Economia

Venezuela, perché l'economia è distrutta

Alti livelli di disoccupazione e inflazione, investimenti ai minimi storici, come le rendite del petrolio. Il Paese è al collasso

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Manifestanti anti-Maduro - Caracas 30 luglio 2017 – Credits: JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images

Continuano gli scontri in piazza in Venezuela, dove la popolazione, già stremata da una crisi politica ed economica, si sta ribellando contro il referendum del 30 luglio con cui il governo di Nicolás Maduro ha cercato di legittimare la nomina di una nuova assemblea costituente autoritaria che porta dritta a una nuova forma di dittatura.

Cosa è successo

Da tempo il Venezuela non ha più abbastanza cibo per sfamare i suoi 30 milioni di abitanti, le forniture di energia elettrica sono contingentate, gli ospedali non hanno più ne' medicine ne' risorse per ospitare i pazienti. Il popolo, prima per rabbia, poi per disperazione, è sceso in piazza nella speranza che questo potesse convincere il governo a fare qualcosa, e invece l'economia ha continuato a peggiorare, e oggi il paese è sull'orlo del collasso.

Il petrolio come unica risorsa

Eppure, il Venezuela è sempre stato considerato un paese privilegiato in quanto principale produttore di petrolio del mondo. E in effetti lo è. O meglio, lo era. I problemi per il paese sono iniziati nell'era di Hugo Chávez, il presidente che ha guidato la nazione dal 1999 al 2013, che in nome del "Chavismo" non solo ha nazionalizzato migliaia di aziende sostenendo non servissero l'interesse nazionale, ma ha anche investito tutte le risorse accumulate nel potenziamento dell'industria petrolifera. Rinunciando a produrre qualsiasi bene che non fosse il petrolio, però, Chávez ha costretto il paese a importare dall'estero qualsiasi altro prodotto di cui la nazione potesse avere bisogno. 

Le conseguenze della crisi petrolifera

L'azzardata scommessa di Chávez ha funzionato fino al 2013. Difficile dire se i problemi siano arrivati a causa della morte del dittatore, sostituito nell'aprile del 2013 da Nicolás Maduro, o dal crollo improvviso dei prezzi del petrolio, nel 2014. Fatto sta che dal 2011 al 2013 i profitti derivanti dalla compravendita del greggio rappresentavano il 95 per cento delle entrate nazionali, ma dal 2014 in avanti queste ultime sono crollate sotto la soglia del 50 per cento.

La reazione di Maduro

Ritrovatosi improvvisamente a corto di liquidità, e nell'impossibilità di prevedere se e quando il valore del greggio al barile sarebbe risalito, Maduro ha tentato di mantenere le finanze del paese a galla con misure che in poco tempo hanno creato ancora più danni per la popolazione: una grossa fetta delle importazioni di generi alimentari e di medicinali è stata cancellata, e nuova carta moneta è stata stampata, manovra che ha innescato una spirale inflazionistica che è presto finita fuori controllo (400 per cento nel 2016, 720 per cento oggi).  

Come reagire alla crisi

Trovare una via d'uscita per la crisi venezuelana è molto difficile. La popolarità di Maduro è ai minimi storici, ma nel paese non esiste nessun'altra alternativa politica credibile. Col referendum del 30 luglio il Presidente ha cercato di far passare la scelta di creare una nuova assemblea costituente autoritaria che ricorda fin troppo una dittatura. Ma una strategia economica per uscire dalla crisi non esiste. E questo non fa che aumentare il malcontento popolare.

Il rapporto con gli Stati Uniti

Per Donald Trump Maduro sta sbagliando, e sta cercando di contenerne le ambizioni dittatoriali minacciando di bloccare le importazioni di petrolio. Il rapporto tra Washington e Caracas non è mai stato idilliaco, anzi. Pochi giorni fa l'America ha congelato i conti correnti di una decina di funzionari molto vicini a Maduro impedendo loro di intrattenere qualsiasi tipo di rapporto con cittadini statunitensi. Poi ha ipotizzato l'imposizione di sanzioni per il settore energetico, ma anche questo non aiuterà a stabilizzare la situazione. Gli Stati Uniti importano il 10 per cento del petrolio venezuelano. Senza gli introiti americani, il Venezuela si troverebbe in difficoltà. Ma anche l'America dovrebbe importare greggio altrove, e a prezzi più alti. In più, visto che i profitti del petrolio servono per finanziare quelle poche risorse che ancora sono disponibili nel paese, un ulteriore taglio del 10 per cento non farebbe altro che peggiorare la situazione. 

Una difficile via di uscita

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale nel 2018 il tasso di disoccupazione potrebbe passare dal 25 attuale al 28 per cento (nel 2015 era al 7,5). L'economia, in rosso da tre anni, ha subito negli ultimi dodici mesi una contrazione del 18 per cento. Per non parlare dell'inflazione, che potrebbe raggiungere quota 2000 per cento.

Vista la situazione, per aiutare il Venezuela servirebbe un miracolo. Un passo indietro di Maduro potrebbe essere percepito come un segnale importante, ma l'incognita su idee e capacità del suo eventuale successore non permette di immaginare il cambiamento al vertice fondamentale per recuperare un minimo di stabilità. Forse l'unica speranza è che il prezzo del greggio ricominci a salire, per dare un po' di respiro a un paese ormai agonizzante. Ancora, se dall'estero arrivassero investimenti in settori diversi da quello energetico il Venezuela ne trarrebbe grandi vantaggi, perché riuscirebbe contemporaneamente a creare lavoro e a ridurre le importazioni. Oggi, però, le aziende preferiscono fuggire dal paese, per evitare di subire altri danni a causa della crisi.

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