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Sharing economy, il fascino contagioso della condivisione

Passaggi in auto, stanze e case, articoli sportivi e vestiti. Quando l'uso di un bene vince sul suo possesso

Al fenomeno, il guru dell’economia Jeremy Rifkin ha dedicato due saggi: «La società a costo marginale zero» e «La terza rivoluzione industriale». In entrambi teorizza l’affermazione inevitabile di un nuovo paradigma, uno stile di vita in cui l’uso di un bene vince sul suo possesso, la condivisione spezza la gelosia dell’esclusiva: anziché acquistare un’auto, la si affitta per brevi tragitti quotidiani o la si divide con sconosciuti per lunghi trasbordi; a ristoranti e hotel tradizionali si preferiscono stanze e cucine offerte da gente comune, a prezzi tagliati e con il bonus di un tocco di calore autentico; gli oggetti più cari, dalle attrezzature sportive agli abiti per una serata speciale, si noleggiano per il tempo che occorre. Persino un talento qualsiasi è a disposizione, in bilico tra chi lo impegna per solidarietà pura e chi s’improvvisa insegnante, fattorino o idraulico per una fonte aggiuntiva di reddito.

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Dettagli della sede parigina di BlaBlaCar – Credits: BlaBlaCar

Ognuno di questi meccanismi è tipico della «sharing economy», uragano sollevato dagli onnipresenti smartphone e trainato dal successo in rete di piattaforme come Airbnb, Gnammo o BlaBlaCar. Dopo i primi passi incerti e le avanguardie degli anni passati, il 2015 è stato la rampa di lancio del grande decollo italiano. Secondo un’indagine a cura di «Collaboriamo.org», portale di riferimento tricolore del fenomeno, i siti nostrani che propiziano servizi di condivisione o crowdfunding, ovvero raccolta di denaro per finanziare un’idea con contributi liberi dal basso, sono 186, oltre il 35 per cento in più rispetto a 12 mesi fa. Siamo avanti anche rispetto al resto del mondo: una ricerca condotta da Ericsson sottolinea come il 37 per cento dei nostri connazionali attivi on line (parliamo di circa 26 milioni di persone), abbia già partecipato alla sharing economy. Il dato globale si ferma invece al 34 per cento.

Durante il 2015 non sono mancate marce indietro e controversie, che però confermano in modo implicito i muscoli della tendenza: il servizio di Uber in grado di trasformare qualsiasi cittadino in un tassista è stato bloccato dal tribunale di Milano; chi offre pranzi e cene presso il proprio domicilio è finito sotto la lente d’ingrandimento del ministero dello Sviluppo Economico: il dubbio è se debba assoggettarsi ad autorizzazioni e obblighi tipici di un ristorante. In generale, da più parti sono state chieste regole che vestano di certezza normativa questo rampante fermento, inserito nel rapporto annuale del Censis tra i nuovi stili di consumo meritevoli di attenzione per la sua principale virtù: «La rottura del legame tra il possesso del bene e il suo utilizzo». Sembra di leggere un passaggio di Rifkin. Sarà che il futuro è già qui.

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