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Giorno 3: visita alla comunità

Giovanni e le parole azzorriane

Porto, giorno 3

Porto, giorno 3. Un' immagine di Giovanni  (Cromazoo Studio)

La notte offre quinte eccezionali, ma vivere il giorno è un privilegio.
Come lavorare con Andrea Amato, che domani ci lascia: lo conosco dal liceo, ma ora conosco anche la strada che ha fatto da allora. Tanta e spessa.

Nico mentre intervista una ragazza al riparo dalla cocaina riesce a estrarre la prosa con la poesia; di solito si fa il contrario e lui è straordinario in questo.
E fa uscire le stelle dalle parole dei ragazzi e il sole sugli occhi della gente.
Anche il vento di questi giorni sembra aprire vie nuove di luce nel cielo mentre il fiume risuona nelle orecchie come l’eco di un cartone animato nell’infanzia ricordata!

Un’intervista limpida e oscurata per ragioni di sicurezza a un funzionario del governo, la mattina, nel parcheggio di un supermercato, poi la visita alla comunità Cleanic Programa le Portage di Joana Alves: si è messa una bella maglia nera e sfodera il sorriso delle migliori occasioni: io ne sono lusingato…
(Mi sembra di non essermene mai andato da Porto…)

Il suo abbraccio è come levare nuvole dal cielo: dischiude emozioni come il vento che libera le stelle nella notte atlantica.
La sua clinica è modernissima e mischia alcuni metodi della terapia old style, (il famigerato vecchio programma!) con terapie nuove e attualissime: danza-terapia, per prendere coscienza di sé in mezzo ad un gruppo, l’arte usata per esprimere se stessi; la dolcezza mischiata alla lucentezza del rigore…
   
I ragazzi Cromazoo rubano ombre e luci con le telecamere, sono instancabili e hanno regola e maniere: si ferma l’auto per filmare un arcobaleno, per fissare un’espressione, per inventare un’inquadratura.
Giulia scatta foto mentre scrive su taccuini misteriosi, e ha mille premure di prima qualità: il suo sorriso è un regalo per tutti noi della crew!

Facile lavorare così, difficile, ora, tornare verso casa senza pensare di avere qualcosa di buono in questo Paese duro e melodioso, di gente senza compromessi e piena di
orgoglio.

È nuovo anche questo, e non voglio smettere più.
Domattina si parte per le Azzorre e non mi aspetto niente, è una mia abitudine: il mare sarà più splendido, le strade sembreranno più larghe.
(Il pc senza allacciamento mi darà meno di un’ora per terminare il pezzo…)

Avevo relegato il Portogallo tra i ricordi di seconda serie, quelli meno spolverati, i meno frequentati… si riguadagnano un posto d’onore, adesso.
Perché quello che conta è l’abbraccio di uno staff che rivede un fottuto tossicomane italiano ritornare nei luoghi della rinascita con l’orgoglio e con l’affetto di uno scolaro devoto alla maestra…
Nei miei occhi stanno come cecchini gli occhi di Joana che mirano senza pietà, ma che sanno infondere amorevolezza e coraggio anche nel più pavido degli eroi, anche nell’ultimo dei non amati.

Ho rispetto per i suoi 23 anni di astinenza, per la bellezza della sua comunità, per come mi guarda sorridendo.
Non si può ridere così se non hai fatto tanta strada prima, se non hai sperimentato l’inferno e scelto un purgatorio qualsiasi per costruire il tuo paradiso personale: lei ce l’ha fatta.
Io sto ancora scegliendo il mio posto, sto selezionando la tinta delle pareti, i muri sono stati stuccati e dipinti, sì, ma non da molto.

La ricostruzione dell’anima!
Costruire invece di distruggere. Molto più difficile, più complesso, perché bisogna verificare la solidità delle fondamenta, l’utilità di una trave, spolverare in continuazione, affrontare le ragnatele di tutti i giorni, lavare le stanze e le tazze per il caffè, poi prepararne di fresco per gli ospiti!

Voglio onorare la mia ospitalità qui in questo Portogallo di Dragoni e di Fenici, voglio restare nelle trame della rispettabilità e disegnare con colori ammalianti questa storia che è fatta di persone e che altre persone stanno raccontando.
Con meraviglia e con forza, con il sole negli occhi o lo stomaco in bocca, con i piedi freddi o le braccia sudate, raccontiamo.

Nelle parole azzorriane che ho ascoltato in questi giorni, nei loro sguardi sfuggenti e nell’orgoglio fuori misura che possiedono, ho letto la difficoltà della cura, ho scorto un po’ di disperazione, la solitudine di essere lontano da casa,e la voglia di riprendersi in mano la vita per mezzo di una terapia.

Ripercorrere la storia del naufragio che ha segnato per sempre la rotta di intere famiglie inizia ad essere una storia che ha un peso emotivo appassionante, ci si avvicina alla realtà e se ne percepisce l’odore fortissimo.
Penso a me, agli amici che combattono la loro battaglia, ma soprattutto considero quelli che hanno smesso di lottare e che baciano l’abisso mentre vomitano abbracciando l’asse di un cesso.

Ascolterò altre storie di galere e di uomini senza timone, vedrò luoghi di deprivazioni, la malattia mentale come regalo dalla bianca coca, gente con gli atomi del corpo in disgregazione materica, e sarà avventuroso.
Voglio vedere le Azzorre con i suoi guerrieri caduti: voglio abbracciarli mentre ci racconteremo di come ci siamo rimessi in piedi.

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