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Tech & Social

La differenza fra Facebook e Apple? Il pezzo di ferro (ma non solo)

Dal debutto in borsa la società di Mark Zuckerberg ha perso più del 50% del valore azionario. Colpa di un modello di business basato su beni intangibili o la naturale conseguenza di una strategia che considera il mercato pubblico solo come un modo per finanziare la crescita del servizio?

Facebook-iPad

E se avesse ragione Joshua Brown ? Se davvero Facebook fosse una stella morente ? I dati (impietosi) di Wall Street sono sotto i nostri occhi. Dal 18 maggio, data della collocazione iniziale , a oggi, il titolo ha perso al Nasdaq più del 50%, passando da 38 dollari agli attuali 18 dollari. In totale sono stati “bruciati” circa 50 miliardi di dollari. Nemmeno Lehman Brothers negli ultimi dodici, agonizzanti mesi prima della bancarotta era arrivata a perdere tanto, fanno notare tutti i detrattori del social network.

Il tonfo è tanto più fragoroso se si pensa che nel frattempo c’è chi – poco distante da Menlo Park - continua ad accumulare ricchezze. Apple, tanto per fare un nome (ma non a caso), ha guadagnato nello stesso lasso di tempo oltre il 27%.

Il bene fisico ha ancora il suo peso

Sulle cause che stanno portando alla deriva del titolo abbiamo già scritto a più riprese, sottolineando in particolare la mancanza di una vero e proprio modello di business, le lacune della strategia pubblicitaria sul versante mobile e la scarsa vena pragmatica di Mark Zuckerberg, uno decisamente più in palla quando si tratta far contenti gli utenti piuttosto che gli investitori.

Banalizzando potremmo dire che la differenza principale fra Apple e Facebook stia nel "pezzo di ferro".

Per entrare nel fantastico mondo della Mela, i consumatori devono acquistare (e pure a caro prezzo) un bene fisico. Prendere o lasciare. È la prima regola del mercato, non c'è guadagno senza vendita.

Di contro, per entrare in Facebook è sufficiente una mail, una password e una foto, nulla di più. Certo si dirà che un servizio Web ha altre leve rispetto a quelli di un produttore di hardware (la pubblicità per esempio), ma a giudicare dalla fatica che stanno facendo le altre dot com approdate in Borsa (da Zynga a Groupon) pare chiaro che il mercato faccia ancora fatica a digerire il concetto che un bene intangibile (il Web) sia sufficiente a garantire margini di guadagno di un certo tipo.

L'anomalia di Google

Già, ma Google? È l’eccezione che conferma la regola. O, meglio, che ci fa capire perché Facebook non era ancora pronta ad affrontare il mercato pubblico.

Innanzitutto perché Google (così come Apple, ma anche Oracle, Ibm e tante altre) non è arrivata in borsa dopo aver raggiunto il suo apice: Facebook, di certo, crescerà ancora in termini di utenti, ma difficilmente potrà toccare le percentuali bulgare di crescita di questi ultimi anni.

In secondo luogo, perché Google ha capito prima degli altri che piantando i paletti dei suoi cartelloni pubbliciatri sul Web avrebbe potuto conquistare una posizione da monopolista di fatto. Per molte aziende Google rappresenta ancora oggi l’unico vero investimento per cui valga la pena spendere soldi sul Web. Perché Google è l’essenza stessa di Internet, il primo posto su cui puntare il mouse dopo aver acceso il PC.

Facebook resta un luogo meraviglioso, nel quale trascorrere molto del nostro tempo online, ma che in fondo non serve per vendere e acuistare beni, quanto piuttosto per gestire le relazioni. Lo sanno bene quelli di General Motors, che in primavera hanno rescisso un contratto da un miliardo di dollari perché, così dicono, il portale funziona benissimo per trovare gli amici, ma non per vendere automobili.

Zuckerberg ha fatto (bene?) i suoi calcoli

Il motivo di questa impasse sta forse in una delle chiavi del successo planetario del social network, il cosiddetto OpenGraph. La natura aperta di Facebook, che di fatto consente a qualsiasi contenuto presente sul Web di essere "social", fa sì che molte aziende possano sfruttare i benefici del portale (e in particolare le sue dinamiche virali) ma senza bisogno di spendere in pubblicità.

Un servizio di ecommerce, per fare un esempio, può veicolare promozioni del suo sito sulla sua fanpage o renderli fluidi perché circolino liberamente sui profili degli utenti senza bisogno di investimenti particolari.  

Dunque che ne sarà di Facebook e del titolo in Borsa? Scenderà ancora, dicono gli analisti. In fondo 18 dollari per azione rappresentano ancora a una cifra notevole, pari a circa 28 volte il guadagno stimato per il 2012 (Apple, per tornare da dove siamo partiti, viene quotata a 15 volte il valore dei suoi utili previsti). Un ulteriore ribasso, ad ogni modo, non porterà alla fine di Facebook. Almeno nel breve periodo.

Mark Zuckerberg, nel frattempo, ha appena rivelato che non (s)venderà il suo patrimonio di azioni per almeno un anno. Una mossa per rassicurare il mercato (Zuckerberg, lo ricordiamo, detiene il 57% del cosiddetto capitale “votante”), per invitare investitori e critici a guardare oltre l’attuale momento della società e – soprattutto - per ribadire al mondo che il business di Facebook esiste per sostenere lo sviluppo dei prodotti e dei servizi. E non il contrario.

Ma questo, forse, lo avevamo già capito.

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