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HP, la ricetta di Meg Whitman contro il collasso

Tutte le strategie del Ceo per curare le ferite del gigante americano in caduta libera

(Credits: JUSTIN SULLIVAN/AFP/Getty Images)

Cinque anni. «Anche se ad alcune persone questa risposta proprio non piace». Tanto reclama il Ceo Meg Whitman per rimettere in sesto HP, il gigante che barcolla schiacciato dal peso di scelte sbagliate, investimenti poco oculati (e, va detto, sfortunati), improvvisi cambi di rotta, profitti e ricavi in caduta libera. Cinque anni per prendere delle «hard decisions», delle decisioni radicali, dure, forse ancora di più di quanto sia stato fatto negli ultimi mesi. Un tempo lungo, lunghissimo, per un’azienda che ha dimostrato di non essere affatto incline all’attesa, di essere piuttosto inquieta e scostante, al punto da cambiare navigatore per quattro volte nel giro di due anni e mezzo.

Meg Whitman, ex eBay, alle spalle l’ambizione frustrata di diventare governatore della California, vuole rimanere salda al timone. Vuole dimostrare di essere il nome che verrà per sempre ricordato come protagonista di «uno dei più grandi ritorni nella storia americana del business» per citare quanto ha pomposamente promesso al termine di una lunga intervista rilasciata a Bloomberg Businessweek, che al flop di HP ha dedicato una copertina e un titolo emblematico: «Caduta libera».  

Già, perché i proclami fanno a pugni con i numeri. Da agosto 2010 a oggi le azioni della compagnia hanno perso il 70 per cento del loro valore in borsa, bruciando qualcosa come 68 miliardi di dollari. Oggi vale all’incirca 29 miliardi e si lecca le ferite dell’esercizio 2011-2012: 12,65 miliardi di dollari di perdita di cui 6,9 solo nell’ultimo trimestre. Davvero troppo per un nome che ha fatto grande Palo Alto e la Silicon Valley quando ancora in Europa c’erano Hitler e infuriava la guerra e che ha un patrimonio di 70 anni di idee e innovazioni alle spalle.

Gli errori di HP sono noti: non ha saputo stare al passo con il cambiamento, perdendo appeal su stampanti e pc, suoi pilastri, complice anche l’avanzata di nuove realtà aggressive come la cinese Lenovo. In passato, sotto le gestioni dei predecessori della Whitman, ha disinvestito in ricerca e sviluppo, suoi assoluti punti di forza, licenziando qualche mente di troppo con una leggerezza inspiegabile. Ha perso il primo treno dei tablet (come dimenticare il prodotto mostrato alla stampa, incluso a chi scrive, e poi mai uscito sul mercato), subendo più degli altri l’onda d’urto della crisi; ha acquisito Autonomy e poi ha dovuto svalutare l’investimento di circa 1,5 miliardi di dollari. Pare per irregolarità contabili della società inglese, sebbene il Ceo di Autonomy abbia negato ogni addebito. Di più: secondo indiscrezioni recentissime, HP starebbe per ridimensionare l’unità sacrificando dei posti di lavoro.

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Fin qui la malattia. Per quel che riguarda le cure, la Whitman è stata la prima a ingerire qualche pillola. Anziché uno sfarzoso ufficio, lavora in un cubicolo e ha relegato i suoi vice in una sistemazione simile. La mattina presto va a nuotare, poi si divide tra computer e sala riunioni per imboccare la strada della ripresa. Al di là del valore simbolico della cosa, c’è la sostanza: il suo stipendio del 2012 è stato del 30% inferiore rispetto alle attese e una medesima sorte in chiave austerity è toccata alle punte di diamante del management.

L’obiettivo di lungo termine, da realizzare entro il 2014, sarebbe quello di sfoltire la forza lavoro di un ulteriore 8,3% tramite licenziamenti ma anche incentivi che facilitino le uscite dall’azienda. Il punto, opposto, è che questa emorragia non sempre è auspicata: negli ultimi due anni HP ha perso molti dei suoi talenti, circa 120 nomi che sedevano in posizioni apicali e creative e che sono fuggiti verso la concorrenza fiutando l’aria non proprio salubre che si respirava a Palo Alto.

Al di là di queste purghe, che sono musica già sentita in tempi bui, c’è un intera strategia legata al prodotto da mettere in campo o potenziare. Prodotti che sono sempre stati le architravi del successo di HP. Il colosso americano sta recuperando terreno con una line up che tra tablet e computer da scrivania sta sposando eleganza e funzionalità, supportata anche dal forte legame con la Microsoft e con il nuovo sistema operativo Windows 8. Così, nei pc, nel quarto trimestre del 2012 è già riuscita a ritornare al primo posto scalzando l’ambiziosa Lenovo. Sacrificando e non poco i profitti, stando agli analisti. Nell’ottica delle stampanti, l’idea è invece quella di fornire dei servizi cloud sempre più avanzati, che dialoghino con tutti i dispositivi targati Hewlett-Packard e diano agli utenti l’idea dell’esistenza di un unico coerente ecosistema, sicuro e affidabile, in grado di rendere conveniente l’acquisto di dispositivi con lo stesso marchio. Che poi, a pensarci bene, è ciò che stanno facendo tutti i produttori, da Samsung a LG fino a Sony.

Come riuscirci fino in fondo? Sicuramente non dando credito alle voci circolate a inizio anno, secondo le quali ci sarebbe l’ipotesi di spezzettare la compagnia in più parti, isolando per esempio la componente pc-stampanti e quella enterprise che gestisce i data center, con l’ingresso di fondi privati e addirittura di capitali di concorrenti interessati a questa o a quella parte. È la stessa Meg Whitman a scacciare con decisione questa ipotesi e a sostenere che il rilancio presuppone unità, compattezza. «HP è più forte solo se rimane intera» è il suo slogan per vincere una scommessa da incassare in cinque anni. Sebbene sia forse il caso di darsi una mossa e accorciare i tempi: cinque anni sono troppi per i ritmi compressi della tecnologia e quelli nervosi della borsa.

Twitter: @marmorello

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