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Cina e India: scommessa sulle start-up

New Delhi crea a Kochi il villaggio delle start-up, Pechino punta su benefit, stipendi competitivi e ambienti di lavoro confortevoli per trattenere operai (cinesi) iperqualificati

Credits: AP Photo

Anche gli emergenti hanno capito che il futuro è nell'hi-tech. E si comportano di conseguenza. A guidare la rivoluzione tecnologica dei paesi in via di sviluppo ci sono oggi Cina e India, che stanno cercando di capire come sfruttare un settore che sembra garantire opportunità inesauribili per rilanciare due economie che, per sopravvivere, dovranno per forza subire una profonda ristrutturazione.

New Delhi si muove, come sempre, a piccoli (e non sempre efficaci) passi. E il governo, nella consapevolezza di non avere ne' la forza politica ne' quella economica di implementare una strategia di rinnovamento su scala nazionale, si limita a creare il "villaggio delle Start-up". Si chiama Kinfra High Tech Park, si trova a Kochi, nello stato meridionale del Kerala, e sembra la versione contemporanea delle vecchie Zone economiche esclusive, concentrata (per ora) in un unico, modernissimo, edificio. Accanto al quale entro il 2014 dovrebbero sorgerne molti altri, per coprire un'area complessiva di circa novemila metri quadrati.

Appeso alle porte di molti uffici c'è un cartello: "il successo di Infosys (il gigante dell'elettronica indiano, ndr) è partito dal lavoro svolto in una piccola stanza. Ora è il vostro turno!" Parole di incoraggiamento con cui chi si è battuto per l'apertura di Kinfra cerca di spronare i piccoli operatori informatici del Subcontinente a seguire le orme di Infosys.

Il governo è convinto che un ufficio e un contesto stimolante saranno sufficienti a permettere agli indiani di mettere in piedi "almeno un migliaio di start-up nei prossimi dieci anni". Ma è difficile immaginare che un progetto così ambizioso possa concretizzarsi prima che vengano rimossi i veri ostacoli che impediscono al settore di decollare: scarsa innovazione e capitali insufficienti. L'India occupa la 74esima (su 79) posizione del Global Entrepreneurship and Development Index, e non basteranno certo un paio di cartelli positivi a toglierle questo primato così negativo. Del resto, non è un caso che, fino ad oggi, nel mondo della tecnologia abbiano avuto successo solo gli indiani che si sono trasferiti all'estero. In particolare negli Stati Uniti.

Forse per la consapevolezza di partire da una situazione molto diversa, Pechino si è posta un obiettivo ben più ambizioso: quello di aiutare i colossi della tecnologia orientale ad imporsi sui mercati di tutto il mondo non più come la (brutta) copia di Apple, Samsung e Google, ma come una valida alternativa. E' possibile che la Repubblica popolare si sia finalmente resa conto che per affermarsi nel mondo dell'hi-tech il grado di fabbrica globale di copie non è più sufficiente, e che, contemporaneamente, abbia capito che per sfidare i leader globali del settore dovrà iniziare a comportarsi esattamente come fanno loro. Vale a dire attirando cervelli (cinesi) con benefit, stipendi competitivi e ambienti di lavoro confortevoli, e fidelizzando gli operai (rigorosamente specializzati e iperqualificati) da destinare alle nuove produzioni con salari in linea con gli standard internazionali, quindi nettamente più altri rispetto alla media cinese.

Uno sforzo economico e mentale che nella Repubblica popolare non ha precedenti. Ma che per tanti osservatori potrebbe aiutare la nazione a raggiungere risultati significativi già nel breve periodo. I più scettici, invece, ritengono che condizioni di lavoro così anomale possano nascondere altri fini. E visto che al momento l'unica azienda che ha trovato il coraggio e la forza economica per imboccare questa strada è Huawei, un colosso che è appena stato bandito dal mercato americano perché Washington ritiene sia manipolato dal Partito e rappresenti una seria minaccia per la sicurezza statunitense, è possibile che tanta intelligenza sia stata messa al servizio dello spionaggio economico e militare, non dell'innovazione.

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