurre, blu, viola: è un incanto sospeso a metà tra una festa bucolica e una celebrazione di geometrie limpide di carreggiate ordinate.

Per scrivere devo aspettare il cuore caldo della notte, il suo respiro morbido e tiepido rubato al vento che sibila tra le pareti della casa, devo aspettare il buio per parlare, per affinare i miei sensi, per ritrovare luce nella mente.

Abbiamo un appuntamento in centro con un giovane regista che vorrebbe sceneggiare un film partendo dalla nostra stessa storia, iniziando dal naufragio.

(Le combinazioni del caso sono sempre la grande sorpresa!)

Il ragazzo è insieme ad un amico che si occupa della parte finanziaria, sorriso largo e occhi a fessura, barba da marinaio e fare da guascone anziano.

Sono in gamba, ci scambiamo qualche occhiata, poi informazioni preziose.

Diamo loro i nostri riferimenti, nessuno vuole calpestare nessuno, ma ci si studia un po’ prima di andare a bere qualcosa in un altro bar.
Coca cola in bottiglia di vetro e portacenere sul tavolo: doppio invito! Si chiacchiera del naufragio, ci si passano i particolari della storia, ne usciamo con un appuntamento per domani.

Intanto scatto foto alle colonne di una chiesa, croci portoghesi e strane effigi bianche, mentre, di fronte, una casa coloniale color indaco domina il quartiere per bellezza.

E si fa ritorno alla nostra casa in affitto, che è accogliente come il ventre di una notte a Milano a giugno inoltrato.
Si trova di fianco ad una frequentatissima cappella votiva: anziane donne scosciate e un po’ rovinate, dal sole o dalla vita, sono accompagnate da due minuscoli cagnolini molto simpatici, la madre li veglia mentre io ne prendo in braccio uno.

L’ho chiamato: “il colonnello”…

Il vocio delle donne ha un forte accento azzorriano che non sentivo da anni, a parte là in Outeiro due giorni fa: ripeto le loro parole a voce bassa, come in un rito personale, come per scaramanzia e per il piacere sciocco di ascoltarsi..

La stanchezza è una compagna odiosa, dobbiamo ancora scrivere il pezzo, solo l’ampiezza del cielo nel buio di queste Azzorre agresti ridà la pace all’anima, riempie di sonno puro il cervello e di ricordi buoni il sangue e il cuore.

Un’ultima sigaretta prima del sogno; i ragazzi sono andati a dormire mentre io tratteggio questo scritto con la memoria colma di volti ritrovati e di sensazioni piene.

Mentre cercavo l’isola del naufragio, ho ritrovato anche me stesso.

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